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11 Febbraio 2026

Patrimoniale, in Italia la vogliono tutti. Tranne il governo

Otto italiani su dieci la chiedono, ma la politica continua a difendere privilegi e paure. Perché da noi è così difficile introdurre una tassa sui grandi patrimoni?

Diciamo che è rarissimo, quasi impossibile, trovare qualcosa su cui quasi tutti gli italiani siano d’accordo. Forse neanche la carbonara, in un Paese dove ognuno ha la sua ricetta perfetta. E invece eccola lì, una cosa c’è: la Patrimoniale: otto italiani su dieci la vogliono.

Secondo un sondaggio Izi per L’Aria che Tira su La7, condotto su oltre mille intervistati con un margine d’errore del 3%, l’83,8% degli italiani è favorevole a una patrimoniale sui grandi patrimoni — quelli sopra i dieci milioni di euro. Un dato solido e trasversale, che parla non solo alla sinistra o alla destra, ma a un sentimento comune di giustizia economica.

Eppure, di questo consenso diffuso si parla pochissimo. Forse perché la politica preferisce alimentare paure e divisioni. O perché, da noi, c’è sempre qualcosa di non detto.

La proposta della Cgil e il “non se ne parla”

 

La polemica di questi giorni ruota attorno alla proposta della CGIL: un contributo di solidarietà una tantum dell’1,3% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro. Colpirebbe circa 500 mila contribuenti e garantirebbe 26 miliardi di euro da destinare a sanità, scuola e lavoro. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto che, con questa maggioranza, “una patrimoniale non vedrà mai la luce”.

È un ormai un riflesso automatico: ogni volta che si parla di redistribuzione, la politica chiude il discorso prima ancora di aprirlo.

 

Non è una questione di destra o sinistra

 

La patrimoniale non è uno slogan di partito. Divide il Paese tra chi chiede equità e chi difende lo status quo: tra chi vive del proprio lavoro e chi tutela rendite ereditate o accumulate nel tempo.

Da trent’anni la parola “patrimoniale” è demonizzata. “Tassare i ricchi? Ma così si punisce il merito”. E invece no. La ricchezza oggi nasce sempre meno dal lavoro e sempre più dal capitale che cresce più rapidamente dell’economia reale.

 

Piketty e la matematica della disuguaglianza

 

Lo ha spiegato l’economista Thomas Piketty, autore di Il capitale nel XXI secolo: quando il rendimento del capitale cresce più dell’economia, la ricchezza si concentra in alto. È un fatto di storia economica. Fondo Monetario e OCSE lo confermano: quando la redistribuzione si ferma, il capitalismo si trasforma in ereditarietà.

Economisti come Joseph Stiglitz e Paul Krugman, entrambi premi Nobel, sostengono da anni una tassa del 2-3% sui super-ricchi per riportare equilibrio dove oggi domina la rendita. Krugman ricorda che molti miliardari versano imposte effettive inferiori all’1%: un dato che parla da solo.

 

Altrove funziona

Dalla Francia alla Norvegia, passando per Spagna e Svizzera, la patrimoniale finanzia welfare e transizione ecologica con risultati concreti. In Francia, ad esempio, la patrimoniale immobiliare (IFI) ha generato nel 2024 circa 2,3 miliardi di euro da 186 mila contribuenti.

Per economisti come Piketty e Gabriel Zucman, la patrimoniale è una leva di giustizia sociale e ambientale. Parte del gettito, in diversi Paesi, sostiene programmi per i giovani e progetti di transizione ecologica. Un’imposta anche solo dell’1% sui grandi patrimoni riduce la rendita e rimette in moto l’economia reale.

Molti governi l’hanno adottata come strumento di stabilità. In Italia, invece, continua a evocare timori antichi: toccare la ricchezza è percepito come un attacco, non come un riequilibrio.

 

Obiezioni o slogan

Chi si oppone alla patrimoniale ripete sempre la stessa obiezione: “il patrimonio deriva da redditi già tassati”.
Vero solo in parte. Per i grandi patrimoni la storia è diversa. Una quota enorme nasce da plusvalenze mai dichiarate, da rendite finanziarie agevolate, da successioni privilegiate e da anni di elusione resa possibile dai paradisi fiscali.
Secondo l’EU Tax Observatory diretto da Zucman, i miliardari del mondo pagano in media tra lo 0 e lo 0,5% della loro ricchezza all’anno: meno di qualunque lavoratore dipendente.
Da qui l’idea di una patrimoniale minima: per riequilibrare.

La sproporzione è ormai strutturale. I super-ricchi spostano residenze fiscali, creano trust e fondi per ridurre il carico tributario, e spesso beneficiano di regimi speciali che permettono di versare somme fisse indipendenti dal patrimonio.
Così accade che chi ha un miliardo versi meno di chi guadagna centomila euro.

 

Un fisco che tassa la fatica e premia la rendita

 

Il sistema fiscale italiano grava sul lavoro e alleggerisce la ricchezza. Chi vive di stipendio sostiene gran parte del carico fiscale, chi eredita contribuisce in misura marginale. Una distorsione che resiste perché utile a chi la governa e perché il ceto medio tende a difenderla, più per timore che per convinzione.

 

Giustizia economica e democrazia

La libertà economica, senza equità, si trasforma in privilegio. Quando le eredità congelano la mobilità sociale, l’uguaglianza delle opportunità diventa un’illusione.

Dopo le guerre, l’Europa scelse la patrimoniale per ricostruire e mantenere coesione sociale. Oggi servirebbe la stessa logica: riequilibrare, al posto di dividere.

Restituire una parte di ciò che si possiede alla comunità significa alimentare la società che l’ha resa possibile. Chi rifiuta questa prospettiva teme che anche un lieve passo verso l’equità incrini il proprio privilegio.

Eppure, i più fragili restano fermi, come se la disuguaglianza fosse un destino e non una scelta politica. Forse perché sperano, un giorno, di essere dall’altra parte. O, più probabilmente, perché si sono convinti che la disuguaglianza è l’ordine naturale delle cose.

[Questo post è stato pubblicato originariamente da Open Italy – L’Italia spiegata bene, ovunque tu sia, la newsletter in cui Marco D’Auria racconta politica, società e attualità italiane. Per italiani all’estero, per chi sogna di partire, o semplicemente per chi vuole capire davvero l’Italia, anche da lontano]

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