12 Aprile 2026

Parlando di jazz / Elephant, il peso dell’immaginazione

 

Adam O’Farrill firma il suo lavoro più bello e compiuto: un quartetto che trasforma la complessità in movimento, la memoria del jazz in materia viva e instabile.

Il titolo suggerisce massa, ingombro, una presenza che grava. La musica di Adam O’Farrill sceglie invece un’altra traiettoria: scivola, si piega e cambia direzione con una leggerezza nervosa che appartiene più all’aria che alla terra. Più a un’aquila che a un’elefante. Da questa frizione iniziale prende forma l’intero disco, come se ogni idea sonora nascesse già in movimento, pronta a sottrarsi a una definizione stabile.

Il quartetto, con Yvonne Rogers al pianoforte, Walter Stinson al contrabbasso e Russell Holzman alla batteria, agisce come un corpo unico ed elastico, attraversato da impulsi che non si fissano mai in una forma definitiva. La scrittura non precede l’azione, la attraversa, e proprio mentre si realizza sembra incrinarsi e aprire traiettorie laterali. Qui si misura la maturità di O’Farrill, la tradizione non viene evocata come repertorio, viene assorbita fino a diventare materia instabile, qualcosa che vibra e si trasforma nel gesto stesso dell’esecuzione.

Curves and Convolutions imposta subito questo lessico. Una geometria obliqua, quasi meccanica, si anima progressivamente fino a farsi organismo pulsante. Il metro irregolare non è un artificio, ma un campo di possibilità; il fraseggio si colloca appena fuori asse rispetto al tempo, come se lo osservasse di lato. Rogers apre con una cascata di arpeggi taglienti, quasi percussivi, mentre Stinson risponde con note asciutte, pizzicate vicino al ponticello, che spezzano la continuità del flusso. Quando entra O’Farrill, la tromba non irrompe, si insinua, il suono inizialmente compresso si dilata con un leggero riverbero e poi si increspa in attacchi obliqui. L’intensità cresce per addizione e slittamento, mai per accumulo lineare, e trova nel lavoro collettivo la sua forma più credibile.

Altrove, il disco cambia pelle senza mai perdere identità. Eleanor’s Dance introduce una pulsazione che guarda al soul filtrato da un’immaginazione timbrica un po’ rétro. Qui la tromba con sordina disegna una linea semplice, quasi ostinata, mentre la mano destra di Rogers insiste su figure alte e luminose, lasciando alla sinistra accordi più densi, terrosi. In Thank You Song affiora un’energia indie rock che resta trattenuta, costruita su una spinta ritmica continua, senza bisogno di esplodere. Ogni riferimento stilistico viene attraversato e trasformato, come se O’Farrill lavorasse per sottrazione, lasciando emergere solo ciò che può ancora dare davvero senso al brano.

Sea Triptych rappresenta il punto di maggiore espansione. Along the Malecon avanza con una spinta irregolare, sostenuta da un basso che procede per cellule ripetute, leggermente spostate, come onde che non coincidono mai del tutto. In The Three of Us, Floating il tempo sembra sospeso, Rogers lascia cadere poche note distanziate, mentre la tromba lavora con l’eco, ogni suono si prolunga e si sovrappone al successivo creando una trama quasi liquida. Iris Murdoch introduce invece un’inquietudine più fisica, Stinson accelera delineando una figura incalzante, Holzman lo segue con colpi nervosi, leggermente sgranati, e la tromba attraversa questo spazio con frasi spezzate, come se cercasse un appiglio ritmico senza volerlo trovare davvero .

Una tensione diversa attraversa The Return, costruita per blocchi che si attraggono e si respingono. Il tempo si dilata, si contrae, lascia emergere zone di sospensione in cui la tromba lavora sul peso del suono, sulla sua durata interna. O’Farrill attacca le note con un leggero ritardo, le lascia vibrare fino a consumarsi, poi rientra con frasi più fitte che si aggrovigliano attorno al pianoforte. In un passaggio centrale, Rogers si espone con un’improvvisazione quasi libera, le mani si muovono in direzioni divergenti, la destra costruisce linee spezzate, la sinistra insiste su nuclei ritmici più scuri, fino a ricondurre tutto a una nuova stabilità.

Nel dialogo con Bibo No Aozora di Ryuichi Sakamoto, la musica trova un’altra profondità. L’elettronica introduce una distanza sottile, come un alone che circonda il suono acustico. La tromba entra morbida, quasi trattenuta, il timbro si arrotonda e si apre lentamente, mentre pianoforte e contrabbasso costruiscono un accompagnamento rarefatto, fatto di respiri più che di accenti .

A colpire, lungo tutto il disco, è la qualità del dialogo. Nessuna centralità imposta, nessuna gerarchia evidente. Anche nei momenti più esposti, la tromba resta parte di un tessuto che reagisce trasformandosi. L’idea stessa di assolo viene assorbita dentro un processo collettivo più ampio, dove ogni gesto modifica l’equilibrio complessivo.

Elephant lavora così, non definisce, mette in tensione. Non propone una nuova formula del jazz contemporaneo, lo attraversa e lo rende più difficile da afferrare in categorie troppo note. Rimane una sensazione di movimento continuo, come se la musica non avesse mai davvero smesso di cambiare forma.

 

 

Ritrova qui tutte le recensioni di Mimmo Stolfi

Post correlati

Per Emily in Rome serve “uscire i soldi”

Massimiliano Di Giorgio

BRT, ovvero la metro su gomma: Roma ne ha bisogno, ma non è facile farla

RR

Un colore assoluto. Le opere di Helen Frankenthaler in mostra a Roma

Luisa Sisti

Giorgia Sallusti, Twitter-libraia

Massimiliano Di Giorgio

L’arte del carbone in mostra per il progetto BiochArt

Luisa Sisti

Pascoli che custodiscono il futuro

RR

Lascia un commento