18 Gennaio 2026

Parlando di jazz / Echi di un’altra modernità

In “Smoke Shifter” Chad Taylor rilegge l’estetica degli small group degli anni Sessanta con una sensibilità contemporanea.

Nel fitto reticolo del jazz contemporaneo statunitense, Chad Taylor occupa da anni una posizione singolare: onnipresente eppure defilato, essenziale ma mai mediatico. Batterista molto richiesto, cofondatore del progetto Chicago Underground, sodale di figure come Rob Mazurek, James Brandon Lewis e della compianta Jaimie Branch, Taylor ha costruito la propria autorevolezza più sull’ascolto che sull’imposizione. Smoke Shifter, sesta uscita a suo nome, è forse il disco che più chiaramente rende visibile – e udibile – questa filosofia.

Registrato con un quintetto in gran parte radicato a Philadelphia, città dove Taylor risiede da quasi un decennio, l’album riunisce il sassofonista Bryan Rogers, il vibrafonista brasiliano Victor Vieira-Branco, il bassista Matt Engle, e il trombettista newyorkese Jonathan Finlayson, presenza leggermente eccentrica rispetto al nucleo cittadino, come un satellite che altera con discrezione il campo gravitazionale del gruppo. Tutti, tranne Finlayson, contribuiscono alla scrittura, una scelta che non è solo democratica, ma strutturale.

Il suono di Smoke Shifter guarda indietro senza nostalgia. Le formazioni senza pianoforte della metà degli anni Sessanta – i Contemporary Five, certe combinazioni Mulligan/Baker, ma anche l’ombra lunga di Bobby Hutcherson – affiorano come memorie musicali, non come modelli da replicare. È un jazz che conosce la tradizione e la usa come materiale elastico, pronto a piegarsi sotto il peso dell’improvvisazione collettiva.

L’apertura è affidata a Broken Horse di Rogers, un 6/8 nervoso e danzante, costruito su una linea di basso vigorosa che sembra emergere dal nulla per diventare asse portante del brano. Taylor non spinge, stabilisce piuttosto un terreno stabile, lasciando che la musica avanzi per accumulo, per piccoli scarti ritmici. Avian Shadow di Engle rallenta il passo e introduce una dimensione più sospesa, quasi rituale, dove il vibrafono di Vieira-Branco lavora per risonanze e colori, mentre Finlayson inserisce un assolo lucidissimo, di controllo più che di espansione.

I due contributi del leader sono il cuore poetico del disco. Waltz for Meghan, dedicato alla moglie, è una pagina di rara eleganza: un valzer stratificato, attraversato da echi africani e da un senso di moto continuo che ricorda il jazz da camera più ispirato. La title track, Smoke Shifter, gioca invece su una metrica obliqua e su un contrappunto leggero tra tromba e sax, rivelando l’istinto compositivo di Taylor per l’interazione più che per il tema in sé. Nulla è decorativo, tutto è funzione del dialogo.

Il finale, affidato ai due brani di Vieira-Branco, spinge il disco verso una zona più enigmatica. October 26th ipnotizza con un 4/4 lento e magnetico, mentre Paradise Lawn/October 29th frantuma e ricompone la forma, passando da un’introduzione astratta a un valzer fluido in cui la batteria di Taylor diventa narrazione pura. Qui il quintetto sembra suonare le linee armoniche invece della melodia, come se l’insieme fosse più importante di qualsiasi singola voce.

La forza di Smoke Shifter sta proprio in quest’assenza di un centro stilistico rigido. Hard bop, post-bop, improvvisazione libera, momenti tonali e deviazioni atonali convivono senza attrito, tenuti insieme da una concezione ritmica che non impone, ma orienta. Chad Taylor non è un leader che si mette davanti alla band, è piuttosto un catalizzatore. E questo disco, privo di cliché e ricco di intelligenza collettiva, suggerisce una cosa con chiarezza rara: il suo nome meriterebbe di comparire più spesso in copertina.

Ritrova qui tutte le recensioni di Mimmo Stolfi

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