Mentre entra in vigore il piano nazionale “tolleranza zero”, la Capitale sperimenta barriere olfattive e ultrasuoni. Ma gli esperti avvertono: senza una gestione rigorosa dei rifiuti, nessuna tecnologia potrà allontanare i branchi.

Le immagini dei cinghiali che “giocano a pallone” in un campetto di periferia hanno fatto il giro dei social, regalando un sorriso ma riaccendendo, al contempo, un dibattito mai sopito. La convivenza tra la Capitale e la fauna selvatica è entrata in una nuova fase, segnata da un lato da un giro di vite normativo, dall’altro dalla ricerca di soluzioni tecnologiche per gestire l’emergenza.
Il nuovo Piano Nazionale 2026-2028: tolleranza zero
A inizio febbraio è diventata operativa l’ordinanza 1/2026 del Ministero della Salute, che traccia la rotta per il prossimo triennio. L’obiettivo dichiarato per le aree urbane e i siti archeologici è ambizioso e drastico: la rimozione totale degli esemplari per contrastare la diffusione della Peste Suina Africana (PSA, che non si trasmette agli esseri umani ma crea danni economici e ambientali, perché è letale quasi al 100% per i maiali).
Annche nel Lazio l’emergenza sanitaria è sotto controllo, la tensione resta alta: il 12 febbraio scorso, un’ordinanza del sindaco deil Comune di Fiumicino ha disposto la chiusura precauzionale della Pineta Monumentale di Fregene a causa del ritrovamento di carcasse infette, confermando che il virus continua a circolare alle porte della città.
La sfida dei dissuasori: dove si sperimenta
Mentre la Regione Lazio cerca strutture idonee per ospitare gli animali sequestrati (un bando che scade il 20 febbraio e che è già oggetto di un ricorso al TAR da parte dell’ENPA), in città si testano strade alternative per tenere i branchi lontani. A Roma Nord si sperimentano barriere olfattive: nelle zone adiacenti alla Riserva dell’Insugherata e al Parco di Veio, si stanno utilizzando sostanze che simulano l’odore dei predatori. L’obiettivo è creare un “muro invisibile” che scoraggi i branchi dall’entrare nei quartieri residenziali. A Roma Ovest si provano invece dissuasori acustici e ultrasuoni: intorno a Monte Mario e nelle aree di gioco in periferia, vengono testati dispositivi che emettono frequenze fastidiose per gli animali o suoni d’allarme specifici. Ma si usano anche le classiche recinzioni fisiche, come reti elettrosaldate nei varchi critici che collegano le aree verdi alle strade asfaltate.
Il “dissuasore” più potente resta la gestione dei rifiuti
Nonostante l’investimento in tecnologie e piani straordinari, gli esperti sono unanimi: il cinghiale entra in città perché trova cibo facile. Il decoro urbano non è solo una questione di estetica, ma una misura di sicurezza fondamentale. Lasciare sacchetti di rifiuti fuori dai cassonetti o non rispettare rigorosamente il calendario del porta a porta significa, di fatto, “apparecchiare la tavola” per i branchi. Finché i rifiuti rimarranno una risorsa accessibile in strada, nessun dissuasore sonoro o barriera olfattiva potrà competere con il richiamo di un pasto energetico e senza sforzo.
