
La grande orchestra jazz sopravvive oggi soltanto quando qualcuno riesce a reinventarne il respiro. Anna Webber e Angela Morris affrontano questa sfida con una lucidità fuori dal comune. Invece di restaurare un modello, ne ridisegnano i confini, trattando la big band come un laboratorio di tensioni, scarti timbrici, micro-intervalli e improvvisazioni che non cercano più la grandeur del passato, ma una precisione quasi topografica. Unseparate, secondo capitolo del loro progetto condiviso, si muove con questa idea in mente: creare una struttura elastica, che pulsa, si stratifica e si riaccende costantemente.
La forza dell’album sta innanzitutto nella chiarezza con cui la Webber/Morris Big Band – diciannove musicisti, una fisionomia larga e modulare – riesce a fondere rigore compositivo e libertà collettiva. È un equilibrio raro, invece della semplice alternanza tra sezioni scritte e spazi improvvisati, Webber e Morris costruiscono un concetto di forma più complesso, dove ogni episodio si ripiega sul precedente, lo contraddice, vi lascia entrare una crepa o un contrappunto inatteso. Da qui scaturisce la caratteristica timbrica dell’ensemble: le armonie si inclinano, sfarfallano, scivolano di un microtono, e da quel minimo attrito nasce una vibrazione che attraversa tutto il disco.
La suite iniziale firmata da Webber, Just Intonation Etudes for Big Band, è una dichiarazione d’intenti. Unseparate 1 lavora sul tempo sospeso, su un respiro profondissimo di ottoni e legni che mette subito l’ascoltatore davanti a una geografia armonica mobile. Con Pulse il quadro cambia: la ritmica si irrigidisce e rilancia, i fiati si incastrano in un disegno contrappuntistico denso di energia, mentre il duello delle trombe e l’elegante assolo di vibrafono di Yuhan Su portano la scrittura verso una dimensione quasi elettronica, ritmica ma sfalsata, come un battito che cambia direzione senza perdere intensità.
Timbre si apre su una trama di sassofoni ripetitiva e chiarissima, un’idea minimale che diventa ponte verso il solo di Morris, sostenuto da un ensemble che cresce a onde, fino a raggiungere quella luminosità carica di tensione che caratterizza i momenti più riusciti del disco. Metaphor poi distende tutto: la linea del trombone di Tim Vaughan sale e scende attraverso una progressione timbrica che sembra muoversi per accumulo, fino alla breve ma decisiva irruzione del vibrafono che traghetta la band verso una conclusione aperta e quasi rituale.
La seconda metà del disco amplia la tavolozza. Mist/Missed di Morris apre con drone, contrappunti minimi, vibrazioni scure che trovano una via d’uscita soltanto nella coda turbinante dell’ensemble. Unseparate 3 mostra invece il lato più lineare di Webber: melodia nitida, armonie accoglienti, un equilibrio perfetto sul quale si innesta l’improvvisazione tersa di Charlotte Greve. Con Microchimera, uno dei vertici del disco, Morris lavora sulla respirazione interna della band, la pulsazione emerge, si ritira, ritorna come un riflesso liquido; il flauto della Webber scivola sopra un intreccio di piano e vibrafono di rara grazia. Poi arrivano le sezioni più profonde, caratterizzate da droni, finché il contrappunto non rimette ordine nel caos.
Habitual conferma il ruolo di Morris come architetta rigorosa e immaginativa: la partitura ruota intorno a micro-cellule ritmiche che si scompongono e ricompongono, fino al magnifico assolo al piano di Marta Sánchez, un piccolo racconto nel racconto, dove il trio si apre, cresce, si frammenta e infine viene riassorbito nell’ensemble. Spur 7: Metamorphosis di Webber chiude in modo magistrale. Un’idea ritmica martellante e mobile, che ricorda tanto certe poliritmie reichiane quanto la forza propulsiva delle big band afrocubane, accoglie gli assoli di Hopkins, Rattman e Carlson, ognuno dei quali contribuisce a spostare l’asse del pezzo senza interromperne la continuità.
Nel loro insieme, questi brani fanno emergere un’idea precisa: la big band non come semplice amplificazione del linguaggio del piccolo gruppo, ma come luogo in cui l’energia compositiva e quella improvvisativa possono essere spinte a una complessità nuova, senza perdere lirismo né senso del corpo sonoro. Unseparate vive di questa tensione continua e riesce a trasformarla in un’esperienza fluida, stratificata, sorprendentemente coerente.
Webber e Morris, senza proclami teorici, aggiornano il concetto stesso di grande ensemble. Lo rendono un territorio di libertà vigile, un laboratorio di timbri e di respiri in cui le tradizioni del jazz orchestrale vengono rilette attraverso un ascolto feroce del presente. È questa la dimensione in cui il disco trova la sua vera forza: non nel gesto di rottura, ma nella chiarezza con cui mostra che la big band può ancora essere un luogo di invenzione radicale.

