Joe Farnsworth spalanca le porte della sua musica alla sfida intergenerazionale con “The Big Room”: swing, lirismo e libertà in un album che è un manifesto di coraggio e apertura.
Da sempre sinonimo di swing granitico e fedeltà alla tradizione, Joe Farnsworth ha deciso da qualche anno di spingersi oltre i confini del proprio linguaggio. The Big Room è il manifesto più compiuto di questa evoluzione: un disco che fa dialogare la saggezza di un veterano con la fame creativa di una nuova generazione. Accanto al batterista, cinque compagni di viaggio che non hanno bisogno di presentazioni: Jeremy Pelt (tromba), Sarah Hanahan (sax alto), Joel Ross (vibrafono), Emmet Cohen (pianoforte) e Yasushi Nakamura (contrabbasso).
Il titolo non indica un club né uno studio, è una metafora. Big Room è quello spazio mentale e spirituale in cui il musicista, dopo anni di regole e disciplina, può dimenticare le regole e creare con naturalezza. Farnsworth ci entra spalancando le porte con Continuance, firmata da Hanahan: un vortice coltraniano che corre senza freni, con i fiati all’unisono e il leader che spinge la band come solo lui sa fare, tra ride febbrili e pennellate sui piatti.
Il passo cambia con What Am I Waiting For?, ballata di Joel Ross che apre squarci lirici: vibrafono sospeso, tromba di Pelt che sembra cantare e il contralto di Hanahan che disegna frasi di rara delicatezza. È la prima delle soste contemplative di un album che sa rallentare senza perdere tensione. The Big Room, il brano eponimo, è invece pura avventura, un duetto improvvisato tra Farnsworth e Ross, un dialogo fitto e imprevedibile, due correnti che s’intrecciano senza urtarsi.
Il blues resta una bussola imprescindibile: All Said and Done, firmata da Pelt, è uno slow-swing intriso di calore, dove Nakamura e Ross brillano di luce propria. Poi c’è Radical, altra prova di Ross, che parte con i fiati serrati e sfocia in assoli incandescenti, e You Already Know di Cohen, swing a piena corsa con Farnsworth libero di accendere la miccia. Il finale, Prime Time, è un omaggio al groove di Lee Morgan, un boogaloo dal sapore old school, con Hanahan e Pelt a prendersi l’ultima scena.
Due ballate – quella già citata di Ross e I Fall in Love Too Easily, tributo a Bill Evans – mostrano il lato più intimo del sestetto, fatto di dialoghi sussurrati, dinamiche sottili, e quella capacità rara di rendere il silenzio parte della musica.
The Big Room è un ponte tra epoche, una dichiarazione di coraggio e apertura. Farnsworth non rinnega nulla, ma sceglie la strada meno battuta. E il risultato è un lavoro che vibra di energia, eleganza e libertà.

