Dopo diciassette anni, il supertrio guidato da Vijay Iyer torna con “Thereupon”: un’opera che sfida struttura, ritmo e percezione, tra rigore e vertigine.
Diciassette anni di silenzio e poi il ritorno: Thereupon riporta in vita Fieldwork, il supertrio formato da Vijay Iyer (pianoforte, Rhodes), Steve Lehman (sassofono contralto) e Tyshawn Sorey (batteria). Non un semplice comeback, ma la riaffermazione di un’idea: il jazz come laboratorio, corpo a corpo con la forma, tensione costante tra rigore e vertigine. Non è un disco nostalgico, anzi, sembra scritto per dimostrare che la ricerca non è mai stata interrotta, solo rimandata.
L’attacco è frontale. Propaganda è una dichiarazione di intenti. Iyer costruisce riff implacabili, frantumati da cluster improvvisi, mentre Sorey incendia la griglia ritmica con colpi spezzati e incastri micidiali. Lehman entra come un taglio netto, spingendo il fraseggio oltre la logica del tema. È musica che corre senza paracadute, feroce e calibrata allo stesso tempo. Embracing Difference raddoppia la posta. I metri dispari, il gioco di accenti, il dialogo tra piano e sax che si avvita in spirali poliritmiche mentre la batteria rilancia con colpi irregolari, creando un effetto di sospensione perenne.

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