Tra l’epidemia di cocciniglia e il nuovo progetto di Roma Capitale, serve un equilibrio tra il valore monumentale del pino domestico e la necessità di un bosco capace di sopravvivere al cambiamento climatico, scrive l’assessore ai Lavori Pubblici del X Municipio, che è anche coportavoce dei Verdi del Lazio.

Lo scorso 29 gennaio, in occasione di una partecipata seduta straordinaria del Consiglio del Municipio Roma X, l’Assessora comunale all’Ambiente Sabrina Alfonsi ha presentato il progetto, cofinanziato da Roma Capitale e dal Ministero dell’Ambiente, per il recupero della pineta di Castel Fusano.
L’emergenza: tra parassiti globali e crisi climatica
La pineta è stata dapprima devastata dagli incendi tra il 2000 ed il 2017, poi ha ricevuto il colpo di grazia dall’epidemia di cocciniglia tartaruga (Toumeyella parvicornis), un parassita che, grazie alla globalizzazione ed al cambiamento climatico, dal continente americano si è diffuso anche in Italia. La cocciniglia tartaruga è ormai endemica anche a Roma e, combinandosi all’azione di altri parassiti (Tomicus, Leptoglossus), sta mettendo a repentaglio – soprattutto in Campania e nel Lazio – la sopravvivenza stessa dei pini domestici, nonostante un decreto del MIPAAF del 3 giugno 2021 obblighi pubblici e privati proprietari di Pinus pinea a contrastare il parassita, essenzialmente mediante iniezioni di composti chimici nel tronco (cosiddetta endoterapia con abamectina).
Il progetto Alfonsi e le perplessità del territorio
Da quanto appreso, il progetto di riforestazione dell’assessora Alfonsi, sorretto dagli esiti di un tavolo tecnico (i cui lavori peraltro non sono ancora conclusi), si sviluppa attorno a due indirizzi fondamentali: l’incentivazione del naturale processo di riformazione della macchia mediterranea e la sostituzione dei pini domestici con i “cugini” pini di Aleppo, maggiormente resistenti alla Toumeyella (ma di diverso aspetto). Proprio per questi motivi, però, il piano di riforestazione non ha incontrato il favore di numerose associazioni e comitati del litorale romano, che muovono dalla differente idea di un recupero pressoché integrale e “tal quale” della pineta.
La loro posizione è stata formalizzata in una lettera indirizzata a vari riferimenti istituzionali di Roma Capitale e del Municipio Roma X, tra cui io stesso, in qualità di assessore municipale ai Lavori Pubblici, e della quale riporto questo passaggio: “Auspichiamo che tutti gli attori preposti pongano in essere gli strumenti necessari e convoglino le risorse finanziarie per salvaguardare, ove possibile, gli esemplari di pini domestici e sostituiscano quelli privi di vita con alberature della medesima specie (…) nonché prevedano future cure appropriate per il loro attecchimento, anche al fine di assicurarne un ciclo vita duraturo. (…) chiediamo l’avvio e l’esecuzione, con ogni consentita urgenza, di un piano progettuale, entro una tempistica certa, che prediliga e conservi il valore storico ed ambientale del territorio, (…), ponendo in essere ogni attività che ripristini lo status quo preesistente all’infestazione e, dunque, al depauperamento della specie Pinus Pinea, evitando qualsiasi stravolgimento paesaggistico”.
Il dibattito su come rigenerare la pineta di Castel Fusano, tassello fondamentale della Riserva Statale del Litorale Romano – di cui quest’anno ricorrono i trent’anni dall’istituzione – sarà un fondamentale banco di prova per le ecologiste e gli ecologisti di oggi, perché il cambiamento climatico riproporrà in futuro con sempre maggiore frequenza la questione di come amministrare ecosistemi e paesaggi in transizione.
Per tentare di rispondere alla richiesta che anche a me è stata posta dalle associazioni, chiediamoci allora cosa sia un albero o, meglio, un pino domestico.

Quattro sguardi sul pino: oltre la semplice estetica
Possiamo osservare il pino da almeno quattro punti di vista.
Il primo è quello dell’albero come creatura vivente meritevole di rispetto.
Un secondo punto di vista è quello dell’albero come componente di un ecosistema, parte di un bosco o di un’alberata stradale, che in quanto tale contribuisce alla produzione di servizi ambientali: ossigeno, umidità, ombra, cibo e riparo per gli animali.
