Dal design al podere, dal lockdown a una nuova vita in campagna: la storia di Giulia Fontana, giovane agricoltrice che con la compagna Chiara ha fondato La Selvatica a Capalbio, tra permacultura, pomodori e sogni sostenibili.
Ai primi di maggio del 2020, i lunghi corridoi dell’aeroporto di Fiumicino erano praticamente deserti da settimane, dopo l’inizio del lockdown da Covid. Così deserti, che anche i passi di un solo passeggero rimbombavano in modo quasi imbarazzante, come fosse un peccato rompere quella quiete anomala. Giulia Fontana era appena sbarcata da un volo proveniente dall’altra parte del mondo, la Nuova Zelanda. Dopo una lunga attesa, era riuscita a ottenere il permesso di viaggiare e assicurarsi il volo per tornare in Italia.
Nel paese australe Giulia era arrivata nel 2019, a 25 anni, grazie a Wwoof, sigla di World Wide Opportunities on Organic Farms, che si può tradurre come “Opportunità mondiali nelle fattorie biologiche”. Si tratta di una rete internazionale che mette in contatto chi viaggia con chi coltiva la terra in modo sostenibile.
Giulia, insomma, ha fatto wwoofing, vivendo per un periodo in fattorie e aziende agricole che praticano l’agricoltura naturale, per dare una mano nelle attività quotidiane in cambio di ospitalità, cibo e, anche, della possibilità di imparare nuove tecniche, e uno stile di vita diverso.
Per Giulia, in realtà, l’agricoltura era, è, una questione di famiglia. Si può dire che è “figlia d’arte”. Il padre Fabrizio, che in quel giorno di maggio 2020 l’aspettava fuori dall’aeroporto, è un agronomo, anche se ha sempre lavorato come buyer in grandi aziende alimentari. Stefania, la madre, da anni lavora in una società informatica, ma anche lei ha studiato Agraria, ed è nata e cresciuta nella campagna maremmana, a Capalbio, dove suo padre, il nonno di Giulia, faceva il buttero: pascolava le vacche nella macchia e coltivava uva da vino, grano, ortaggi.

Ed è proprio a Capalbio – dopo un paio di settimane chiusa in casa a Roma, insieme ai genitori e al fratello Francesco, di pochi anni più giovane – che Giulia ha deciso di trasferirsi, “evadendo” grazie a un permesso di lavoro giornaliero che le aveva rilasciato una zia. Oggi vive e lavora a pochi chilometri dal borgo fortificato adagiato sulle colline, insieme a Chiara, la sua compagna. Insieme gestiscono La Selvatica, “una piccola realtà agricola per grandi sognatori”, come dice la loro pagina Facebook.

L’agricoltura, però, non è sempre stata il suo sogno. Nel 2013, preso il diploma di liceo classico, Giulia era volata in Gran Bretagna, a Brighton e a Londra, per studiare design di oggetti e interni. Una scelta che non ha mai ripudiato; anzi, dice, vorrebbe avere più tempo, oggi, per disegnare gioielli, come ha fatto fino a qualche tempo fa. Ma è in Nuova Zelanda, racconta, che ha avuto la conferma, come un’illuminazione: “Tornare alla terra, alle origini, al podere di mio nonno”.
“Mio padre e mia madre ci hanno sempre tenuto in contatto con la terra, con Capalbio. Mi sono accorta di sapere e di saper fare delle cose che ignoravo, o che non ricordavo. Allo stesso tempo, siamo ancora alle prime armi”.
“Vivere in una città è molto impegnativo, per lo stile di vita che preferisco. È una questione di ritmi, di fare un passo alla volta, di restare in contatto dalla natura”, dice ancora Giulia, che, come tante e tanti, ha vissuto il suo periodo da adolescente ribelle: a un certo punto è diventata vegetariana e ha cominciato a fare la volontaria della Lega Antivivisezione.
La Selvatica dispone di un ettaro di orto, un ettaro coltivati a olivi e cinque ettari di seminativo, che produce mangimi per gli allevatori in zona. Giulia e Chiara (che è local, capalbiese: una cuoca di formazione che però ama manovrare i trattori) non lavorano soltanto la terra, con l’aiuto, di qualche lavorante – raramente – oppure di volontari che fanno wwoofing, donne e uomini dai 20 ai 40 anni ospitati in una tenda da campeggio montata nel podere.

