
L’ultimo album di Noah Preminger, Dark Days, nasce da un margine sottile, quello fra la frattura privata e la forza collettiva della musica. È un disco che arriva dopo un anno di sconquassi – un matrimonio finito, una malattia che ha incrinato il corpo e la fiducia, il peso dei giorni che si accumulano senza tregua – e porta impresso tutto questo nella materia stessa del suono. Il titolo non maschera nulla: parla di oscurità, di un tempo che ha morso, ma anche di una sorprendente lucidità creativa. La musica non cerca di abbellire il dolore, lo attraversa, lo distilla e lo restituisce come racconto.
Preminger suona con un quartetto che sembra progettato per sostenere questa traversata emotiva: Kim Cass al contrabbasso – complice di lungo corso, presenza strutturale più che semplice motore ritmico – Terreon Gully alla batteria, veloce nell’immaginare scenari dinamici e nell’intagliare il tempo come fosse materia viva, ed Ely Perlman alla chitarra, voce giovane e tagliente, capace di dare al gruppo un colore inedito, un’elettricità sobria, dolente, che smuove le armonie dall’interno. Nessuno di loro accompagna, tutti respirano insieme.
