19.8 C
Roma
9 Maggio 2026

Pathos, una mostra collettiva: alla Galleria Angelica l’emozione che sfugge al controllo

Il 21 aprile inaugura alla Galleria Angelica la mostra collettiva curata da Nicoletta Rossotti. Un percorso tra artisti diversi per indagare il pathos: quell’emozione profonda, irrazionale e generativa che attraversa l’arte e la storia della città.

«Il pathos degli antichi greci era il lato oscuro e irrazionale dell’anima – quella parte che sfugge al controllo e che, proprio per questo, spaventa», mi spiega Nicoletta Rossotti, storica dell’arte, curatrice e critico. La definizione ha molte declinazioni affascinanti: “un intenso coinvolgimento emotivo, passione o commozione profonda, spesso evocato da un’opera d’arte, un discorso o una narrazione.” Recita il dizionario Hoepli, “intensa emozione affettiva e commozione estetica (cfr. drammaticità, di cui spesso è sinon.)”, si legge dal vocabolario Treccani, per significato ed etimologia. Un’emozione generatrice, in parte oscura, ma foriera di esperienza.

Il 21 aprile inaugura alla Galleria Angelica la mostra collettiva che porta proprio questo nome: “Pathos”. A firmarla è la stessa Nicoletta Rossotti, coordinatrice nazionale del settore artistico dell’Accademia Internazionale Medicea, membro della Commissione dei Curatori d’Arte Internazionali e autrice di testi per l’Atlante dell’Arte Contemporanea Giunti e per il catalogo De Agostini. Rossotti ci racconta come nasce il percorso espositivo e l’esperienza di vivere e lavorare a Roma, che non è solo una città, ma “una stratificazione di memoria”.

Roma, 21 aprile: il Natale di Roma. Una coincidenza o una scelta precisa?
Dopo circa due anni di assenza da Roma con una mia mostra, tornare proprio in questa data ha qualcosa di simbolico e di quasi inevitabile. Roma non è mai solo uno sfondo: è una stratificazione di memoria viva. Porta ancora con sé i segni di un passato che ha segnato profondamente la storia, che diede vita a un grande impero in cui è ancora viva la memoria. Passeggiando per certe vie della città si ripercorrono secoli che non sembrano mai del tutto sepolti. Quando penso a una mostra, mi porto tutto questo dietro e cerco di realizzarla affacciandomi in quei luoghi in cui il tempo sembra non aver mai varcato la soglia.

Lei ha già dedicato una mostra a Roma in passato. Ce ne parla?
Tempo fa le dedicai una mostra dal titolo AMOR – nome che secondo Pascoli rappresentava il nome più antico della città, riportato anche come dedica segreta a Venere, dea dell’amore e della bellezza, da collegare al culto di Venere genitrice, madre di Enea e della stirpe romana. Roma ispira così, per strati, per miti, per radici profonde.

Come nasce “Pathos” e perché questo titolo?
La tematica riflette il sentimento che gli artisti vivono e che trasferiscono nelle loro opere. La loro componente demiurgica può essere sapientemente indirizzata verso un concetto, un’idea, una visione da realizzare o verso cui far guardare gli altri. Il pathos degli antichi greci era il lato oscuro e irrazionale dell’anima – quella parte che sfugge al controllo e che, proprio per questo, spaventa. Oggi, in un’epoca in cui tutto viene ottimizzato e filtrato, scegliere di metterlo in mostra è un atto culturale preciso. Per gli artisti in esposizione “Pathos” si traduce in passione: quel trasporto intimo, quella miscellanea di sensazioni che genera attrazione verso un’idea, verso un principio, verso l’uomo che rappresenta una moltitudine di concetti che sembrano coabitare e coesistere.

Gli artisti selezionati sono molto diversi tra loro. Come ha costruito questa costellazione?
Non si assomigliano – e per questo si completano. Ognuno porta la propria risposta, a volte scomoda, a volte silenziosa, sempre autentica. La selezione delle opere già scelte mi rende molto felice. Ogni volta c’è una sfida da affrontare: donare a chi fruisce le opere una chiave per leggere l’arte contemporanea, cercando di privilegiare un umanesimo capace di unire culture e tematiche come ponti tra idee e necessità. Vale sempre meglio la qualità che la quantità.

Il mestiere di curatore è molto cambiato. Come lo hai vissuto dall’interno?
Ho iniziato questa meravigliosa professione tanti anni fa, ed ero una delle poche. Finito il master in curatore d’arte ed eventi culturali, ho iniziato a frequentare tantissimo l’ambiente dell’arte – a volte intimorita di non essere all’altezza. All’inizio era un ruolo che apparteneva a chi avesse un bagaglio culturale e intellettuale molto solido. Oggi vedo una trasformazione radicale, che comprende organizzatori, mediatori culturali e artisti che si improvvisano curatori. La versatilità e l’eclettismo vanno bene, purché non si perda il punto di vista centrale.

Se un giovane volesse diventare curatore oggi, cosa gli consiglierebbe? Conta più lo studio o l’esperienza?
Provengo da una laurea in lettere ad indirizzo storico-artistico, e poi il master. Tutto mi è servito, tutto è stato importante. Senza quel percorso di studi – meglio se umanistico – avrei maturato una sensibilità diversa e di conseguenza appreso la pratica in modo diverso. Studio ed esperienza non si escludono: si costruiscono insieme.

Essere curatrice donna ha fatto – e fa ancora – la differenza?
Quando iniziai, sul biglietto da visita scrissi “Curatore d’arte” perché al femminile non era ancora in uso – e non parlo di cento anni fa, ma di poco più di quindici. Alle inaugurazioni mi scambiavano per una hostess, per la ragazza che serviva drink. Quando mi presentavano, la delusione era evidente. Ancora oggi, se si chiede il nome di una curatrice o critica d’arte, nell’immaginario collettivo vengono in mente quasi solo nomi maschili. Eppure alla facoltà la maggior parte dei docenti erano donne. C’è ancora molta strada da fare.

Cosa rappresenta ogni nuova mostra, a livello personale?
Come per ogni artista che crea un’opera e la ritiene parte di sé, così ogni volta che penso e realizzo una mostra sento che ne vale sempre la pena. Si ripete tutto come un rituale sacro: le idee, la progettazione, il trasporto – mentale e fisico. Per me non è solo una professione: è un modus vivendi. Sono una creativa. Come diceva Rousseau: «Il mondo della realtà ha i suoi limiti; il mondo dell’immaginazione è senza limiti.»

“Pathos” inaugura il 21 aprile 2026 alle 18 alla Galleria Angelica, via Sant’Agostino 11, Roma. Ingresso libero. Saranno presenti, l’on. Francesca Leoncini, il giornalista Gianni Maritati, la professoressa Silvia Mantini. La serata sarà accompagnata da letture poetiche e dall’esecuzione al violino di brani di Ennio Morricone.

 

Post correlati

Quello che finora sappiamo di certo su Ustica viene dalla sentenze definitiva della Cassazione

Massimiliano Di Giorgio

Dieci torri per dieci murales

Lorenzo Pirrotta

La stazione FS Pigneto cambierà volto al quartiere, ma i cittadini temono gli impatti

Letizia Palmisano

Mou in città

Laura Crialesi

Il festival Dancescreen: passi di danza tra le rovine dell’Appia Antica

RR

Vintage, usato, artigianato: l’offerta dei mercatini di settembre a Roma

Luisa Sisti

Lascia un commento