Con “City Life”, il trombonista statunitense ritrae la vita metropolitana in due set distinti, tra il minimalismo di un trio nudo e la ricchezza di un quintetto di grande respiro.
Il nuovo progetto di Michael Dease non è soltanto un disco doppio: è un viaggio in due atti, una mappa sonora che cattura la frenesia, i contrasti e le sfumature emotive della città contemporanea. Trombonista dal fraseggio ampio e dinamico, capace di fondere il peso della tradizione con la leggerezza dell’invenzione, Dease si è imposto negli ultimi anni come una delle voci più riconoscibili dello strumento, forte di una discografia che coniuga rigore e avventura. City Life segna il terzo capitolo della sua collaborazione con il compositore Gregg Hill, prolifico autore del Michigan capace di coniugare eleganza armonica e freschezza melodica, e di stimolare nel trombonista un’energia creativa particolarmente fertile.
L’incontro tra Dease e Hill è tutt’altro che occasionale. Il trombonista ha trovato nella scrittura di Hill un terreno ideale per esplorare, senza forzature, le zone di confine tra la classicità del linguaggio bebop e le aperture più contemporanee. Non è un caso che, dopo The Other Side e Swing Low, Dease abbia voluto ancora una volta immergersi in un corpus di brani del compositore, affiancandoli a pagine proprie e a riletture di maestri e colleghi.
Il primo disco di City Life mette in scena una formazione essenziale e poco comune: trombone, basso e batteria. Un organico che non concede nascondigli, in cui il dialogo tra i tre strumenti diventa trama e sostanza. Al fianco di Dease, la bassista Linda May Han Oh scolpisce linee profonde e sinuose, mentre Jeff “Tain” Watts imprime al flusso musicale un’energia instancabile, tanto nelle impennate swing quanto nei groove più densi. Qui il repertorio è dominato dalle composizioni di Hill, ma non mancano deviazioni significative: la title track pulsa di vivacità swingante, Danger Zone è un intreccio magnetico di trombone e basso sospinto dalla forza percussiva di Watts, e la rilettura di Sweet Georgia Gillespie di J.J. Johnson rende omaggio al Maestro del trombone con un’esuberanza contagiosa. Momento a sé è Movie Theme, in cui la voce eterea della figlia di Dease, Brooklyn, si fonde con il suono del padre in un dialogo sospeso, quasi cinematografico, ripreso anche in una breve “reprise” che chiude il set con grazia.
Il secondo disco amplia la prospettiva e la tavolozza timbrica: al trio originario si aggiungono il pianista Geoffrey Keezer e la sassofonista Nicole Glover, mentre in due tracce il basso passa nelle mani di Jared Beckstead-Craan, ex studente di Dease. Questa formazione più ricca apre scenari che vanno dall’urgenza ritmica di Skittles alla malinconia sofisticata di Rainy Afternoon ed Enigma. Anche qui, Hill domina la scaletta con brani di grande respiro melodico, come Tea Time e The Classic II, affiancati da due originali di Dease, da una pagina di Greg Tardy e da un ricordo della chitarrista Emily Remler.
City Life è, in fondo, un ritratto di New York, o forse di ogni metropoli vissuta con intensità, dipinto da un musicista che conosce le sue luci e le sue ombre. Nei due set che compongono l’album, Michael Dease conferma non solo una padronanza tecnica impeccabile, ma una capacità narrativa rara: il suo trombone non descrive, racconta; non si limita a illustrare, ma ci fa immergere nell’immaginario metropolitano. Così la città prende vita, non come sfondo, ma come protagonista, vibrando ancora a lungo dopo l’ultima nota.

