Dopo il controllo giudiziario disposto dalla Procura di Milano per Glovo e Deliveroo, la Capitale diventa il terreno dove l’inchiesta giudiziaria incrocia precarietà, lavoro migrante e modello economico delle piattaforme.

L’inchiesta che ha portato al controllo giudiziario prima di Glovo (attraverso la controllata italiana Foodinho) e poi di Deliveroo è partita dalla Procura di Milano. Ma se c’è una città in cui questa vicenda assume un significato particolare, quella è Roma. Per numeri, per composizione sociale, per intensità delle proteste e per peso economico del settore, la Capitale è uno dei principali laboratori italiani del food delivery. Ed è qui che l’intreccio tra modello di business, lavoro migrante e conflitto sociale appare con maggiore evidenza.
Il peso del delivery nella Capitale
Roma è la seconda città italiana per presenza e volumi del food delivery, subito dopo Milano. Nel segmento corporate, ad esempio, è tra le prime per numero di aziende che utilizzano i servizi dedicati come Deliveroo for Work. Anche sul fronte dei ristoranti partner e degli ordini, la crescita degli ultimi anni è stata costante, con una rete ormai capillare che va ben oltre il centro storico e coinvolge quartieri come Tuscolano, Pigneto, Eur e l’intero litorale.
Per piattaforme come Deliveroo e Glovo, Roma non è un mercato marginale: è uno snodo strategico. Questo significa che ogni scossone giudiziario o regolatorio ha effetti immediati anche sulla città.
Lo tsunami giudiziario
All’inizio di febbraio, il Tribunale di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Glovo nell’ambito di un’indagine per caporalato. Pochi giorni dopo, un provvedimento analogo ha riguardato Deliveroo. L’ipotesi della Procura ambrosiana è che migliaia di rider siano stati inquadrati formalmente come lavoratori autonomi ma inseriti in un sistema fortemente eterodiretto dagli algoritmi, con compensi ritenuti inadeguati rispetto ai minimi contrattuali.
Le aziende respingono le accuse e rivendicano la legittimità del modello basato sulla collaborazione autonoma e sulla flessibilità. La partita è giuridicamente aperta. Ma l’effetto è già politico e sociale: per la prima volta, il cuore del modello delle piattaforme viene messo sotto tutela giudiziaria.
Ed è qui che Roma entra in modo decisivo nella storia.
La specificità romana: lavoro migrante e fragilità
Nella Capitale la forza lavoro dei rider ha caratteristiche particolari. I dossier sindacali, tra cui quelli della CGIL, segnalano una presenza molto significativa di lavoratori provenienti da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan. Per molti di loro il delivery rappresenta il primo ingresso nel mercato del lavoro italiano.
Questo comporta alcune criticità specifiche: barriere linguistiche, difficoltà nella comprensione della formazione sulla sicurezza (spesso erogata solo in italiano tramite app), scarsa conoscenza dei propri diritti. In una città già segnata da tensioni su immigrazione e integrazione, il lavoro dei rider diventa così un punto di intersezione tra questione sociale e questione migratoria.
Roma, più di altre città, mostra il lato umano e quotidiano di questo modello economico: uomini in bicicletta o scooter che attraversano la città fino a tarda notte, spesso per compensi variabili e imprevedibili, esposti a rischi stradali e climatici.
Le piazze della protesta
La Capitale ha anche una lunga storia di mobilitazioni nel settore. Durante il “No Delivery Day” i rider si sono riuniti in piazza San Silvestro e in piazza Barberini, davanti al Ministero del Lavoro. In altre occasioni, presidi mirati – come quello davanti a un McDonald’s in via Tuscolana – hanno avuto un forte impatto simbolico, con consegne bloccate e app paralizzate.
A Roma la protesta è spesso organizzata in modo informale e di strada, con una forte componente di auto-organizzazione tra rider migranti. In quartieri come il Pigneto sono nati anche spazi di mutuo aiuto e supporto legale. È un sindacalismo meno strutturato ma molto visibile, che rende la città un osservatorio privilegiato del conflitto nel lavoro digitale.

Una storia milanese che parla romano
L’inchiesta è nata a Milano, centro finanziario e sede di molte grandi aziende. Ma le sue implicazioni investono in pieno Roma, dove il numero di rider è elevato e il tema tocca nodi strutturali della città: precarietà giovanile, lavoro migrante, economia dei servizi, mobilità urbana.
Se i giudici milanesi stanno mettendo in discussione l’architettura giuridica del modello delle piattaforme, è nelle strade di Roma che si misura quotidianamente la sostenibilità sociale di quel modello.
Per questo l’inchiesta sui rider è anche una storia molto romana: perché qui il food delivery non è solo un servizio comodo per i consumatori, ma una componente ormai strutturale del tessuto urbano. E perché nella Capitale la questione non riguarda soltanto le app, ma il tipo di lavoro e di città che si sta costruendo attorno a esse.
