Il nuovo progetto di Ben Wendel dissolve gerarchie e forme, affidando a quattro vibrafoni e a un sax tenore una musica che cresce per stratificazioni e derive.

Una costellazione di metalli che respirano e si sfiorano, moltiplicandosi: BaRcoDe comincia così, come se il suono non nascesse da strumenti ma da una superficie vibrante, attraversata da correnti invisibili. E dentro questo campo mobile, il sassofono tenore di Ben Wendel entra senza imporsi, come una linea che cerca il proprio spazio tra altre linee già in moto.
Il progetto, nato dai una serie di concerti alla Jazz Gallery di New York, ha qualcosa di programmaticamente anomalo: un sassofono circondato da quattro vibrafonisti e percussionisti, Joel Ross, Patricia Brennan, Simon Moullier e Juan Diego Villalobos, ciascuno portatore di un lessico ormai emancipato dall’idea tradizionale di accompagnamento. È qui che Wendel compie il suo scarto più netto costruendo non solo un quintetto davvero singolare, ma un vero e proprio organismo sonoro.
Fin dall’apertura di Clouds, la musica sembra organizzarsi per rifrazione più che per sviluppo armonico. Due vibrafoni si dividono la linea melodica, creando un effetto di slittamento continuo, quasi ipnotico. Il sax, luminoso e preciso, entra con cautela lasciandosi assorbire dal flusso sonoro. È un equilibrio sottile, in cui la nozione stessa di “solo” perde centralità: ciò che conta è la trama. In Mimo il materiale si addensa. Pattern lenti, quasi rituali, si mettono in movimento fino a generare una pulsazione interna, irregolare, che il sax attraversa con una doppia natura: da un lato virtuosismo nervoso, dall’altro un canto più disteso, come se la tecnica fosse solo una porta aperta verso qualcosa di più vulnerabile. Il gruppo risponde ridefinendo continuamente il terreno sotto i piedi del leader.
Il cuore segreto del disco, però, sta forse nella gestione del tempo. Le ripetizioni, gli incastri, le microvariazioni rimandano a una sensibilità minimalista che affiora senza mai diventare citazione. Piuttosto, sembra un principio organizzativo: la musica cresce per accumulo e slittamento, come un codice, appunto, in cui ogni segmento modifica la percezione del successivo.
L’unica pagina non originale, Olha Maria di Antonio Carlos Jobim, viene immersa in una dimensione quasi ambient. Wendel la sospende, lasciandola aleggiare in uno spazio più rarefatto: i vibrafoni diventano una superficie liquida su cui il sax disegna linee trattenute, intime. È un momento di quiete apparente, che in realtà continua a lavorare in profondità, modificando la temperatura emotiva dell’ascolto.
A introdurre un’altra tensione, più mobile, quasi narrativa, ci pensa Bird Ascend: figure intrecciate, impulsi ritmici che si inseguono, un senso di ascesa che non coincide mai con una vera liberazione. E quando si arriva a Lonely One, il disco si ritrae, lasciando emergere un campo sonoro rarefatto, composto da minime presenze. Il fischio di Wendel, fragile e disarmante, si inserisce tra le risonanze dei vibrafoni come una memoria personale che affiora senza dichiararsi. Non è un finale, è piuttosto una sospensione.
Colpisce, lungo tutto il lavoro, la qualità tattile del suono. Metallo e legno, attacco e risonanza, impulsi percussivi ed elettronici che si dissolvono in una coda armonica: l’ascolto diventa quasi fisico, richiede attenzione, una disponibilità a seguire micro-eventi che sfuggono a una percezione distratta. In questo senso, BaRcoDe è anche una riflessione sull’atto dell’ascoltare, su quanto si sia disposti a entrare in un suono che non si concede immediatamente.
Al centro, la figura di Patricia Brennan emerge con una luminosità particolare: il suo tocco al vibrafoino, ora cristallino ora percussivo, sembra ridefinire continuamente lo spazio, mentre gli altri musicisti contribuiscono a un intreccio in cui le identità si sfumano senza scomparire. È un gioco di presenza e dissolvenza, di individualità che si espongono per poi rientrare nel flusso.
Wendel, da parte sua, conferma una parabola artistica coerente e irrequieta. Dopo progetti come All One, anche qui evita qualsiasi forma scontata, preferendo costruire contesti in cui la composizione diventa un dispositivo aperto, capace di accogliere e trasformare l’energia dei collaboratori.
BaRcoDe si deposita lentamente, lasciando una traccia che continua a lavorare anche nel silenzio successivo. Come certi codici, appunto, il suo significato non sta nelle singole linee, ma nel modo in cui queste si dispongono, si alterano e si leggono nel tempo.

