In “Points in Time”, John Yao and His 17-Piece Instrument raccontano il tempo, la memoria, l’erosione e la rinascita. La big band diventa una forma di autobiografia collettiva.
Ci sono dischi che celebrano un ritorno. Altri che segnano una conquista. Points in Time, nuova uscita di John Yao e della sua 17-Piece Instrument, riesce in qualcosa di più raro: condensare vent’anni di esistenza musicale in un gesto orchestrale denso, articolato e profondamente personale. È un album che parla di tempo, certo – i dieci anni dal primo disco della big band, i venti dalla discesa di Yao nella bolgia newyorkese – ma non in termini di anniversario. È il tempo vissuto, stratificato, rimodellato in suono: quel tempo che muta il fraseggio, che affina l’orecchio, che trasforma la scrittura in voce. E Points in Time ha voce eccome.
Yao non si limita a dirigere un ensemble ampio e di impressionante coesione. Ne abita le pieghe come compositore, arrangiatore, improvvisatore, e soprattutto come narratore. Il disco si muove come un romanzo a episodi: ogni brano è un capitolo autonomo, ma tutti insieme raccontano una storia. La storia di un uomo che ha trasformato la sua vulnerabilità in architettura sonora.
Dalla vertigine assertiva di The Other Way, con il suo impianto dodecafonico che lambisce la frontiera tra swing e disintegrazione, fino alla malinconia dolce e meticolosa di Early Morning Walk, Yao mostra una padronanza del linguaggio orchestrale che non si rifugia mai nella mera nostalgia. La grammatica è quella classica – sezioni di sassofoni e tromboni che si incrociano, call and response tra ance e ottoni, climax urlati da full ensemble – ma l’accento è tutto moderno, in certi casi quasi cinematografico. Le dinamiche sono studiate con cura, ogni crescendo sembra provenire da una necessità narrativa più che da una convenzione formale.
L’album si apre con Upside, una sorta di overture in cui brillano il trombettista David Smith e il tenorsassofonista Tim Armacost, incorniciati da arrangiamenti che alternano libertà armonica e rigore ritmico. Il brano flirta con lo swing senza lasciarsene dominare, mostrando la capacità di Yao di danzare sui confini. Poi c’è Triceratops Blues, un piccolo capolavoro di umorismo timbrico, in cui il sassofonista contralto Billy Drewes e il trombonista basso Max Seigel si rincorrono in un duello “preistorico”, si scambiano assoli che evocano grugniti, lamenti e brontolii — suoni volutamente grezzi e animaleschi. È jazz che si mette a giocare senza perdere spessore.
A dare profondità ulteriore all’album sono i momenti in cui l’elemento biografico si fa suono. Song for Nolan, dedicato da Yao al figlio nato dopo una difficile battaglia contro il cancro, è gioia ritmica e vitalismo puro. Ma non c’è enfasi emotiva: la felicità è filtrata dall’intelligenza del compositore, che alterna assoli e dialoghi strumentali con misura quasi cameristica. Anche la rilettura di Finger Painting di Herbie Hancock, unica cover del disco, risulta un momento rivelatore: più che una parentesi, è una rifrazione – un modo per misurare la propria voce rispetto a una tradizione, per ridefinire affinità e distanze.
Al centro del disco, più che il trombone di Yao (solido e vibrante nei punti giusti), c’è un’idea di ensemble come corpo polifonico: una comunità sonora che vive, respira, ascolta. I veterani dell’ensemble – il tenorsassofonista Rich Perry, il batterista Andy Watson, il contrabbassista Robert Sabin – non sono comprimari, ma presenze che contribuiscono a costruire un’identità collettiva. In questo senso, Points in Time è anche un disco politico, non nel messaggio, ma nel metodo. Scrittura e improvvisazione convivono in un equilibrio democratico che restituisce dignità al lavoro d’orchestra nell’epoca del solista-dio.
Yao, recentemente insignito della Guggenheim Fellowship, conferma con questo album non solo la sua statura come compositore, ma la sua rara capacità di tenere insieme visione e mestiere, pensiero e sentimento, struttura e libertà. Points in Time non è un semplice ritorno, ma un punto di svolta. Un disco da ascoltare più volte, a volume alto, lasciandosi attraversare dalla sua forza quieta. Non è solo jazz orchestrale: è vita trascritta per diciassette voci.

