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8 Marzo 2026

Parlando di jazz / Il futuro dell’Ethio-jazz

Più che un congedo, “Mulatu Plays Mulatu” di Astatke è un laboratorio aperto: classici reinventati, tradizioni intrecciate, un futuro ancora da scrivere.

 

Pochi artisti hanno saputo identificarsi con un genere al punto da diventarne il volto stesso. Nell’Ethio-jazz, quella figura è Mulatu Astatke. Vibrafonista, percussionista, instancabile inventore di forme ibride, da più di mezzo secolo Astatke ha fatto dialogare le scale etiopi con il jazz americano, le ritmiche afro-latine con l’improvvisazione più libera, fino a creare un linguaggio che oggi sembra antico e modernissimo allo stesso tempo. Mulatu Plays Mulatu, annunciato come il suo disco d’addio, porta con sé il peso di un testamento e l’ebbrezza di una sfida finale.

Il progetto è semplice e radicale: tornare a undici composizioni storiche e riscriverle, con un organico che intreccia una big band londinese e gli strumentisti del Jazz Village di Addis Abeba. È un Ellington etiope quello che emerge, capace di trattare il proprio repertorio non come reliquia ma come materia viva, continuamente rimodellabile. La combinazione è prodigiosa: al fianco dei fiati occidentali risuonano masenqo, krar, washint, strumenti che non decorano ma sostengono l’ossatura dei brani, ne ridefiniscono il respiro.

Il lungo brano d’apertura, Zelesenga Dewel, mette subito in chiaro il programma: dieci minuti di trasformazioni, dal magma avant-garde al groove pulsante, con il vibrafono di Astatke che sembra fluttuare su un piano parallelo rispetto al resto della band. È un viaggio che contiene in nuce tutto l’album: stratificazione, dialogo, ampiezza di prospettiva. Così Netsanet diventa un caleidoscopio funk in cui il masenqo intreccia il suo canto con il pianoforte scintillante; Chik Chikka recupera l’energia delle danze popolari etiopi con battiti di mani e ululati rituali; Yekatit si accende di wah-wah e richiami all’età d’oro degli anni Settanta.

Il cuore emotivo dell’album resta Yekermo Sew, già reso celebre dal film Broken Flowers di Jim Jarmusch, che qui si dilata e si reinventa, sospeso tra malinconia etiope e jazz latino, con un’eleganza che solo Astatke sa evocare. Ogni brano, più che rivisitato, è allargato, aperto a improvvisazioni e a nuove geometrie sonore, come se Astatke avesse deciso di consegnare al futuro non un museo, ma un laboratorio in piena attività.

C’è, inevitabilmente, un senso di commiato. Ma è un addio che non suona nostalgico: Mulatu Plays Mulatu vibra di presente, testimonia la vitalità di un ottantunenne che non si limita a custodire un’eredità ma la rilancia, la trasfigura, la proietta oltre di sé. È un disco che celebra una vita di invenzioni e al tempo stesso riapre tutte le domande sul futuro di un genere che lui stesso ha creato.

Se davvero questo sarà l’ultimo capitolo, Mulatu Astatke lascia non un monumento, ma un organismo vivente, un Ethio-jazz più grande, più vasto, più radicale di prima.

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