13 Febbraio 2026

Parlando di jazz / Risuona di nuovo la suite della libertà

Sessantacinque anni dopo “Freedom Now Suite”, Terri Lyne Carrington e Christie Dashiell realizzano una nuova, potente e sempre attuale versione del capolavoro di Max Roach.

Nel 1960, nel pieno del fermento per i diritti civili, Max Roach firmava con We Insist! Freedom Now Suite uno dei manifesti più audaci e politicizzati della storia del jazz. Sessantacinque anni dopo, Terri Lyne Carrington riapre quella partitura ideologica e musicale, rifacendosi a quel capolavoro senza cadere nella trappola del tributo. We Insist! 2025! è infatti molto più che una rivisitazione: è una riconfigurazione profonda, un gesto artistico e civile che interroga il presente con la memoria del passato.

Carrington, batterista, compositrice e intellettuale jazz tra le più acute del nostro tempo, sceglie come complice la cantante e paroliera Christie Dashiell, la cui presenza non è accessoria ma strutturale. Non c’è solo bisogno di una voce femminile – come lo fu quella della divina Abbey Lincoln nell’originale – ma di un punto di vista aggiornato, affilato, sfaccettato. Dashiell non imita la furia militante di Lincoln: sussurra, sospira, cerca l’empatia più che lo scontro. Eppure è proprio in questa scelta di tono che si insinua la potenza politica dell’opera: in un’epoca anestetizzata dal rumore e dalla saturazione mediatica, il silenzio può essere più sconvolgente del grido.

Musicalmente, il progetto si muove con libertà estrema. La celebre Driva’ Man, con il suo 5/4 ossessivo, diventa un laboratorio ritmico dove il groove afro-funk convive con il blues, l’highlife e la spiritualità zulu. La band è un collettivo intergenerazionale e interdisciplinare che include giovani astri come il vibrafonista Simon Moullier, la trombettista Milena Casado, il chitarrista Matthew Stevens e il polistrumentista Morgan Guerin, oltre a incursioni di spoken word, danza tip tap e sound design. Tra le presenze simboliche, spicca quella di Julian Priester, unico superstite della sessione originale del 1960, che appare in Tears for Johannesburg con un assolo di trombone pieno di dignità e calore, come una voce dal profondo del tempo.

La suite si snoda tra brani storici e nuove composizioni. I due momenti di Freedom Day mostrano le due anime del disco: la prima più intima e cameristica, la seconda espansa in chiave neo-soul, con armonie che si intrecciano su una tessitura ritmica sofisticata. Triptych: Resolve/Resist/Reimagine è forse il centro pulsante dell’album, una costruzione drammatica, spezzata da slogan, vocalizzi, improvvisazioni libere, che sostituisce all’urlo primordiale di Lincoln una forma più franta, collettiva, stratificata. Come a dire che oggi la resistenza è polifonica, e il dolore ha mille voci.

C’è poi spazio per il pensiero esplicito, nelle sezioni parlate che punteggiano il disco. In Freedom Is…, le parole si fanno dichiarazione politica: “Niente muri, niente gabbie, niente soffitti di cristallo”. Non ci sono ambiguità, ma neppure retorica. L’eloquenza nasce dal ritmo, dalla coralità, dal modo in cui ogni elemento – parola, suono, gesto – trova la sua collocazione in un paesaggio sonoro complesso ma perfettamente bilanciato.

La produzione è curata ma mai levigata. C’è spazio per l’urgenza, per l’errore, per il rischio. Carrington non cerca la perfezione, ma l’aderenza al vero. In questo senso, We Insist! 2025! è figlio dello stesso spirito che animò l’originale: un jazz che non vuole solo essere ascoltato, ma che interroga, scuote, coinvolge. Non c’è nostalgia, semmai uno scarto consapevole. Non si replica il passato, lo si riattiva.

Questo album arriva in un momento storico delicatissimo per l’America, tra derive populiste e autoritarie, crisi sociali e lotte non sopite. La musica di Carrington non è una fuga dalla realtà, ma un modo per entrarci dentro con strumenti affilati. Il jazz, ancora una volta, si conferma non solo linguaggio estetico ma forma di pensiero, strumento di dissenso e possibilità di comunità. Con We Insist! 2025!, Terri Lyne Carrington e Christie Dashiell ci ricordano che ogni epoca ha bisogno della sua suite per la libertà. E che il jazz, quando è davvero tale, non ha paura di insistere.

Post correlati

“Ravel 150”, a Roma pagine attuali del genio musicale francese

Luisa Sisti

La Roma al telefono / Cremonese – Roma 1-3, un rullo compressore

Parlando di jazz / Il coraggio di entrare nella stanza più grande

Mimmo Stolfi

Un corteo che viene da lontano

Laura Crialesi

Il criticone / Anemone, di Ronan Day-Lewis

Francesco Alò

Il comunista in Borghese

Angelo Brunetti

Lascia un commento