Un terzo punto di vista è quello dell’albero come elemento di un paesaggio. Può trattarsi di un paesaggio della quotidianità – come nel caso di quei pini che, a Ostia, spuntano provocatoriamente in mezzo ai marciapiedi ed alle palazzine – ma può anche trattarsi di un paesaggio di pregio o addirittura eccezionale, come il famoso “pino di Posillipo”: esemplare isolato che qualcuno ricorderà nelle vecchie cartoline con vista sul Golfo di Napoli, abbattuto nel 1984 perché malato, e poi sostituito con un albero della stessa specie proprio dai comitati locali di cittadine e cittadini.
C’è poi un quarto e ultimo punto di vista sul pino, di cui in qualche modo un amministratore deve tener conto – se non altro per scongiurare lo spreco di risorse pubbliche – ed è quello, meramente economico, di bene “a patrimonio”, che ha un costo di produzione o acquisto, un costo di messa in opera e manutenzione, un costo di eliminazione e smaltimento.
Credo che qualsiasi progetto di riforestazione della pineta di Castel Fusano (e, un domani, di altri ecosistemi e paesaggi degradati) debba essere verificato a partire da queste quattro possibili prospettive, che potremmo riproporre sotto forma di altrettante domande.
L’etica della messa a dimora: il pino sarebbe “contento”?
Cominciamo dal primo punto di vista, quello che a me è più caro.
Riteniamo eticamente accettabile mettere a dimora un giovane pino domestico in un’area in cui imperversa un parassita che ha buone chance di provocarne la morte? Riteniamo accettabile mettere a dimora una essenza in un luogo in cui, nella migliore delle ipotesi, per sopravvivere dovrà essere oggetto di periodici trattamenti chimici? Riteniamo accettabile incrementare il livello di rischio dell’operazione, procedendo alla messa a dimora di migliaia di pini domestici gli uni accanto agli altri, offrendo alla Toumeyella un ambiente in cui è particolarmente agevole saltare di chioma in chioma, mentre i trattamenti endoterapici possono viceversa risultare più complessi, dovendo essere operati all’interno di un bosco anzi che a bordo strada o in una villa storica? Insomma: il pino sarebbe contento di essere piantato proprio là?
Seconda domanda: un bosco misto di macchia mediterranea, dal punto di vista ambientale, ossia dei servizi ecosistemici che offre (diffusione della fauna, mitigazione climatica, tutela dall’erosione, etc.) è migliore, peggiore o equivalente ad una pineta “monocolturale” di Pinus pinea?
Restauro monumentale o ecosistema naturale?
Terza domanda, la più scabrosa: ricostruire il precedente paesaggio della pineta di Castel Fusano – oggi ridotto ad una distesa grigiastra di pini domestici secchi – è una operazione valida dal punto di vista storico-culturale?
Partiamo dal presupposto indiscusso che la pineta in questione fu creata artificialmente dalle famiglie Sacchetti e Chigi nel 1700: infiniti paesaggi di pregio sono in effetti il frutto dell’antropizzazione di ambienti naturali, e non per questo non meritano di essere tutelati.
Pensiamo ai polder olandesi con annessi mulini a vento, alla Valle dei Templi in Sicilia, alle vedute dolomitiche in cui – al di sotto delle cime di pietra nuda – paesini, campanili o masi isolati punteggiano gradevolmente il verde dei boschi o dei prati. “Antropizzato” o “artificiale”, dunque, non equivale a “di scarso valore”. Tuttavia, ripristinare un paesaggio che “nasce” artefatto non ha esattamente lo stesso significato di ricostituire un pezzo di giungla amazzonica sacrificato alla creazione di pascoli o stabilimenti industriali. È un’operazione che assomiglia un po’, per intenderci, al restauro di un monumento o di un’area archeologica: ha senso ricostruire un monumento in modo che appaia (anche se non è) esattamente identico alla sua primitiva versione? È necessario fare in modo che l’osservatore possa rendersi conto che l’opera è stata restaurata? E poi perché, allora, dovremmo riprodurre la pineta così com’era nel 1990? Non sarebbe più rigoroso riportare l’area alla forma e all’uso che aveva nel XVIII secolo?
Quarta e ultima domanda: a quanto ammontano le risorse economiche ed organizzative che Roma Capitale può dedicare alla rigenerazione di Castel Fusano? Quanto riteniamo ragionevole investire sulla ricostruzione di un ecosistema e di un paesaggio artificiale, mediante messa a dimora di essenze che, in questo momento storico, sono ferocemente attaccate da un parassita con cui non si sono mai misurate in precedenza, e rispetto al quale non si conoscono allo stato efficaci metodi biologici di contrasto?
