15 Febbraio 2026

Nuotare nella Senna a Parigi: un vecchio passatempo che riaffiora nell’era del riscaldamento globale

Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese su The Conversation. L’autrice è. Julia Moutiez, dottoranda in Architettura e docente presso la Scuola di Architettura di Parigi Val-de-Seine, Université Paris Nanterre – Université Paris Lumières.

 

Con l’avvicinarsi dei Giochi Olimpici del 2024, la promessa di poter nuotare nella Senna si è trasformata in un conto alla rovescia mediatico: prima nell’ambito degli eventi sportivi ufficiali, poi come opportunità per il pubblico. Dato che le candidature per i Giochi Olimpici e Paralimpici sono diventate sempre meno popolari a causa dei costi colossali e della difficoltà di giustificarli in termini di benefici per le comunità locali, la possibilità per i parigini di tuffarsi nel fiume che attraversa la Capitale è stata fortemente promossa alla vigilia dei Giochi della scorsa estate.

Questa cornice mediatica, però, ha trascurato realtà attuali e storiche. Il bagno nel fiume è stato praticato ampiamente nel corso dei secoli, e nella Senna è durato fino a oggi, nonostante i divieti di balneazione. Inoltre, questa pratica non ha solo dimensioni ricreative o sportive: è legata anche al clima, in un’epoca in cui l’aumento delle temperature fa pensare che rispettare l’Accordo di Parigi sarà un compito difficile, se non impossibile.

Foto di Jacques Paquier diffusa su Flickr.com con licenza Creative Commons

 

Una tradizione balneare secolare

Anche se quello di rendere la Senna balneabile nel 2024 è stato a volte presentato come un progetto inedito, è importante ricordare che nuotare a Parigi è una pratica secolare. Tracce di stabilimenti balneari risalgono al XIII secolo. Tuttavia, la documentazione è scarsa, salvo per grandi infrastrutture. Nel corso dei secoli il bagno si diffuse per motivi di igiene, refrigerio e svago, espandendosi gradualmente oltre i confini cittadini.

Fu solo nel XVII secolo che si verificò il primo boom documentato, testimoniato dall’introduzione dei primi divieti e dalla nascita dei primi impianti destinati ai bagnanti. Che fosse per lavarsi, rilassarsi o socializzare, queste strutture miravano soprattutto a proteggere i bagnanti dalla corrente e a nasconderne la nudità sulle rive. Dalla fine del XVIII secolo, questi impianti divennero più complessi: furono aggiunti servizi per il comfort e comparvero le prime scuole di nuoto.

Alla fine del XIX secolo, i bagni galleggianti conobbero un grande successo sulla Senna e sulla Marna, mentre nella capitale vennero costruite le prime piscine riscaldate.

 

Una pratica resistente ai divieti

I divieti di balneazione nella Senna sono stati numerosi nei secoli, ma non hanno mai del tutto estinto la pratica. Le storiche Isabelle Duhau e Laurence Lestel fanno risalire le prime restrizioni al XVII secolo, quando i prevosti dei mercanti e gli scabini si preoccupavano della nudità pubblica sulle rive. Fino alla fine del XIX secolo, le ordinanze si basavano sempre su questo motivo. Nel 1840 comparve una seconda giustificazione: l’intralcio alla navigazione. Questa norma venne più volte aggiornata fino al decreto prefettizio del 1923, ancora in vigore, che vieta la balneazione nei fiumi e nei canali dell’ex dipartimento della Senna.

Ma i divieti non misero fine al nuoto. Dopo il 1923, gli stabilimenti balneari continuarono a funzionare, anzi conobbero un boom nel periodo tra le due guerre, soprattutto in periferia. Le fotografie mostrano che durante le ondate di calore il nuoto era molto popolare.

Fu solo nella seconda metà del XX secolo che la pratica divenne meno comune, principalmente per la diffusione delle piscine pubbliche, che offrivano un ambiente più artificiale e controllato. E solo nel 1970, con il divieto di balneazione nella Marna, si cominciò a parlare apertamente di qualità dell’acqua, sebbene fosse già misurata e messa in discussione in precedenza.

 

Bagnanti instancabili

Ancora oggi, nonostante i divieti, ci sono nuotatori occasionali, attivisti o regolari che si immergono nei corsi d’acqua parigini. Competizioni sportive hanno riportato gli atleti nella Senna: per esempio nel 2012 con il triathlon di Parigi, e più gradualmente negli ultimi anni.

In campo amatoriale, i nuotatori d’acqua fredda hanno iniziato ad allenarsi nei canali, stabilendo proprie regole di sicurezza per fronteggiare i rischi delle basse temperature e l’eventuale controllo della polizia: sorveglianza reciproca dalla riva, giubbotti salvagente e cuffie colorate per essere ben visibili. Nessuno di loro è mai stato multato.

Altri, invece, si sono tuffati per ragioni politiche. Nel 2005 alcuni membri dei Verdi (tra cui la futura leader Cécile Duflot) nuotarono nella Senna in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua per denunciare l’inquinamento.

