Il Comune dice di avere le mani legate finché non passa la riforma costituzionale su Roma Capitale. Le associazioni cittadine dicono che non è così. Nel mezzo, una città che si svuota.

Sabato 9 maggio, in piazza del Planetario, a due passi dalla stazione Termini, qualcuno ha allestito un appartamento in mezzo alla strada. Un letto, un comodino, un tavolo apparecchiato, una valigia, sacchi della spazzatura ammucchiati. Una casa “sfrattata”, esposta all’aria aperta. L’iniziativa era di Nonna Roma, insieme a una ventina tra associazioni e sindacati, dal Sunia alla Cgil Roma e Lazio, dalla Rete della Conoscenza al Social Forum Abitare. Un flash mob, anche se elaborato, che poneva una domanda di fondo: a chi appartiene ancora Roma?
I numeri danno la misura del problema. Nella Capitale ci sono oggi – secondo elaborazioni diffuse da associazioni riunite nella campagna RiAbitiamo Roma, basate su dati Inside Airbnb e sui principali portali immobiliari – circa 34.000 alloggi destinati agli affitti brevi turistici, a fronte di soli 4.000 annunci di case in affitto tradizionale, e appena 300 sotto gli 800 euro al mese. Nel centro storico più caratteristico, quello compreso tra il Tevere, piazza del Popolo e il Colosseo, la popolazione residente è calata del 35,8% tra il 2014 e il 2019, dice il Comune. Secondo Fanpage, nei 22 rioni storici si è passati da 425.000 abitanti nel 1951 a poco meno di 115.000 nel 2021. Non è un’emergenza in arrivo: è una trasformazione già avvenuta, quartiere per quartiere.
Il sindaco risponde: senza la riforma non posso fare nulla
Il giorno dopo il flash mob, il 10 maggio, il sindaco Roberto Gualtieri è intervenuto dal palco di un evento di Sinistra Civica Ecologista e ha risposto indirettamente alle associazioni. La sua tesi è netta: senza una riforma dei poteri di Roma Capitale, il Comune non ha gli strumenti giuridici per regolamentare gli affitti brevi. “Sapete cosa accade se passa la riforma di Roma Capitale? Che finalmente gli Airbnb potremo regolamentarli”, ha detto, secondo l’agenzia di stampa Ansa. “Mi vergogno quando i sindaci di Parigi, di Barcellona, di New York possono farlo e invece noi siamo l’unica capitale europea che non può farlo”.
La riforma di cui parla Gualtieri esiste ed è in cammino. Il 29 aprile scorso la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge costituzionale che modifica l’articolo 114 della Costituzione, riconoscendo a Roma poteri legislativi su undici materie, tra cui governo del territorio, commercio e turismo. Il voto è stato 159 sì, 33 no, 55 astensioni, con il Partito Democratico che si è astenuto, suscitando polemiche anche da parte della premier Giorgia Meloni. Il testo passa ora al Senato, poi dovrà tornare alla Camera per una seconda deliberazione a distanza di almeno tre mesi, come prevede l’articolo 138 della Costituzione per le leggi di revisione costituzionale. Se in quella seconda lettura non si raggiungono i due terzi dei componenti di ciascuna Camera, potrà essere richiesto un referendum confermativo. Stiamo parlando, in ogni caso, di anni.
Le associazioni: la legge c’è già
L’11 maggio Nonna Roma ha replicato con un post secco: “Non è esattamente così”. Il riferimento è alla legge regionale del Lazio n. 8 del 24 maggio 2022, che contiene un passaggio finora poco discusso pubblicamente. La norma attribuisce esplicitamente a Roma Capitale la facoltà di “individuare criteri specifici in riferimento a determinati ambiti territoriali per lo svolgimento di attività di natura non imprenditoriale di locazione di immobili ad uso residenziale per fini turistici, nel rispetto dei principi di stretta necessità, proporzionalità e non discriminazione.” Non è una norma generica: è scritta per Roma, pensata per questo problema, in vigore da tre anni. Il Campidoglio non l’ha mai attivata.
