18 Gennaio 2026

Perché è una buona notizia che il Comune di Roma ha iniziato ad acquistare case popolari

L’acquisizione della prima tranche di alloggi da parte di Roma Capitale, formalizzata negli ultimi giorni del 2025, segna un punto di rottura fondamentale con il passato recente. L’operazione, che porterà complessivamente oltre 1.000 nuovi appartamenti nel patrimonio pubblico grazie a un accordo con la Fondazione Enasarco, non va letta solo attraverso i numeri, ma come un netto cambio di rotta politica e sociale.

 

È vero: 1.000 case, a fronte di una graduatoria che conta migliaia di famiglie in attesa, non risolvono l’emergenza abitativa della Capitale dall’oggi al domani. Ma l’importanza di questo atto risiede è metodo. Da decenni, le amministrazioni locali hanno perseguito politiche di dismissione del patrimonio pubblico; oggi, per la prima volta da molto tempo, il Comune torna a investire cifre considerevoli – circa 250 milioni di euro – per comprare anziché vendere.
Si tratta di un’inversione di tendenza strutturale che trasforma l’edilizia pubblica in un’infrastruttura sociale dinamica. Il fatto che molti di questi alloggi siano immediatamente disponibili permetterà inoltre di far scorrere la graduatoria in tempi brevi, offrendo una risposta tangibile a chi vive in condizioni di grave precarietà.

L’operazione Enasarco non resta però un caso isolato, ma si inserisce in una strategia più ampia che mira a rendere disponibili circa 2.000 nuovi alloggi entro il 2026. A questo pacchetto si aggiungono infatti gli oltre 200 appartamenti già acquisiti dall’INPS in zone come Cinecittà, Magliana e Dragoncello, oltre ai progetti di rigenerazione urbana finanziati dal PNRR. Interventi simbolici come il recupero dell’ex caserma di via del Porto Fluviale o i piani urbani integrati a Tor Bella Monaca e Corviale dimostrano la volontà del Campidoglio di non limitarsi all’acquisto, ma di investire nel recupero del tessuto esistente. A questo si somma l’impegno per la rimessa in circolo di circa 500 alloggi l’anno recuperati dal patrimonio già di proprietà comunale, accelerando le ristrutturazioni per ridurre i tempi di sfitto e combattere le occupazioni irregolari.

Oltre l’acquisto: la sfida degli affitti brevi

L’incremento del patrimonio pubblico è però solo un tassello di un mosaico più complesso. Per rendere Roma una città vivibile, non basta acquisire nuovi immobili; occorre anche governare il mercato privato, oggi distorto soprattutto dal fenomeno degli affitti brevi.

Sarebbe auspicabile che l’amministrazione prendesse ispirazione da modelli europei come quello di Parigi, dove la locazione turistica tramite piattaforme come Airbnb è limitata a un massimo di 120 giorni l’anno. Una stretta in tal senso è resa ancora più urgente da recenti analisi che evidenziano come il reddito medio generato da queste piattaforme per molti host non sia così elevato come si pensa, a fronte però di un danno sociale enorme, in termini di spopolamento dei quartieri e innalzamento dei canoni per i residenti.

Screenshot

Quale futuro per l’edilizia sociale?

Il percorso intrapreso dalla Giunta è corretto, ma richiede attenzione su due fronti caldi: Nuove costruzioni e tutela dei piccoli proprietari.

È necessario continuare ad aumentare l’offerta, ma evitando di trasformare le politiche abitative in un “salvagente” per costruttori privati con immobili invenduti in periferie estreme e prive di servizi. Ogni nuovo acquisto o costruzione deve rispondere a logiche di ricucitura urbana e non di ulteriore isolamento.
E poi, il diritto alla casa, sancito peraltro dalla Costituzione, non deve essere percepito come una minaccia per chi possiede magari un solo immobile dato in locazione. Serve un sistema di garanzie che rassicuri i piccoli locatori sui tempi di recupero degli alloggi e sulla puntualità dei pagamenti, evitando che il timore di morosità o occupazioni finisca per bloccare ulteriormente il mercato degli affitti a lungo termine.

Insomma, l’operazione conclusa con Enasarco dimostra che il Campidoglio ha rimesso il diritto all’abitare al centro dell’agenda di governo. Se a questo si aggiungerà il coraggio di regolare il mercato turistico e di tranquillizzare i piccoli proprietari (cosa che in passato purtroppo non è accaduta), Roma potrebbe davvero iniziare a colmare quel gap che la separa dalle altre grandi metropoli europee.

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