Oltre a coltivare, le due donne si occupano della vendita. D’estate propongono i loro prodotti su un banco, per strada, ma la loro clientela principale è a Roma, tutto l’anno. L’azienda vende box da 5 o 7 kg di verdura e frutta, e ogni settimana invia su whatsapp una lista delle disponibilità dell’orto. Poi Giulia e Chiara arrivano nella Capitale col loro furgone, toccando sette punti di consegna, in altrettanti quartieri, a orari prestabiliti, per consegnare la spesa.
Le due possono anche contare sulla “consulenza” di Stefania e di Fabrizio oltre che di Luca, un amico e collega dei genitori sin dai tempi della facoltà di Agraria all’Università di Viterbo. “Mio padre mi ha sempre sostenuto a spada tratta in questa avventura – dice – Anche mia madre, ma all’inizio era un po’ ansiosa. Ora però ci aiuta tantissimo. E anche mio fratello”.
Alla Selvatica non si pratica l’agricoltura biologica certificata, ma la cosiddetta permacoltura. Si tratta di un sistema agricolo e insieme di un approccio etico-filosofico, basato su tre pilastri: cura della Terra, cura delle persone e condivisione equa delle risorse. Il termine è stato coniato in Australia nel 1970 da Bill Mollison e David Holmgren, ispirati dalle pratiche di Masanobu Fukuoka, fondatore della “agricoltura naturale”. Un sistema che promuove un’agricoltura sostenibile che non impoverisce il suolo e non causa inquinamento, limitando la produzione di rifiuti. Per raggiungere questi obiettivi, le colture sono diversificate e adattate alle condizioni locali. “Per il momento va bene così, i nostri clienti ci danno fiducia, e riusciamo anche a tenere i costi più bassi”.
Qual è il prodotto di cui vanno va più fiere? “ I nostri pomodori! Sono uno spettacolo, abbiamo più di 10 varietà, di tanti colori. Sono i nostri gioiellini”, dice ridendo Giulia.

Dopo cinque anni, Giulia si pente mai della scelta? “Solo quando c’è di mezzo la burocrazia, visto che questa è un’impresa. O talvolta per il clima. Ma non è che posso controllare la grandine, il vento, il caldo… Altrimenti no, non mi pento affatto”.
Il lavoro è duro, dice. “È tosto, si fatica”. Ma questo non le impedisce di fare tante cose. “Mi sento ancora una designer, per creare un’identità, un brand. È dura, ma anche gratificante”.
Giulia dice di non sentirsi un’imprenditrice, ma un’agricoltrice: “Facciamo scelte che a un imprenditore potrebbero sembrare folli. Ci interessa di più la qualità che la quantità, fare sì che il nostro spazio sia il più sano possibile. Ci piace poter vivere di questo”.
Dal punto di vista economico, La Selvatica è comunque un’impresa sostenibile, assicura Giulia. Non ci sono spese di affitto, i macchinari essenziali sono pochi, c’è una “rete solida di clienti”. Ora le due donne stanno cercando di ottenere finanziamenti per poter ristrutturare un capannone e organizzare in modo continuativo delle attività che già hanno iniziato a sperimentare coi clienti più affezionati: cucina, incontri di yoga, scambio di abiti, laboratori, anche iniziative culturali. “A Capalbio, a parte l’estate, questo tipo di cose mancano tantissimo”, dice. E dire che, nell’immaginario collettivo, la località toscana è sempre stata percepita come un luogo di cultura e raffinatezza, un buen retiro scelto da scrittori, artisti e uomini politici proprio per la sua vicinanza a Roma e per l’atmosfera sospesa che vi si respirava. Un rifugio ideale, insomma, dove la vita intellettuale si intrecciava alla quiete del paesaggio.
Per il momento, Giulia esclude il ritorno in città, ma non si sente neanche di fare programmi a lunga scadenza. “Mi piace la stabilità, ma non gli impegni a vita, resto aperta ai cambiamenti e a nuove prospettive. Per ora sto investendo tanto, qui. Questo, per me, è il posto del cuore”.

[Le foto sono tratte dalla pagina Facebook La Selvatica]