Le associazioni citano anche la riforma delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore, che darebbe al Comune ulteriori strumenti urbanistici per intervenire. E ricordano che l’Assemblea Capitolina si è espressa più volte in favore di una regolamentazione. La domanda, dunque, non è se Roma abbia poteri. È perché non li usa.
Il nodo dei ricorsi
La risposta più onesta è però che la situazione giuridica è più intricata di come la raccontano entrambe le parti. La legge regionale 8/2022 esiste, ma è già stata contestata: l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva espresso parere negativo, ritenendola in contrasto con i principi nazionali ed europei in materia di concorrenza, in quanto costituirebbe una restrizione ingiustificata della libertà di iniziativa economica. Uno strumento quindi disponibile sulla carta, ma esposto a ricorsi in caso di applicazione.
Non è un timore astratto. Il governo ha già impugnato davanti alla Corte Costituzionale la legge dell’Emilia-Romagna sugli affitti brevi, approvata a dicembre 2025, che introduceva la “locazione breve” come destinazione urbanistica distinta dall’uso residenziale e attribuiva ai Comuni il potere di limitare le percentuali di alloggi turistici per zona. La legge è in vigore, il ricorso non la sospende, ma il segnale politico è chiaro: chi prova a regolamentare finisce in tribunale. Molte amministrazioni italiane stanno aspettando di vedere come reggono ai ricorsi i regolamenti già approvati – quello di Firenze in primo luogo, in vigore dal maggio 2025 con il divieto di nuove aperture nell’area Unesco – prima di muoversi.
Venezia è l’eccezione che conferma la regola. È l’unico Comune italiano che dispone di poteri speciali sulle locazioni turistiche grazie al cosiddetto “emendamento Pellicani” del 2022, un unicum nel panorama nazionale. Ha introdotto una moratoria sulle nuove locazioni nel centro storico valida fino a dicembre 2026 e un limite di 120 notti annue oltre il quale scattano obblighi aggiuntivi. Ma anche a Venezia il regolamento più strutturato è rimasto nel cassetto per mesi, con la giunta che ha di fatto rimandato tutto alla prossima amministrazione. Avere i poteri, insomma, non significa necessariamente usarli.
La partita interna alla giunta
C’è un’altra dimensione della storia, meno visibile ma forse più decisiva. Il 28 febbraio, in Campidoglio, si è tenuto un incontro promosso dalla Rete romana del Social Forum dell’Abitare per discutere le proposte sul futuro regolamento. La sorpresa è stata l’intervento dell’assessore al Turismo Alessandro Onorato, che ha spiegato come l’acquisto recente da parte del Comune di circa mille immobili Enasarco – per un valore complessivo di 250 milioni di euro – sia stato possibile grazie agli introiti del contributo di soggiorno generato dal turismo. Traduzione: il turismo, inclusi gli affitti brevi, finanzia le politiche abitative. Toccare quella leva significa toccare quella catena.
A marzo, il presidente della commissione patrimonio e politiche abitative Yuri Trombetti aveva promesso una bozza di regolamento “per fine marzo o inizio aprile.” A maggio, la bozza non è ancora pubblica.
Una città che non aspetta
Gualtieri ha ragione quando dice che la riforma costituzionale sarebbe uno strumento potente e necessario nel lungo periodo. Probabilmente è anche vero che agire con gli strumenti esistenti espone il Comune al rischio concreto di ricorsi e di sconfitte in tribunale. Ma trasformare questo rischio nell’unica risposta a chi chiede di intervenire adesso è un’altra cosa. Tra il “non possiamo fare nulla” e il “facciamo tutto il possibile” c’è uno spazio ampio, fatto di scelte politiche, equilibri interni alla giunta, e interessi economici che non è corretto ignorare.
Nel frattempo, i numeri non aspettano i tempi del Parlamento. Trentaquattromila appartamenti turistici contro 300 case in affitto sotto gli 800 euro al mese. Una città che si è svuotata dei suoi residenti nell’arco di una generazione. E un letto disfatto in mezzo a una piazza, come promemoria di quello che sempre più romani non riescono più a permettersi.


