Con “Motion II”, il supergruppo della Blue Note conferma che l’incontro tra grandi individualità ha senso solo quando genera una visione comune, fatta di ascolto, tensione e movimento condiviso.

Una domanda ritorna ogni volta che un’etichetta mette insieme alcune delle sue voci più forti: operazione celebrativa o vera band? Nel caso degli Out Of / Into, la risposta è ormai chiara. Motion II non è un’appendice, né un “volume due” concepito per sfruttare l’inerzia del successo di Motion I, è piuttosto un secondo affondo, più consapevole e più denso, dentro un’idea di jazz collettivo che rifiuta tanto la nostalgia quanto l’esibizione muscolare o virtuosistica.
Registrato durante il lungo tour del 2024 che ha accompagnato l’85° anniversario della Blue Note Records, Motion II restituisce una musica che nasce dal tempo condiviso, dall’attrito quotidiano tra linguaggi affini ma non sovrapponibili. Immanuel Wilkins, Gerald Clayton, Joel Ross, Matt Brewer e Kendrick Scott non si limitano a suonare insieme, ma costruiscono un gruppo coeso in cui ogni gesto individuale è immediatamente messo in relazione, assorbito, rilanciato.
L’apertura, Brothers in Arms, funziona come un manifesto implicito. La scrittura è mobile, piena di pieghe ritmiche e armoniche, ma sempre sorvegliata. Gli assoli sono brevi, concentrati, quasi riluttanti a prendersi il centro della scena. Ciò che conta è il modo in cui il gruppo rientra, si ricompone, usa lo spazio come materiale attivo. È un jazz che pensa mentre suona, che non cerca la risoluzione ma una tensione prolungata, interrogativa. Finding Ways accentua questa logica: linee all’unisono, figure ascendenti, una batteria che non si limita ad accompagnare ma orienta e arricchisce il flusso sonoro. Le bacchette di Scott lavora per sottrazione, suggerendo traiettorie più che imporre accenti, mentre Ross al vibrafono e Wilkins al sassofono contralto intrecciano timbri che sembrano respirare insieme. In Juno, la forma della ballata viene dilatata fino a diventare campo emotivo. Il contrabbasso apre uno spazio fragile, quasi esposto, su cui pianoforte e vibrafono disegnano onde lente, mentre il sax indaga senza mai sovraccaricare.
Il cuore del disco sta forse nella capacità di far convivere memoria e presente senza trasformare la prima in stile e il secondo in slogan. Familiar Route richiama certe atmosfere modali della Blue Note di metà anni Sessanta – Maiden Voyage è un’ombra che passa, non un modello da imitare – ma il trattamento ritmico, le sospensioni, l’uso del pianoforte elettrico spostano tutto in un orizzonte decisamente contemporaneo. The Catalyst gioca con l’idea di groove, lo promette e lo nega, lasciando che la pulsazione resti sempre leggermente fuori fuoco, come se il tempo fosse un terreno instabile da attraversare con cautela.
La chiusura, Nacho Supreme, è il momento più esplicitamente cinetico: swing, walking bass, scarti improvvisi, un assolo di batteria che non è sfogo ma architettura. Qui il quintetto sembra riconoscere apertamente il debito verso una certa tradizione Blue Note, salvo poi rimetterla immediatamente in circolo, privata di ogni compiacimento rétro.
Motion II non ha l’effetto-sorpresa del primo capitolo, e non lo cerca. È un disco più raccolto, più riflessivo, che punta sulla coesione profonda piuttosto che sull’urgenza dichiarativa. L’insieme, ancora una volta, è più forte delle singole parti: non perché le individualità si attenuino, ma perché trovano una forma comune in cui espandersi. Un jazz che si muove, sì, ma soprattutto che pensa il proprio movimento.
