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10 Marzo 2026

Ogni tanto una buona notizia: l’Italia si scopre sempre più rinnovabile

Nel 2023 le fonti pulite hanno coperto il 44% della produzione elettrica nazionale, massimo storico. Nel 2024 la nuova capacità solare ha fatto un balzo: oltre 6–7 GW connessi, 37 GW fotovoltaici installati in totale.

Per anni abbiamo sentito dire che non eravamo pronti. Che lo storage non bastava. Che i costi erano troppo alti. Che le reti non avrebbero retto. Che le comunità avrebbero detto no. Critiche non del tutto infondate, allora. Ma oggi i dati ribaltano lo scenario.
Senza proclami, senza fanfare, ci ritroviamo con metà della corrente italiana che viene dal sole, dal vento, dall’acqua. Una buona notizia. Finalmente. In un Paese che spesso sembra immobile, qualcosa invece si muove.

 

I numeri che pesano

Il 44% da rinnovabili significa meno dipendenza dal gas e più sicurezza. L’idroelettrico resta la base, ma a correre sono solare ed eolico.

La crescita delle rinnovabili non è solo una questione tecnica o ambientale: ha anche risvolti politici evidenti, soprattutto in un periodo di conflitti globali come questo. Come ricorda Marco Morosini, docente di politica ambientale al Politecnico Federale di Zurigo: ‘Una politica per le energie rinnovabili è anche una politica per la pace: meno dipendenza da fonti fossili significa meno guerre per accaparrarsi risorse scarse”.

E i dati del Post confermano: nel 2024, il 41,2% dell’energia, in questo caso “consumata” in Italia, è stata coperta da rinnovabili. Quasi la metà. Dieci anni fa sarebbe sembrata fantascienza.

Secondo uno studio della Banca d’Italia del 2025, il recente incremento delle rinnovabili in Italia è legato soprattutto al sostegno pubblico: senza queste misure, lo sviluppo di fotovoltaico, eolico e solare sarebbe stato molto più lento.

 

La corsa del fotovoltaico

Nel 2024 oltre 6 GW di nuovi impianti solari. È la crescita più rapida degli ultimi dieci anni.

Per dare un’idea: 6 GW equivalgono a circa 2 milioni di impianti domestici da 3 kW, oppure alla capacità di una decina di centrali a carbone, oppure ancora al consumo annuo di 3 milioni di famiglie italiane. Non è un dettaglio tecnico: è un salto concreto nella vita quotidiana.

L’eolico arranca tra burocrazie e limiti di rete, ma si prepara con repowering e progetti offshore.

Intanto il mondo corre.

  • Nel 2009 l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) prevedeva 244 GW fotovoltaici nel 2030: raggiunti già nel 2015.
  • Nel 2010 serviva un mese per aggiungere 1 GW solare. Oggi basta un giorno.
  • Nel 2024, il solare ha prodotto il 7% dell’elettricità mondiale, in salita dal 5% dell’anno prima.

Un’accelerazione che ha spiazzato perfino gli analisti.

 

Le comunità energetiche

Non sono un concetto astratto, e non è l’ennesima sigla da decreto.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono gruppi di cittadini, imprese o enti locali che producono e condividono energia pulita. In pratica: un quartiere con pannelli solari sul tetto, un piccolo comune con un parco fotovoltaico, un gruppo di PMI che si unisce per alimentarsi da un impianto eolico.

L’energia che un membro non consuma va agli altri. Il risultato: bollette più leggere, meno fossili, più autonomia. Non è solo energia: è anche coesione sociale. Un paese o un condominio che diventano protagonisti della transizione, invece di subirla.

Il Decreto CER ha finalmente messo nero su bianco regole e incentivi. Il GSE ha aperto i portali: chi vuole può registrarsi e accedere ai contributi. Possono partecipare famiglie, PMI, comuni fino a 50.000 abitanti.

E ci sono anche i soldi veri del PNRR: domande entro novembre 2025, lavori conclusi entro giugno 2026.
Nella pratica: la finestra è adesso. È la prima vera occasione per passare dalla somma dei pannelli sui tetti alla generazione distribuita su scala.

Oltre i sogni, i fatti

Sul blog di Beppe Grillo si legge: “Un’Italia 100% rinnovabile entro il 2050 è possibile, trasformando elettricità, trasporti, riscaldamento e industria”.
Ottimismo? Sì. Ma meno campato in aria di ieri. Perché:
il costo delle batterie è crollato del 90% in 15 anni;
la capacità di accumulo è salita del 4.100% dal 2000 al 2024;
in Texas, nel pieno di un’ondata di calore, le batterie hanno evitato il blackout.
L’accumulo non è più una promessa: è già un pezzo di realtà.

Non tutto fila liscio

Naturalmente, i problemi non mancano. Le reti sono vecchie, centralizzate, lente da aggiornare; le comunità locali non sempre vogliono pale e pannelli vicino a casa. In Spagna i campi coltivati sono diventati campi solari, con paura di perdere suolo agricolo; il riciclo resta caro: un pannello dura 25 anni e i metalli preziosi non si rigenerano da soli.
Problemi veri, che non si risolvono con gli slogan.

I dogmi capovolti

Per anni le rinnovabili sono state trattate come un capriccio di ambientalisti sognatori. Donald Trump le liquidava come “uno scherzo costoso”, convinto che le pale servissero più a far fuori gli uccelli che a produrre energia. I suoi consiglieri spiegavano con aria grave che senza sussidi solare ed eolico non stavano in piedi, mentre i fossili erano l’unico pilastro sicuro. La Polonia bollava come “irrealistici” i target di Bruxelles, troppo veloci per chi campava di carbone. In Italia si ripeteva il mantra del “non si può spingere troppo”: reti fragili, burocrazia, comitati del no.
Eppure eccoci qui, con metà dell’elettricità che arriva proprio da quelle fonti considerate ridicole o impossibili.

 Gli altri corrono

In Germania e Spagna le comunità energetiche sono già realtà. In Australia il tetto solare è la normalità. La Cina ha superato i suoi obiettivi 2030 già nel 2024, diventando il primo produttore e installatore mondiale.

L’Italia insegue, ma non più da lontanissimo.

 

La prova dei fatti

Non basta dire “più rinnovabili”. Oggi i numeri ci dicono che è successo davvero.
Non è vero che le cose non cambiano mai. Cambiano eccome, e quando cambiano aprono spiragli che sembravano impossibili.
Meno dipendenza dal gas, bollette più leggere, meno CO₂.
E una volta tanto, una notizia buona.

[Questo post è stato pubblicato originariamente da Open Italy – L’Italia spiegata bene, ovunque tu sia, la newsletter in cui Marco D’Auria racconta politica, società e attualità italiane. Per italiani all’estero, per chi sogna di partire, o semplicemente per chi vuole capire davvero l’Italia, anche da lontano]

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