Dal fast food sotto la Scalinata alle oltre 700 insegne nel paese: l’apertura del McDonald’s di piazza di Spagna nel 1986 segnò uno scontro culturale tra Europa e Stati Uniti e l’inizio di una nuova stagione alimentare.

Quarant’anni fa, fra grandi proteste, apriva il McDonald’s di Piazza di Spagna, primo fra gli oltre 700 Mac oggi presenti in Italia. Una ricostruzione corretta, se ci si limita alla superficie delle cose. Quello su cui però non ci si sofferma, è il valore simbolico di quegli accadimenti, il fatto che quel piccolo episodio romano dell’apertura di quel primo locale della più famosa catena di fast food del mondo, fu un punto di non ritorno, uno spartiacque, che avrebbe cambiato per sempre –anche se in silenzio e sotto traccia – la storia di Roma e dell’intero continente europeo.
Quell’agguerrito gruppo di “radical chic” che si oppose al Mac, capeggiato da Renato Nicolini – ma di cui facevano parte anche personaggi poco “radical” e, soprattutto, poco “chic”, come Bombolo – più che difendere la linea Maginot del salotto buono di Roma, infatti, tentava di proteggere – non so quanto consapevolmente – la supremazia culturale europea, quella su cui ancora si basava l’equilibrio mondiale nato dopo la seconda guerra mondiale. Non a caso, a quel gruppo di protestatari romani, si aggregò anche un francese doc come Philippe Leroy.
Nel 1945, l’Europa occidentale era entrata a far parte della sfera d’influenza americana, con la presenza di basi militari sparse nei paesi europei e l’egemonia economica statunitense sugellata dal Piano Marshall. Per i primi quarant’anni dal dopoguerra, si era però mantenuto un equilibrio – precario e non dichiarato, ma concreto ed efficace – per il quale l’Europa entrava sì a far parte dell’impero d’oltreoceano, ma ne rimaneva guida culturale. Un po’ come accadde all’antica Grecia dopo la conquista da parte dei romani.
Quando l’Ellade entrò a far parte dei territori di Roma, per secoli mantenne una sorta d’indiscussa supremazia sul piano artistico e intellettuale, coi giardini di Roma che si riempirono di statue ellenistiche, con gl’intellettuali greci che fecero da maestri ai patrizi romani, col greco che rimase lingua ufficiale in tutta la parte orientale dell’impero romano. Fino al paradosso del 476 dopo Cristo, quando cadde l’impero d’occidente, ma l’anima di Roma rimase in vita per altri mille anni, però parlando greco, in quello che noi chiamiamo Impero Bizantino, ma che in realtà era a tutti gli effetti l’Impero Romano, la sua parte est. Tanto che qualcuno disse che “i greci conquistati, senza colpo ferire, conquistarono i conquistatori romani”.
Fra Europa e Stati Uniti il patto silenzioso, che si mantenne fino agli anni Ottanta, fu molto simile. Gli Usa fungevano da bancomat e da braccio armato del “mondo libero”, ma gli europei potevano continuare a sentirsi più fichi, più colti e a fungere da maestrini dell’occidente – proprio come i mentori greci dell’antica Roma – forti della propria storia e della propria arte plurimillenaria. Tanto che nessuna città europea si americanizzò fino in fondo, mentre una città come New York divenne un pezzo d’Europa trapiantato negli Stati Uniti.
Si sa che gli allievi, però, spesso dimenticano e tradiscono gli insegnamenti dei maestri. Proprio in quel pezzo d’Europa oltreoceano che era New York, nacque la Pop Art, un tipo di cultura che esaltava la riproduzione seriale di un elemento, moltiplicata identica a sé stessa in migliaia di varianti. Andy Wahrol si dice mangiasse ogni giorno in un posto che sposava in pieno la filosofia della sua arte: il McDonald’s.

