A Villa Pamphili, di prima mattina, il silenzio è ancora un bene disponibile. Eppure quasi tutti lo attraversano con gli auricolari nelle orecchie. Un piccolo racconto sui saluti mancati, sulle conversazioni rubate ai passanti e sul valore, sempre più raro, di concedersi un’ora senza sottofondo.

Ne ho contati 30 su 40: trenta persone avevano gli auricolari al mattino, nel casuale incontro a Villa Pamphili. Nella mia abituale passeggiata dalle 7 alle 8 ho il vezzo e il piacere di avvertire un gemellaggio di orari, spazi, sguardi con chi incontro. Dico “buongiorno” perché è bello sentirsi ricambiare un saluto da uno sconosciuto, magari uno sguardo o un sorriso con chi condivide con te una fila di pini, un’ombra ancora lunga, un raggio che filtra. Abitudine montanara che cerco di mantenere anche in città in un parco, al mattino presto, dove il silenzio avvolge tutto e solo il cinguettio degli uccelli è il ritmo per le tue orecchie.
Il mio saluto però non viene quasi mai contraccambiato, non perché mi prendano per matto o almeno strano ma perché non mi sentono. Così avviene pure nella condivisione di una ciclo-pedonale dove timidamente suoni il campanello e la persona che ti precede non si scansa. Ti interroghi, ma poi capisci subito.
Hanno quelle “virgolette bianche” nelle orecchie.
Tutti oggi sono connessi, hanno una musica di sottofondo, una telefonata da fare, un vocale da risentire, una dichiarazione di Trump da riascoltare per l’ennesima volta.
A Villa Pamphili la mattina presto, il vero sapore e gusto è percepire il tuo respiro, quello delle piante che ti circondano, le foglie che si muovono con un alito di vento e quelle che calpesti, il frastuono di cinguetti diversi, ignoti, ritmici. Musica, musica vera. Le auto lontanissime non esistono, la città regala silenzi da non affogare nella tecnologia. Forse paura di uno spazio vuoto o il colpevole tempo dedicato ad una passeggiata che deve andare a braccetto coi ritmi della città?
Tutti o quasi soli con la loro compagnia nelle orecchie per abbinare due momenti, condividere il tempo, la corsetta o passeggiata e essere sempre presenti, connessi.
Raro l’incontro con una coppia di donne o uomini (più donne) che parlano, raccontano, commentano. Mi piace rubare un frammento di conversazione e immaginare una scena, un pezzetto di vita, come un film, quasi uno zapping con le parole che durano 10 metri.
“Ma non ti sembra troppo 15 euro per il regalo della maestra; io alla rappresentante..!”.
“Tu le melanzane prima le friggi a strisce poi le ripassi…”.
“Certo che quando giocavamo noi a pallone tutti quei passaggetti che fanno adesso…”.
“Ho fatto 4 e 30 al km ma poi le gambe il giorno dopo…”
Mi piace godere di questo piccolo furto di identità e parole, e definire ruoli, scene, situazioni, anche conclusioni.
Non so perché ma dopo un’ora, quando torno verso l’uscita mi è venuta sempre un’idea, un’intuizione, una proposta da fare. Niente mi ha distratto. Ho lasciato che passi e pensieri andassero lì dove non sarei arrivato, se non col silenzio. Sentieri della mente.
“Buongiorno”, lo sconosciuto mi ha risposto. Riattraverso la strada e la città mi pare più leggera.

