Registrato tra palco e studio in Spagna, “Four Freedoms” è l’ultimo progetto del trombettista, affiancato da Marta Warelis, Nick Dunston e Joey Baron. È un album teso, articolato e fondato sul dialogo.

In modo discreto, quasi obliquo, Dave Douglas riesce da anni a far entrare la storia e la politica dentro la musica, senza mai trasformarla in slogan. Four Freedoms nasce da un riferimento esplicito e ingombrante, il discorso sullo stato dell’Unione di Franklin D. Roosevelt del 1941, con la celebre enunciazione delle quattro libertà fondamentali: di parola, di culto, dal bisogno, dalla paura. Ma l’album non “illustra” quelle parole, le assume come tensione formale, come campo di forze in cui il jazz può ancora interrogare il proprio statuto di musica libera e strutturata allo stesso tempo.
Douglas lo dice con chiarezza nelle note: “Libertà nella struttura, struttura nella libertà”. Non è solo una formula elegante, è il principio che regge l’intero disco, e che trova nel nuovo quartetto – Marta Warelis al pianoforte, Nick Dunston al contrabbasso e Joey Baron alla batteria – un organismo ideale per essere messo alla prova. Band geograficamente fluida, formatasi tra tournée europee e affinità elettive, ma capace di suonare come se condividesse lo stesso respiro da anni: una disciplina dell’ascolto che è già, in sé, una forma di etica.
l rapporto storico tra Douglas e Baron fornisce una spina dorsale elastica: il batterista tiene insieme il flusso e lo destabilizza con una naturalezza che nasce da decenni di linguaggio comune. Warelis e Dunston portano invece una tensione più spigolosa, contemporanea, un modo di abitare la forma che non la nega ma la mette costantemente in discussione. Il risultato è un quartetto senza gerarchie fisse: la tromba del leader non è un centro autoritario, bensì un nodo mobile dentro una rete di relazioni sonore.
L’apertura di Grits chiarisce subito il tono: energia scattante, senso del gioco, una vitalità che non coincide con leggerezza ma con precisione nel rischio. Douglas entra con frasi che sembrano chiamate, Baron risponde con una batteria che dialoga e poi scappa, Warelis si insinua negli interstizi, Dunston costruisce un fondo elastico che non è mai semplice sostegno. In Sandhog, omaggio agli operai dei tunnel newyorkesi, la musica prende una grana più terragna fatta di un groove ostinato, blues filtrato da astrazione moderna e una tensione che sembra nascere dal lavoro fisico e trasfigurarsi in slancio simbolico. È uno dei momenti in cui Douglas riesce meglio a tenere insieme concretezza narrativa e apertura formale: la fatica come ritmo, la libertà come luce lontana.
Il brano che dà il titolo all’album è il cuore più esposto del progetto, costituito da uno spazio rarefatto, un pianoforte preparato, una tromba che esplora timbri e resistenze, un contrabbasso ad arco che scava un’ombra inquieta e una batteria che frantuma il tempo senza distruggerlo. Qui la libertà è una condizione fragile, una negoziazione continua tra autonomia individuale e forma collettiva. L’improvvisazione non coincide con l’arbitrio, ma con la responsabilità di stare dentro un campo comune che si trasforma mentre lo si attraversa.
Militias affila il discorso: tema frammentato, avanzamenti a scatti, tensione nervosa che non esplode mai in retorica. Fire in the Firewood parte da un’introduzione di Dunston quasi colloquiale, come una voce che accende lentamente la fiamma, mentre il gruppo entra per cerchi concentrici, alimentando un crescendo che resta sempre sul bordo della combustione controllata. Anche qui, la metafora politica resta implicita: la parola che scalda, la comunità che risponde, il rischio costante che il fuoco divampi o si spenga.
Nei brani conclusivi – My First Rodeo e Ruminants – emerge un’altra dimensione della libertà, intesa come condizione in divenire, pratica quotidiana di aggiustamento. Ruminants, in particolare, si distende come una meditazione lenta, in cui un’ispirata Warelis apre spazi di riflessione sonora e Douglas entra con una tromba che sembra prima epigrafe, poi domanda aperta. La forma si dilata, si ricompone, accetta la propria instabilità come parte del senso.
Anche il modo in cui l’album è stato registrato – in parte dal vivo al Getxo Jazz Festival, in parte il giorno dopo sullo stesso palco, ma senza pubblico – contribuisce a questa dialettica tra urgenza e riflessione. Si sente la volatilità del momento performativo, ma anche la chiarezza che nasce da una seconda possibilità di ascoltarsi. Il suono conserva trasparenza, non leviga gli spigoli, ma lascia emergere le micro-tensioni che fanno di Four Freedoms un disco vivo, non un oggetto rifinito per compiacere.
Alla fine, la forza di questo lavoro sta nel modo in cui Douglas trasforma un’idea politica in una pratica musicale concreta: suonare insieme come esercizio di libertà responsabile, costruire forme che non imprigionano, ma rendono possibile il dialogo. In un tempo che tende a ridurre la libertà a parola vuota o a gesto solitario, Four Freedoms ricorda che la libertà, nel jazz come nella vita, esiste solo se diventa relazione.

