A dieci anni esatti dalla scomparsa di Marco Pannella, il ricordo di un uomo che, coi suoi metodi innovativi e le sue battaglie, riuscì a rivoluzionare “radicalmente” la politica e la società italiana.
Che l’Italia sia un paese dove le grandi trasformazioni sono quasi sempre il frutto dell’opera di piccole élite sociali e intellettuali, numericamente del tutto marginali, ma capaci di grandi imprese, è un dato oggettivo e che si ripete ciclicamente nel corso della storia.
Fu così nel Risorgimento. Fu così durante la Resistenza. Nella seconda metà del Novecento, quel ruolo di élite, minoritaria ma capace di trasformare profondamente il paese, se lo assunse il Partito Radicale. E il Partito Radicale, in quegli anni, s’identificava totalmente in un solo nome e in una sola persona: Giacinto Pannella, detto Marco, come appariva scritto sulle liste elettorali.
Nato a Teramo, in Abruzzo, chiamato dai genitori Giacinto Marco – Giacinto in onore dello zio prete, Marco per distinguerlo da lui – questo suo secondo nome, Marco, fu dimenticato all’anagrafe per un errore di trascrizione. Dimenticato all’anagrafe, ma ricordato poi da tutti, quasi per uno strano scherzo del destino.
In un’Italia dominata da elefantiaci partiti di massa come la Dc e il Pci – partiti che in due ottenevano oltre l’80%, dei consensi almeno fino alla fine degli anni Sessanta e che in apparenza avevano egemonizzato la politica e la cultura italiana – chi davvero ha cambiato la natura e l’identità nazionale, è stato quel suo piccolo movimento, fondato alla fine degli anni Cinquanta e che ebbe come massimo risultato storico il 3,4% ottenuto alle elezioni politiche del 1979: il Partito Radicale.
Merito di un uomo che ha trasformato la politica in provocazione, direi quasi in performance artistica, nello stile di una Marina Abramovic, come quando si presentò legato e imbavagliato in tv per denunciare la censura della Rai. Quell’uomo che era Marco Pannella. Un uomo che fece del proprio corpo il suo principale mezzo d’espressione politica – e direi anche artistica, sempre pensando a Marina Abramovic – col suo volto emaciato e sofferente dopo i suoi ripetuti scioperi della fame e della sete, quando finì anche per nutrirsi, in favore di telecamera, delle proprie urine.
Fu dunque Marco Pannella uo dei prima nell’Italia repubblicana a rendere la politica una forma di spettacolo, di show permanente, chiamando poi in Parlamento anche diversi rappresentanti dello show business vero e proprio: da Domenico Modugno, a Ilona Staller, a Enzo Tortora. Fu sempre lui il primo a candidare in modo esplicito dei condannati in giudizio, come nel caso di Toni Negri, in modo da poterli rendere liberi di esprimersi, grazie all’immunità parlamentare.
Le sue furono tutte scelte rivoluzionarie per l’epoca e che fecero scuola. Come rivoluzionario fu il suo uso politico del metodo referendario, con le straordinarie battaglie – e vittorie – sul divorzio e sull’aborto. Rivoluzionaria fu poi la sua capacità di rendere protagonista, in un’epoca di rigide scuole di partito, una realtà come quella del Partito Radicale, che si presentava come un magma movimentista, privo di una vera struttura ideologica, concentrato sulle battaglie civili, sulla liberalizzazione dei costumi – e delle droghe leggere – ma senza una coerente e univoca visione sociale del mondo e della politica.
Pannella era perciò capace di allearsi con chiunque, a sinistra come a destra, di stringere accordi col Pci, oppure con Berlusconi, o di presenziare al congresso del Movimento Sociale Italiano, preconizzando la fine della rigida divisione in schieramenti ideologici, impermeabili e nettamente definiti. Tutti cose che oggi sono la realtà quotidiana di molti movimenti politici – si pensi ad esempio al Movimento Cinque Stelle – ma che all’epoca erano novità assolute, capaci di suscitare enorme scandalo.
