Da anni se ne parla, spesso invano. Stavolta però qualcosa sembra essersi mosso davvero: a fine febbraio il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il sindaco Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca hanno raggiunto un’intesa su uno dei nodi più ostici della riforma dei poteri di Roma Capitale. Un accordo trasversale che ha riaperto i giochi su un disegno di legge costituzionale fermo da molto tempo nelle strettoie parlamentari.

L’idea di fondo è semplice: Roma non è un comune come gli altri, e non può essere governata come tale. Con circa tre milioni di abitanti, la sede delle istituzioni dello Stato, delle ambasciate straniere e della Città del Vaticano, e milioni di turisti che ogni anno gravano su trasporti e servizi, la Capitale si trova a dover gestire compiti da grande metropoli europea con gli strumenti normativi pensati per un municipio di medie dimensioni.
La riforma punta dunque a correggere questa anomalia modificando l’articolo 114 della Costituzione per riconoscere a Roma uno statuto speciale, con autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria strutturata. In concreto, il Comune potrebbe legiferare direttamente su undici materie oggi condivise con la Regione Lazio o affidate allo Stato: trasporto pubblico, urbanistica, commercio, turismo, politiche sociali, edilizia residenziale, cultura, ambiente. Non si tratterebbe più di aspettare che la Regione approvi un piano regolatore o di negoziare fondi d’emergenza a ogni manovra finanziaria: Roma avrebbe risorse certe e poteri certi.
A che punto siamo
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo base nel luglio 2025. In autunno la Commissione Affari Costituzionali della Camera ne ha avviato l’esame formale. Ora il calendario è stretto: il voto in commissione è atteso entro il 5 marzo, l’approdo in Aula il 9. Poi il percorso prevede due passaggi ciascuno alla Camera e al Senato — come impone la procedura per le leggi costituzionali — e, se non si raggiunge la maggioranza qualificata, un eventuale referendum confermativo.
Parallelamente dovrà essere approvata una legge ordinaria che definisca i dettagli pratici: quante risorse, quali funzioni, come avverrà il decentramento. A questo scopo è stata proposta una commissione mista tra Governo, Regione e Comune.
Il nodo della Lega
Il percorso non è privo di ostacoli. La Lega ha proposto un emendamento per estendere poteri analoghi anche ad altri capoluoghi metropolitani attraverso una legge statale ordinaria. L’intenzione dichiarata è di non fare di Roma un caso isolato; il timore dei sostenitori della riforma è che, allargando troppo il perimetro, si diluisca il carattere speciale della Capitale e si complichi ulteriormente un iter già delicato. L’intesa del 26 febbraio sembra aver trovato una mediazione su questo punto, ma i dettagli restano da definire.
Potrebbe essere la volta buona ma
Il Giubileo del 2025 ha reso evidente quanto la catena di comando tra Comune, Regione e Stato fosse lenta e farraginosa di fronte a scadenze stringenti. Quell’esperienza ha accelerato il consenso politico attorno alla riforma. L’obiettivo dichiarato è completare l’iter entro la fine del 2026, per dotare Roma di un assetto istituzionale paragonabile a quello di Parigi, Berlino o Madrid. Città che, non a caso, non chiedono il permesso alla propria regione per decidere come far funzionare i propri autobus. Tutto questo, però, si svolge in un clima politico che non invita all’ottimismo. Il governo Meloni è impegnato su fronti che consumano capitale politico: il referendum sulla riforma della giustizia, sul quale il centrodestra teme di non raccogliere il quorum, ha reso i rapporti tra maggioranza e opposizione più tesi del solito. Il centrosinistra, dal canto suo, è apertamente ostile alla proposta di legge elettorale avanzata dalla coalizione di governo. In questo contesto, l’intesa trasversale sulla riforma di Roma – che vede Meloni e Gualtieri sulla stessa linea – è un’anomalia preziosa, ma anche fragile. Le riforme costituzionali richiedono tempi lunghi, maggioranze ampie e una disponibilità al compromesso che i momenti di alta tensione politica tendono a erodere. L’accordo del 26 febbraio è un punto di partenza reale; che lo sia anche di arrivo, lo dirà il calendario parlamentare dei prossimi mesi.