L’ONG European River Network, fondata nel 1994, ha fatto del tuffo collettivo simbolico il suo marchio con i “Big Jump”, eventi annuali per chiedere una migliore qualità delle acque. Nella stessa epoca, nella regione parigina nacque anche l’unione Marne Vive, per rendere nuovamente balneabile il fiume e tutelarne la biodiversità.

Più di recente, militanti del collettivo Bassines Non Merci si sono tuffati a Parigi per protestare contro l’accaparramento delle risorse idriche, in vista di manifestazioni contro i grandi bacini agricoli nella regione del Poitou.

Anche il Laboratoire des baignades urbaines expérimentales ha organizzato “bagni pirata” collettivi, diffusi sui social e sulla stampa, per spingere le autorità locali a occuparsi del tema.

Infine, pur restando in vigore il divieto generale, la balneazione è tornata ad essere permessa in alcuni siti sotto condizioni specifiche, come il Bassin de la Villette e il Canal Saint-Martin durante l’estate, in eventi collettivi organizzati dal Comune e limitati nello spazio e nel tempo. È questo uno dei paradossi della balneazione urbana a Parigi: da un lato le autorità investono per migliorare la qualità dell’acqua, dall’altro rafforzano il divieto generale, ad esempio con una segnaletica più visibile.

 

Le molte versioni europee della balneazione urbana

In diverse città europee i residenti fanno già il bagno entro i confini urbani: Basilea, Zurigo, Berna, Copenaghen, Vienna, Amsterdam, Bruges, Monaco e altre. Redigere un elenco completo è complicato perché le regolamentazioni variano: in certi luoghi nuotare è consentito, tollerato, vietato o semplicemente accettato.

In queste città, la diffusione della balneazione urbana può essere stata un obiettivo dichiarato, oppure un effetto collaterale delle politiche di risanamento idrico. Copenaghen, ad esempio, non è attraversata da un fiume ma da un fiordo. Negli anni ’90 la città ha rinnovato il sistema fognario e bonificato il porto, soprattutto per prevenire gli sversamenti. Si è appoggiata anche a politiche nazionali, attive sin dagli anni ’70, volte a preservare la qualità delle acque e la biodiversità acquatica.

Questi interventi, realizzati da dipartimenti diversi e per scopi talvolta differenti, hanno progressivamente migliorato la qualità dell’acqua nella capitale danese, che ha poi scelto di valorizzare i nuovi standard ambientali raggiunti. Inizialmente l’attenzione era rivolta ad attività acquatiche varie: pesca, osservazione della fauna, un acquario, canoa. Alla fine, però, l’idea si concretizzò in un’area balneare inaugurata nei primi anni 2000, l’Harbour Bath. Lo spazio, concepito come temporaneo, fu reso permanente per il suo successo. Oggi, vent’anni dopo, la balneazione urbana è una risorsa che Copenaghen promuove attivamente, ad esempio distribuendo mappe delle aree di balneazione ai turisti.

I legami tra nuoto in acque libere e qualità idrica sono molteplici. La pratica può servire a sensibilizzare sulla necessità di migliorare le acque, oppure a ottenere sostegno pubblico e politico per i progetti di risanamento.

In Europa, numerose direttive per la tutela della biodiversità e della qualità dell’acqua hanno spinto i comuni a ripulire i corsi d’acqua nei territori di loro competenza. In questo contesto, l’allora sindaco di Parigi Jacques Chirac nel 1988 promise di nuotare nella Senna, dopo i rapporti che segnalavano il ritorno di molte specie ittiche come segno di miglioramento. Nel video della promessa, tuttavia, Chirac non parlava di restituire la balneazione ai parigini, ma solo di mostrare i progressi raggiunti.

Screenshot

Balneazione fluviale nell’era del riscaldamento globale

Un’altra motivazione sta assumendo un ruolo crescente nella creazione di aree balneabili urbane: offrire spazi freschi alla popolazione di fronte a ondate di calore sempre più frequenti.

Parigi è particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico per la sua densità urbana. Uno studio scientifico recente la colloca tra le città europee più pericolose in caso di canicola. L’effetto “isola di calore” è molto marcato e gli alloggi sono poco adatti a fronteggiare le alte temperature. I corsi d’acqua sono visti come una possibile soluzione per rinfrescarsi all’aperto, ma gli argini sono spesso molto esposti al sole: solo il contatto diretto con l’acqua può realmente abbassare la temperatura corporea, almeno entro certi limiti.

Per questo il Comune ha creato aree balneabili temporanee, inizialmente piscine mobili, poi accessi diretti ai canali. Il Bassin de la Villette, ad esempio, rientra sia nel piano comunale “Parcours Fraîcheur” (Percorso Freschezza) sia nel piano canicola.

Il nuoto nella Senna è stato menzionato anche nel 2015 nella strategia di adattamento climatico della città, nell’ambito di una revisione generale delle politiche idriche avviata con la decisione di riportare in gestione pubblica Eau de Paris, la società che gestisce l’acqua potabile e le acque reflue.

Un decennio dopo, e dopo il successo delle Olimpiadi di Parigi in cui gli atleti hanno gareggiato nella Senna, il futuro della balneazione nella capitale resta incerto. Una cosa però è chiara: raramente il tema del bagno urbano ha suscitato tanta discussione, interesse e copertura mediatica.

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