Lo scandalo, fin quasi ad arrivare a una logica del “me ne frego!”, fu l’elemento distintivo di quel Partito Radicale. Come quando Pannella, in pieni anni di piombo, si rifiutò di assecondare il divieto di manifestazione imposto dall’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga, organizzando un sit-in in una giornata che finì con violenti scontri con la polizia e alla morte dell’attivista Giorgiana Masi. O come quando criticò aspramente la “retorica resistenziale” attorno all’attentato di via Rasella, generando un’aspra polemica politica e legale col Partito comunista. Lo scandalo e anche una certa dose d’incoerenza. Come quando il suo partito, dichiaratamente non violento finanche nel proprio statuto, si schierò apertamente in favore dei bombardamenti sull’ex Jugoslavia.
Il Partito Radicale di Marco Pannella fu dunque un fattore estremamente innovatore, provocatorio e destabilizzante per la politica italiana. Viene da paragonarlo a ciò che, circa mezzo secolo prima, erano stati i movimenti futuristi di Filippo Tommaso Marinetti, o i gesti di Gabriele D’Annunzio, cioè di coloro che trasformarono l’Italia dell’epoca, alla guida di una minoranza rumorosa, a colpi di provocazioni. Coloro che inneggiarono – con successo – alla guerra in un paese pacifista, o andarono a Fiume – contro ogni regola – a scrivere quella modernissima costituzione che fu la Carta del Carnaro: un’opera d’ispirazione anarchica e libertaria, capace per prima di dare il voto alle donne, in uno spirito di amore libero e di libero uso di sostanze stupefacenti.
Ai primi del Novecento, Marinetti e D’Annunzio svecchiarono i costumi della politica italiana, precorsero i tempi, aprirono le porte al nuovo Secolo e alle nuove idee, a suon di piccole rivoluzioni e di slogan innovativi di grande successo. Loro e un piccolo manipolo di fedelissimi.
Lo stesso riuscì a Giacinto Pannella detto Marco, nato a Teramo, colui che preannunciò il futuro, che inventò con decenni d’anticipo le parole d’ordine e i metodi della politica del nuovo Millennio: quella politica liquida, fatta di battaglie civili e non sociali, di spettacolo, di provocazioni, di personalizzazioni, di repentini cambi di casacca, riuscendo nell’inatteso miracolo di trasformare l’intera classe dirigente italiana in un Partito Radicale di massa, de-ideologizzato.
D’altronde, di analogia in analogia, anche il teramano Pannella si pose alla guida di una piccola città, novello “Comandante”, proprio come fece il corregionale D’Annunzio a Fiume. La guidò per breve tempo, quella piccola città periferica, appena cento giorni, quando decise, da politico d caratura nazionale qual era, di diventare presidente della marginale e quasi insignificante Circoscrizione di Ostia.
Però lì, Marco Pannella da Teramo, si differenziò dal suo illustre predecessore, evitando di rivoluzionare Ostia, di dichiararla stato libero e indipendente, evitando di dare vita a continue boutade provocatorie, di creare, che so, gruppi di pirati Uscocchi capaci di compiere rapine nel Mediterraneo, o di far girare nuda la gente per le strade fumando hashish, in nome della libertà di costumi. La sua guida di Ostia fu banale e quasi trasparente, non lasciò il segno, non provocò nessuno, non innovò nulla.
Mi auguro allora che anche la nuova metodologia politica che Pannella ha avviato, la sua rivoluzione a suon di continue provocazioni, si differenzi nell’esito da ciò che accadde in Italia dopo il successo delle provocazioni futuriste e dannunziane. Perché non sempre le novità sono foriere di miglioramenti. Non lo furono quelle novità precorse da Marinetti e da D’Annunzio, visto ciò che accadde subito dopo nel nostro paese e che durò un ventennio.
Ho il timore e la sensazione che non lo siano neanche le novità avviate da Marco Pannella, quelle novità nate “di nicchia” e divenute oggi di pubblico dominio e di grande successo. Quelle novità che hanno trasformato per sempre il nostro Belpaese. Non necessariamente in meglio, nonostante l’oggettiva buona fede e le ottime intenzioni.
