Ecco una piccola storia, vissuta in prima persona, sulla retorica del “rispediamoli al loro paese!”. Mi riferisco, ovviamente, agli immigrati.
La storia è questa.
Ieri, mentre esco di casa, mi precipita il telefono dalla tasca. Quando lo raccolgo, non è più lui. Sullo schermo è calata la notte. Una notte con qualche graziosa striatura verde, tipo aurora boreale. Solo che quel nero, più che un’aurora, annuncia una notte perenne: il touchscreen si dimostra insensibile a qualsiasi manipolazione. Dovendoci lavorare, non è la cosa migliore che poteva capitarmi.
Ieri, mentre esco di casa, mi precipita il telefono dalla tasca. Quando lo raccolgo, non è più lui. Sullo schermo è calata la notte. Una notte con qualche graziosa striatura verde, tipo aurora boreale. Solo che quel nero, più che un’aurora, annuncia una notte perenne: il touchscreen si dimostra insensibile a qualsiasi manipolazione. Dovendoci lavorare, non è la cosa migliore che poteva capitarmi.
Il telefono è un Samsung. Per cui, chiamo un centro Samsung. Mi risponde un tipo, voce tra il distaccato e l’infastidito. Gli spiego la situazione. Risposta, con aria di concessione: 100 euro per cambiare lo schermo e niente trasferimento dati. Il tono e il contenuto del rivenditore Tim sono identici: aria seccata e niente trasferimento dati.
Mi ricordo allora di un negozio vicino a casa, gestito da dei ragazzi indiani, alla Montagnola. Chiamo. Il tono è disponibile: per cambiare lo schermo e trasferire i dati vogliono 45 euro. Mi ci precipito. Ma c’è un problema: per poter trasferire i dati bisogna cambiare lo schermo, che non hanno. “Qualcosa ci inventiamo”, dicono. Quando, 8 ore più tardi, ci torno, scopro che cosa si sono inventati. Hanno collegato la carcassa del mio telefono a un altro telefono mezzo rotto, creando come dei gemelli siamesi. Grazie a questa trovata, stanno passando i dati vecchi al telefono nuovo. Ma ci sono ancora dei problemi. Il negozio chiuderebbe alle 19, ma loro vanno avanti lo stesso. I clienti continuano a entrare: i ragazzi indiani risolvono (gratis) i problemi telefonici di una vecchietta, spiegano a un tipo burbero quali fossero i problemi di accensione del suo pc, e intanto salgono e scendono in una sorta di laboratorio-cripta, per tenermi informato sulla situazione del mio telefono.
A un certo punto, dalla cripta emerge un ragazzo di cui fino a quel momento avevo sentito solo la voce. Stringe i gemelli siamesi in una mano. In un italiano stentato, mi spiega che ci sono delle buone speranze. Mi spiega anche perché. Io gli chiedo di dove sia: “Bangladesh”, mi risponde. Aspettiamo ancora, entrambi con lo sguardo fisso sul mio telefono. Dopo qualche minuto, arriva la buona notizia: ce l’hanno fatta. Sono le 20.11.
Il prezzo, invece, nonostante le 11 ore di lavoro, è sceso a 40 euro. Mi scuso per lo sforamento orario, ma mi assicurano che per loro non è un problema. Penso a quello della Samsung e al suo tono di voce. Si può dire quello che si vuole. Ma quelli che noi vorremmo “aiutarli sì ma a casa loro” ci aiutano a casa nostra quando gli italiani non lo farebbero per nessuna ragione.