Per avere un’idea delle dimensioni dell’impegno economico a cui stiamo andando incontro, basti pensare che – rispetto all’estensione complessiva della “pineta” di Castel Fusano, pari a circa 1.000 ettari – il progetto di riforestazione di cui discutiamo (cofinanziato dal MIPAAF perché il Comune da solo non ce l’avrebbe fatta) riguarda a malapena i 40 ettari distrutti dall’incendio del 2017, e ciononostante prevede la messa a dimora 14.700 pini di Aleppo e 3.800 latifoglie: nessuna delle precedenti amministrazioni comunali, in quasi dieci anni, è riuscita a reperire risorse per un intervento di portata analoga.

Una proposta di equilibrio per la pineta del futuro
Arrivo dunque alla mia risposta alle associazioni, ed al perché il dibattito – che spero non si fermi qui – sulla (ex) pineta di Castel Fusano sarà un banco di prova fondamentale per le ecologiste e gli ecologisti presenti nelle istituzioni e nella società civile.
Io credo che, nell’immaginare la “pineta del futuro”, dovremo essere capaci di mettere insieme tutte e quattro le prospettive di cui abbiamo discorso, e di rispondere saggiamente alle corrispondenti domande.
Dobbiamo accettare il rischio che alcune piante non attecchiscano, ma non al punto di agevolare irresponsabilmente una nuova moria dei pini.
Dobbiamo ricostruire in fretta questo ecosistema e in maniera che duri a lungo, ma riservandoci la possibilità di tenere conto anche del valore paesaggistico e identitario della forma-pineta (di Pinus pinea), come storicamente datasi nel litorale romano e laziale.
Dobbiamo far sì che chi verrà dopo di noi possa ancora fare una passeggiata sotto gli “ombrelli” dei pini domestici, coltivati gli uni accanto agli altri per poter produrre i pinoli, a testimonianza di quell’epoca settecentesca in cui le famiglie del patriziato romano hanno in tal modo modellato il territorio, unendo l’utile al dilettevole. Ma dobbiamo farlo con la consapevolezza che questa operazione ha lo stesso significato del recupero di un sito di archeologia industriale, in cui conservare vecchie ciminiere e padiglioni in disuso. Potrebbe quindi anche aver senso rimettere a dimora, a Castel Fusano, un numero congruo e limitato di pini domestici, in un’area circoscritta e agevolmente accessibile e gestibile, in cui operare in maniera programmata endoterapia, lavaggi delle chiome, annaffiamenti: più come intervento di tutela straordinaria (ed onerosa) di un bene culturale, però, che come azione di riforestazione.
Dobbiamo, infine, distribuire in maniera oculata le risorse disponibili, in modo da contemperare l’esigenza non più rimandabile di rigenerare un bosco con quella di preservarne almeno in parte la forma, tenendo conto anche del fatto che Roma Capitale – come tutti i comuni italiani – vede la propria macchina amministrativa allo stremo per la continua emorragia di personale, ormai divenuta un problema ben più grave della carenza di fondi.
Quella di ripristinare integralmente lo status quo preesistente all’infestazione, rimettendo a dimora, a Castel Fusano, esclusivamente o quasi esclusivamente pini domestici, non mi pare dunque l’opzione preferibile. Cerchiamo invece, amministrazione comunale e cittadinanza, di individuare insieme un giusto punto di equilibrio tra tutte le esigenze che abbiamo individuato.

La sfida ecologista: gestire la transizione
Il nostro dovere di ecologiste ed ecologisti nelle istituzioni e nella società civile è quello di essere competenti sui temi, aperti al confronto, e capaci di intuizioni e di proposte efficaci per gestire tutte le transizioni che ci saranno imposte dal cambiamento climatico: se saremo in grado di farlo quando in gioco sono beni come l’ambiente ed il paesaggio, saremo coronati dal successo anche quando si tratterà di immaginare soluzioni ecologicamente valide per questioni come le migrazioni, le guerre, l’approvvigionamento energetico, il diritto di tutte e tutti ad una casa e ad un lavoro, l’adeguata distribuzione delle risorse del pianeta e la loro rigenerazione a beneficio di chi verrà dopo di noi.