La filosofia del Mac prevedeva infatti la riproduzione seriale dello stesso cibo e della stessa tipologia di ristorante, in milioni di esemplari, uguali in tutto il mondo: dall’Alabama a Dubai, dal Giappone a Londra. E a Roma, per l’appunto. Dunque l’America si proponeva come modello culturale indiscutibile e immodificabile in ogni angolo della terra, Europa compresa. E su uno dei campi primari della vita: il sostentamento alimentare. Andando così a violare uno dei “Sancta Sanctorum” delle tradizioni culturali europee, uno dei “templi inviolabili”, uno di quelli per cui in Europa si accettava sì l’egemonia americana, ma a patto di preservare, almeno simbolicamente, le proprie “ricette” culturali e antropologiche.
Le proteste di Piazza di Spagna dell’86 nacquero anche e soprattutto per questo. Forse inconsapevolmente, forse in modo scomposto e fuori luogo. Accadde un po’ come accade in certi racconti, spesso ambientati in Amazzonia o nell’Africa subsahariana, quando i membri di una qualche sperduta tribù, protestano contro l’esploratore bianco che va lì pacificamente a scattare loro delle foto. Perché quelle foto finirebbero per rubare l’anima della tribù stessa. Una reazione istintiva, che è una totale scemenza se la si considera sul piano razionale e scientifico, ma che è una sacrosanta difesa sul piano culturale e simbolico.
La genialità vincente di McDonald’s fu però quella di non irrigidirsi e di adattarsi alla situazione, deviando dalla regola del cibo e del locale identico sempre e in ogni circostanza. Da “global” la sua filosofia si fece “glocal” e accanto ai cheeseburger e ai Big Mac, a Piazza di Spagna apparve fin da subito un inedito bancone di pastasciutta e d’insalate appetitose. Mentre il rosso delle insegne fu ingentilito da trompe l’oeil in colori pastello che riproducevano vedute di Roma. Fu il cavallo di Troia che annientò le proteste.
Paradossalmente quelle scelte che permisero la vittoria totale e definitiva del modello statunitense, furono anche il colpo di coda della supremazia culturale europea. Dietro a quelle scelte, infatti, c’erano un italiano e un francese: Francesco Bazzucchi e Jacques Bahbout, primi direttori del Mac di Piazza di Spagna, che si trovarono a lottare contro l’ostilità della casa madre americana, detentrice del marchio McDonald’s.
“Quella delle insalate fu una mia idea, ma gli americani storsero il naso – disse Bazzucchi in un’intervista apparsa alcuni anni fa su Dagospia – All’epoca non erano previste varianti della triade burger-patatine-milkshake e volevano mandare a monte l’affare. Ma Jacques fu irremovibile, così alla fine accettarono”.
Dunque fu grazie alla genialità e all’ostinazione di due europei, maggiormente in grado di comprendere la cultura locale, che gli americani vinsero la partita. Un po’ come accadde al “conquistador” Hernan Cortès, colui che prese Tenochtitlan e vinse gli Aztechi, grazie ai suggerimenti de “La Malinche”, la donna india che lui si era fatta amica.
La trovata di Bazzucchi e Bahbout fece scuola e precorse i tempi. Non solo le insalate ora fanno parte del menù del Mac, sempre più salutista, ma sono state l’apripista di quella filosofia che ormai da tempo plasma le scelte del colosso dell’Illinois, soprattutto in Italia, dove McDonald’s oggi segue una strategia di marketing attentissima alle filiere e al gusto locali.
Ogni tanto la cultura culinaria americana perde qualche colpo, come accaduto ad Altamura alcuni anni fa, quando un piccolo fornaio fece chiudere il vicino McDonald’s, rubandogli tutti i clienti grazie ai suoi prodotti di migliore qualità. Una vicenda che è raccontata dal docufilm “Focaccia blues”, in cui appare anche uno dei protestatari anti-Mac d’antan: Renzo Arbore.
Ma sono storie episodiche, buone solo per scrivere accattivanti sceneggiature. Un po’ come accade ad Hollywood, quando, di tanto in tanto, esce fuori un film come “Balla coi lupi”, oppure un Martin Scorsese gira “Killers of the Flower Moon” in una riserva indiana. Roba adatta alle anime nobili, per placare il senso di colpa di avere silenziato e trasformato, snaturandola, una cultura plurimillenaria. Per un attimo ti scende la lacrimuccia e ti viene nostalgia del passato, ma poi si va avanti verso l’inesorabile futuro, mangiandoci su un Big Mac e un po’ di patatine col ketchup, davvero ottime per dimenticare.

1 commento
poi nessuno Sto arrivando! la vera storia di mc donald di come è riuscito ad arrivare sllidea