Il debutto del Trio of Bloom unisce Taborn, Cline e Gilmore in un organismo musicale vivo, che intreccia jazz, rock ed elettronica con audacia e visione.
Un incontro non pianificabile, quasi alchemico: Craig Taborn, Nels Cline e Marcus Gilmore si trovano per la prima volta in studio e ciò che ne scaturisce è un organismo musicale che respira, muta e sorprende. Trio of Bloom non si limita a inaugurare una collaborazione, apre una porta su un paesaggio sonoro inedito, in cui le radici del jazz si intrecciano con l’energia del rock, la libertà dell’improvvisazione e la visionarietà dell’elettronica.
L’album si apre con una dichiarazione d’intenti: Nightwhistlers, brano di Ronald Shannon Jackson, affrontato con una libertà che è già manifesto. Gilmore costruisce alla batteria un reticolo ritmico ipnotico e asimmetrico, mentre Cline intarsia chitarre abrasive e stratificate, e Taborn stende droni e pulsazioni elettroniche dal sapore tellurico. È un omaggio e insieme un varco: un ponte teso tra la storia e il futuro.
I brani originali rivelano le diverse personalità senza mai perdere il senso del collettivo. Taborn offre paesaggi sonori che mutano pelle: Unreal Light si apre come un miraggio, trasparente e sospeso, per poi accendersi in un battito quasi africano; Why Canada è spigolosa, ostinata, con un’ironia obliqua che trasforma la tensione in energia pura. Gilmore sorprende con Breath, ballata rarefatta che si trasfigura in una corsa aerea, fatta di colpi cesellati su piatti e rullante. Cline, come da tradizione, attraversa con la sua caleidoscopica chitarra mille idiomi con naturalezza, dal funk sghembo di Queen King al blues-rock psichedelico di Eye Shadow Eye, fino all’oscurità crescente di Forge, che sfocia in Bend It di Terje Rypdal, trasformata in un inno rock-funk visionario.
Ma il cuore del disco è Bloomers, improvvisazione radicale che dà titolo al progetto. Un brano cangiante, in cui elettronica, pulsazione e distorsione convivono senza gerarchie, oscillando tra gioco e furia. È qui che il trio mostra la sua vera identità: non un supergruppo che somma le competenze di tre virtuosi, ma un laboratorio in cui ogni voce diventa necessaria all’altra.
Se decenni fa, i Power Tools, un trio unico formato dal chitarrista Bill Frisell, dal bassista Melvin Gibbs e dal batterista Ronald Shannon Jackson evocavano una “strana riunione” tra linguaggi inconciliabili, Trio of Bloom porta quell’eredità nel presente, in un mondo in cui i confini tra jazz, rock, elettronica e improvvisazione non hanno più senso. È musica carnale e cerebrale, urbana e surreale, che richiama tanto le architetture impossibili di M.C. Escher quanto il respiro elettrico della metropoli. Un disco che chiede ascolto attento, ma che restituisce in cambio una fioritura sonora in continua trasformazione.
Un debutto che sa già di classico contemporaneo: tre musicisti che, messi insieme, non si limitano a dialogare, ma creano un paesaggio intero, nuovo, pulsante di vita.

