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25 Gennaio 2026

Parlando di jazz / Jazz post-umano: il futuro è già qui

Con “Clone Row”, Ches Smith realizza il suo lavoro più lucido e visionario, un album che condensa tutte le sue più disparate esperienze musicali in una forma viva e folgorante

C’è un momento, mentre si ascolta Clone Row, in cui il cervello smette di cercare coordinate e si arrende a un flusso sonoro che sembra provenire da una galassia parallela. Eppure, tutto è preciso, cesellato, calibrato. È jazz, sì, ma anche no. È avanguardia, ma con groove. È rock fratturato, elettronica irregolare, poliritmia decostruita. È, soprattutto, Ches Smith.

Mente instancabile e multiforme della scena creativa contemporanea, Il batterista californiano firma con Clone Row il suo lavoro più lucido e visionario, un disco che sembra condensare tutte le sue esperienze e le sue ossessioni in una forma compiuta, viva, folgorante. Reduce dai viaggi voodoo di Path of Seven Colors e dall’inquietudine distillata di Laugh Ash, Smith apre qui un nuovo portale sonoro, affiancato da un quartetto fuori dai soliti schemi: Mary Halvorson e Liberty Ellman alle chitarre (rispettivamente canale destro e sinistro, in un gioco stereo che diventa narrazione spaziale), e Nick Dunston al basso ed elettronica, a fornire la materia oscura che tutto connette.

Il titolo, Clone Row, è un enigma in sé. Evoca la tone row schoenberghiana ma anche una fila di cloni litigiosi, un cortocircuito concettuale tra composizione dodecafonica e fantascienza ironica. E la musica si muove esattamente in questo spazio ambiguo: rigorosa e delirante, aritmica e seducente, futurista e profondamente umana.

Fin dalle prime battute di Ready Beat, Smith ci catapulta in un dancefloor obliquo dove la batteria pulsa come un motore krautrock, le chitarre fendono l’aria come lame di luce, e l’elettronica mormora in sottofondo minacce e visioni. Poi il viaggio si frammenta, si ricompone, si apre a territori inaspettati: Abrade With Me è una mini-sinfonia glitchy con linee che si inseguono e si ignorano, Heart Breakthrough sovrappone Haiti, Brooklyn e Saturno con vibrafoni sognanti e beat che sembrano generati da un’intelligenza aliena.

Il centro emotivo del disco è la title track: costruita su una serie di dodici toni “clonata” e resa viva dall’interplay dei quattro, è un esempio di come Smith sappia combinare struttura e libertà con una naturalezza che lascia sbalorditi. Non c’è nulla di gratuito o virtuosistico in Clone Row: tutto ha senso, anche quando sembra non averne. L’equilibrio tra partitura e improvvisazione è chirurgico, ma mai freddo.

Qui le chitarre sono un’arma affilatissima. Halvorson, con i suoi glissandi nervosi e l’uso espressivo dei pedali, è come sempre imprevedibile. Ellman risponde con un fraseggio più tagliente, quasi funk, creando un dialogo laterale che attraversa ogni brano come una tensione carsica. Dunston, dal canto suo, non è solo un bassista: è un ingegnere del suono mobile, capace di tessere trame elettroniche che sostengono, avvolgono, destabilizzano.

Il tocco finale lo dà Smith stesso, alla batteria e al vibrafono: la sua visione percussiva non è mai solo ritmica, è architettura sonora, gesto plastico, materia che vibra. I suoi pattern sembrano a volte nati da algoritmi erranti, eppure respirano. La sua arte sta proprio qui: nel costruire strutture matematiche che pulsano di vita.

Più che un album, Clone Row è un organismo. Cambia forma, muta colore, ma resta coerente, animato da una forza interna che spinge sempre avanti, oltre. È un disco che non ha paura di esplorare, ma che non smarrisce mai il senso del gioco e della bellezza accidentale.

In un panorama musicale dove spesso l’avanguardia rischia di diventare manierismo e il jazz si ripiega su sé stesso, Ches Smith firma un’opera che è una lezione di creatività radicale, una festa dell’intelligenza sonora, un manifesto della musica come pensiero in movimento.

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