Dopo 13 anni di silenzio, il sassofonista di Filadelfia torna con “Painter of the Invisible”, un disco che intreccia lutto e memoria, spiritualità e denuncia, poesia e identità.
Tredici anni di silenzio discografico possono essere una pausa o un’incubazione. Per Jaleel Shaw, sono stati entrambe le cose. Painter of the Invisible, il nuovo album del sassofonista contralto di Filadelfia, è un’opera attraversata da lutti, memorie, consapevolezze politiche e spirituali. Ma non è un disco mesto o dimesso: è, anzi, una dichiarazione d’identità, di vitalità, di amore duraturo verso chi non c’è più e verso chi resiste. Una testimonianza intensa, a tratti lancinante, sempre viva, di come il jazz possa ancora essere uno strumento di espressione individuale profonda, un atto poetico e politico allo stesso tempo.
Il disco si apre con Good Morning, breve preghiera musicale che introduce un programma narrativo stratificato, composto da undici brani tutti scritti da Shaw. C’è Boston, in Beantown, e con essa l’eco dei giorni al Berklee College, tratteggiata da un groove irregolare e ipnotico su cui il contralto di Shaw danza con lucidità e ferocia, senza mai indulgere in manierismi. C’è l’America invisibile – quella di Tamir Rice, ucciso a dodici anni da un poliziotto a Cleveland – evocata in un brano che si muove tra l’introspezione coltraniana e una furia trattenuta, senza mai scadere nell’enfasi: una marcia modale e afrocentrica in 6/4, sospesa tra dolore e dignità.
Shaw non si limita a eseguire: in ogni brano sembra dipingere l’aria stessa, come suggerisce il titolo dell’album. E se la sua voce di contralto è chiara, brunita, capace di toccare la carne viva del suono, è anche il suo linguaggio compositivo a impressionare: un post-bop moderno, animato da una sensibilità armonica sofisticata, ma sempre ancorato alla melodia, come in Gina’s Ascent e Meghan, dedicate rispettivamente alla cugina e all’attivista musicale Meghan Stabile, entrambe scomparse prematuramente.
Non è un caso che Shaw abbia scelto di collaborare con alcuni tra i musicisti più sensibili della scena attuale. Il pianista Lawrence Fields e il bassista Ben Street formano l’ossatura armonica dell’album, mentre il giovane batterista Joe Dyson scolpisce ritmi complessi e ricchi di groove con precisione infuocata. Due ospiti spiccano: Lage Lund alla chitarra, con assoli luminosi che portano aria e riflessione, e Sasha Berliner al vibrafono, che firma momenti di rara delicatezza, come in Gina’s Ascent o nell’elegiaca Until We Meet Again, commiato dedicato al sassofonista Casey Benjamin.
Il cuore del disco, però, pulsa in due brani speculari. Da un lato, Baldwin’s Blues, tributo sobrio e appassionato a James Baldwin, in cui Shaw costruisce un solo denso e discorsivo, sostenuto da una ritmica possente e malleabile. Dall’altro, Invisible Man, ispirato all’omonimo romanzo di Ralph Ellison, che si fa manifesto esistenziale: una suite in sette tempi che attraversa con forza visionaria i temi dell’identità nera e dell’invisibilità sociale.
Painter of the Invisible è un titolo che suona come una sfida: dare forma e voce a ciò che troppo spesso viene ignorato, cancellato, ridotto al silenzio. In questo senso, Shaw riesce nell’intento con una chiarezza e una grazia rara. Non è un disco che si accontenta di suonare bene: è un disco che vuole significare, che esige ascolto attento, che restituisce l’idea di un jazz capace ancora di essere arte viva, impegnata, personale fino al midollo.
Se questo è il frutto di tredici anni di silenzio, ben vengano le attese, purché si concludano con opere di questa potenza. Ma la speranza, ora, è che Shaw non sparisca di nuovo. La sua voce è necessaria, il suo suono è visione, la sua musica è memoria che respira.

