10 Febbraio 2026

Parlando di jazz / Fieldwork, la geometria dell’imprevisto

Dopo diciassette anni, il supertrio guidato da Vijay Iyer torna con “Thereupon”: un’opera che sfida struttura, ritmo e percezione, tra rigore e vertigine.

Diciassette anni di silenzio e poi il ritorno: Thereupon riporta in vita Fieldwork, il supertrio formato da Vijay Iyer (pianoforte, Rhodes), Steve Lehman (sassofono contralto) e Tyshawn Sorey (batteria). Non un semplice comeback, ma la riaffermazione di un’idea: il jazz come laboratorio, corpo a corpo con la forma, tensione costante tra rigore e vertigine. Non è un disco nostalgico, anzi, sembra scritto per dimostrare che la ricerca non è mai stata interrotta, solo rimandata.

L’attacco è frontale. Propaganda è una dichiarazione di intenti. Iyer costruisce riff implacabili, frantumati da cluster improvvisi, mentre Sorey incendia la griglia ritmica con colpi spezzati e incastri micidiali. Lehman entra come un taglio netto, spingendo il fraseggio oltre la logica del tema. È musica che corre senza paracadute, feroce e calibrata allo stesso tempo. Embracing Difference raddoppia la posta. I metri dispari, il gioco di accenti, il dialogo tra piano e sax che si avvita in spirali poliritmiche mentre la batteria rilancia con colpi irregolari, creando un effetto di sospensione perenne.

Il centro del disco è una zona di tensione e rilascio. Evening Rite vive di linee all’unisono tra Lehman e Iyer, spezzate da improvvise frenate, come se il trio stesse giocando a inseguirsi lungo un binario interrotto. In Fire City, il groove diventa incandescente, quasi funk nell’energia, ma subito tradito da deviazioni metriche che spiazzano ogni aspettativa. Domain esplode in un caleidoscopio di attacchi, con Lehman che spinge il registro acuto fino al limite, mentre Iyer cesella pattern che si deformano come specchi curvi.

Poi, d’improvviso, la musica apre un’altra dimensione: Astral è un respiro cosmico, quasi una meditazione, con il pianoforte che si stacca dal suolo e Sorey alle spazzole, mentre il sax sospende il tempo in lunghe frasi che sembrano domande senza risposta. È un anticipo della rarefazione di The Night Before, chiusura eterea che intreccia pianoforte e Rhodes in una luce crepuscolare, tra piatti che scintillano e linee melodiche appena accennate, fino a svanire senza conclusione, come un sogno che non vuole finire.

Il brano che dà il titolo all’album, Thereupon, è un funambolo: metri mutevoli, variazioni di velocità, improvvisazioni che sembrano compressioni e dilatazioni dello spazio sonoro. Non è casuale che Iyer lo leghi a un passo del Vimalakirti Sutra, in cui il mondo si rivela come un intreccio di forme e illusioni. Anche qui, la struttura è un dispositivo che si apre e si richiude, rivelando strati sempre nuovi.

C’è una qualità telescopica in questa musica, più ci si avvicina, più emergono dettagli. Ripetere l’ascolto significa entrare in una mappa senza coordinate fisse, dove ogni suono rimanda a un altro. Non è un album che si lascia domare in fretta, chiede attenzione, ma la ricompensa è vertiginosa. Thereupon non è solo il ritorno di una delle formazioni più radicali degli ultimi decenni: è la prova che il jazz contemporaneo può ancora essere feroce, imprevedibile, pieno di visioni.

Ritrova qui tutte le recensioni di Mimmo Stolfi

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