10 Febbraio 2026

Parlando di jazz / “Dark Days”: nell’ombra del tenore una luce che non trema

Il nuovo album di Noah Preminger nasce dal dolore e dalla catarsi. Tra ballate strazianti, groove febbrili e improvvisazioni vulnerabili, il sassofonista firma il suo disco più denso e lirico.

L’ultimo album di Noah Preminger, Dark Days, nasce da un margine sottile, quello fra la frattura privata e la forza collettiva della musica. È un disco che arriva dopo un anno di sconquassi – un matrimonio finito, una malattia che ha incrinato il corpo e la fiducia, il peso dei giorni che si accumulano senza tregua – e porta impresso tutto questo nella materia stessa del suono. Il titolo non maschera nulla: parla di oscurità, di un tempo che ha morso, ma anche di una sorprendente lucidità creativa. La musica non cerca di abbellire il dolore, lo attraversa, lo distilla e lo restituisce come racconto.

Preminger suona con un quartetto che sembra progettato per sostenere questa traversata emotiva: Kim Cass al contrabbasso – complice di lungo corso, presenza strutturale più che semplice motore ritmico – Terreon Gully alla batteria, veloce nell’immaginare scenari dinamici e nell’intagliare il tempo come fosse materia viva, ed Ely Perlman alla chitarra, voce giovane e tagliente, capace di dare al gruppo un colore inedito, un’elettricità sobria, dolente, che smuove le armonie dall’interno. Nessuno di loro accompagna, tutti respirano insieme.

Il disco si apre con Hummus, una sassaiola incandescente di linee mediorientali, ritmo febbrile e fango morale. Il tenore entra come un animale ferito che si rifiuta di arretrare: ringhia, accende vortici di frasi spezzate, si torce contro il tempo, e tuttavia non cede mai alla grandiosità muscolare. Preminger sta dicendo altro, sta dicendo che si può suonare con furia senza perdere l’intonazione emotiva, che la tecnica è solo un mezzo per far tremare la realtà, non per esibirla. E in quel tremore abita gran parte dell’album. Brani come Dark Days e Nash’s World non cercano consolazione, preferiscono la limpidezza del dolore. La ballata che dà il titolo al disco avanza come una processione notturna: il basso di Cass striscia in un corridoio d’ombra, Gully sembra sospeso tra pulsazione e sospensione, e Preminger canta il suo tema come se temesse di infrangerlo col solo fiato. Non c’è retorica, non c’è posa, c’è un uomo che prova a ricordare senza farsi travolgere dal ricordo.

Allo stesso modo Sarajevo with Neira e Hymn #1 (For Moving On) aprono finestre su un dolore che non cerca redenzione ma comprensione: linee carezzevoli, armonie instabili, la chitarra di Perlman che introduce un disagio elettrico, tagliente, quasi industriale. È sorprendente come il suo fraseggio – liquido, teso, mai passivo – rafforzi il discorso di Preminger senza replicarlo. È un contrasto fertile, come se le sue note sorvegliassero dall’esterno l’incandescenza del tenore.

Non manca la velocità. Mopti e FTSC, omaggi a Don Cherry e alle sue geometrie africane, aprono spazi di movimento puro. Ma anche quando la musica accelera, il cuore resta cupo. Il groove si sposta, si contorce, pare trascinare dietro di sé le scorie del pensiero. È jazz fisico, narrativo, costruito sul filo dell’equilibrio, come se il quartetto fosse sempre a un passo dalla frattura, e proprio lì trovasse la sua libertà.

La qualità più profonda di Dark Days rimane, tuttavia, la sua onestà. Non è un disco programmato, non è una prova di forza. È una confessione in tempo reale. Registrato alla fine del 2024, poco dopo l’annus horribilis del leader, conserva l’immediatezza del laboratorio: brani nati sul palco, ripassati nelle notti di Boston al Wally’s, limati davanti a un pubblico reale, prima di trovare la forma definitiva. Si sente: la musica respira come musica vissuta, non progettata.

Preminger – spesso celebrato per la sua ferocia improvvisativa – qui è soprattutto narratore. Il suo tenore ha un tono scuro, corto di fiato, graffiato da un pathos trattenuto. Ogni frase sembra arrivare da un luogo preciso, con un peso specifico. Non c’è vanità atletica, né virtuosismo esibito. È jazz adulto, che non teme i silenzi né la stanchezza. Perfino nei momenti più ardenti, la sua forza proviene dalla moderazione: un respiro trattenuto vale più di cento note.

La chiusura, con Barca, è un sollievo amaro: una brezza tiepida dopo la tempesta, un approdo non pacificato ma possibile. È come se il disco, proprio lì, trovasse il suo scopo profondo: non curare, ma accompagnare.

Dark Days è uno degli album più compiuti della carriera di Preminger, un lavoro che combina fragilità e rigore, violenza ed eleganza, ruminazione e slancio. È un disco che chiede un ascolto lento, un’immersione paziente, e che lascia un segno non per la quantità di idee, ma per la precisione con cui le trasforma in esperienza. Racconta un dolore personale, sì. Ma chiunque abbia attraversato una stagione difficile riconoscerà in queste nove tracce un movimento più universale, come se Preminger, nel buio, avesse trovato una via d’uscita su cui possiamo camminare anche noi.

Un album necessario, senza alibi. Una lezione di vulnerabilità che diventa musica. E, ascoltandolo, si ha la sensazione limpida che quei giorni oscuri non siano passati invano.

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