Una città che sta cambiando inesorabilmente con tonnellate di cemento. Si moltiplicano i Comitati contrati e nell’Ottavo Municipio è battaglia aperta.
Ci stanno cambiando la città sotto gli occhi. Giorno dopo giorno. Roma somiglia sempre di più alla Milano descritta con infinita amarezza da Carlo Verdelli: “Tutto superlativo, anche nel brutto e nell’incoscienza edilizia che sterilizza la terra riducendola a base solida per costruzioni progressive”.
La medesima bulimia è sbarcata nella Caput con la montagna dei soldi del Pnrr e il Giubileo. Ieri era il sacco dei vecchi palazzinari, oggi impazzano le holding a capitale straniero. I Ceo, i Cda dei fondi conoscono dell’Urbe a malapena il Colosseo, hanno però idee grandiose pari alle previsioni di profitto o, meglio, il “Cash Flow Statement”. Quindi nascono come funghi hotel di lusso, ne sono previsti 14 in pochi mesi, perfino più di Londra senza però avere le infrastrutture della metropoli inglese. Né abbiamo contezza della cura verde parigina: basta farsi un giro tra San Giovanni, Piazza della Repubblica e la Stazione Termini. Una desolazione. Dunque, alla fine si punta solo sul cemento.
Cemento che ha trasformato interi quartieri. San Lorenzo è quasi irriconoscibile tra hotel, residence e studentati di lusso. Vedi il famoso The Social Hub nell’area dell’ex Dogana, 24mila metri quadri di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze ceduti per 28 milioni di euro – una cifra irrisoria rispetto ai prezzi di mercato – a Tsh Rome Propco Srl, sussidiaria del colosso olandese The Social Hub, sostenuto da fondi pubblici. A nulla sono valse le proteste dei cittadini. Né qui, né in Prati dove il Tribunale di Roma si mangerà un pezzo della collina di Monte Mario, né a Borgo Pio dove è previsto un gigantesco garage sotterraneo, né a Pietralata dove il progetto dello stadio della A.S.Roma va avanti nonostante perizie, appelli e presidi dell’Arci locale e dei residenti.

Il caso Ottavo Municipio
Il municipio che oggi è maggiormente in fermento è l’Ottavo, ovvero il più a sinistra della città, guidato dal minisindaco Amedeo Ciaccheri. Un’area che all’improvviso fa gola “all’incoscienza edilizia”, avallata dal Campidoglio e tra gli imbarazzi del governo territoriale. Qui si moltiplicano progetti nel nome della “rigenerazione urbana”, la foglia di fico più in voga in città a colpi di delibere già approvate senza il necessario confronto con chi abita i quartieri.
Il riferimento normativo nel Lazio è quello contenuto nella legge 7 del 2017 che sulla carta mira a riqualificare il patrimonio edilizio esistente tramite incentivi, premi volumetrici (fino al 40% con demolizione e ricostruzione) e semplificazione delle procedure. L’uso ridotto di suolo è facilmente bypassato dalle costruzioni in verticale.
In nome della “rigenerazione urbana” è partita la gara a chi ce l’ha più alto: da via Benzoni alla Foresta Romana di Piazza dei Navigatori, dalla ex Fiera di Roma (ne abbiamo parlato qui) sulla Cristoforo Colombo passando per lo studentato/residence per ricchi negli ex Mercati Generali (ne abbiamo parlato qui). A difesa dello spazio gigantesco in via Ostiense si è costituito un Comitato di oltre 600 cittadini, si susseguono le assemblee, gli interventi illustri, anche dell’urbanista Paolo Berdini che ha avvertito il Comune dei rischi pure penali che corre.

Da Tor Marancia alla Montagnola
Non va meglio a Tor Marancia, dove in via del Caravaggio il costruttore Armellini (celebre per “le case di sabbia” a Ostia) ha dato mandato alla Oriental Finance Srl di progettare ben cinque torri: la più alta misurerà 74 metri, per un totale di 21 piani. La superficie utile lorda destinata al residenziale è pari a 19.565 metri quadri, mentre 1.500 saranno destinati alle attività commerciali e 258 a uffici e servizi. Il Comitato Caravaggio ha detto no, esprimendo tutto il proprio disappunto anche per via della fragilità del sottosuolo. Idem alla Montagnola dove nel deposito Ama sono previsti altri palazzi. Nello specifico un incremento del 35% dell’attuale e un cambio di destinazione d’uso, senza alcuno studio sull’impatto per il quartiere. Il do ut des prevede tra l’altro un Museo della Polizia, mai richiesto, mentre i famosi aspetti ambientali e gli standard urbanistici della legge regionale appaiono quanto meno confusi e marginali. In pratica un terreno comunale passa ad Ama che per sanare il proprio bilancio lo cede ai costruttori. Un modus operandi che ricorda il gioco delle tre carte.
La parte del leone la fanno sempre i privati, o i famosi fondi. Che non hanno alcun interesse a capire che tipo di gentrificazione attueranno, spesso sulla pelle di un ceto medio/basso mentre gli affitti in zona sono già schizzati. L’ottavo Municipio ha come tratto distintivo radici popolari e di memoria partigiana. Chi non riuscirà a sopravvivere a questo modello luxury che fine farà? Non si tratta solo di grattacieli e sterilizzazione del territorio ma di un’idea più ampia di città. Quella che ci prospettano e quella che vorremmo. Che Roma sarà? Quanto snaturata? Una Milano bis? Per citare sempre Verdelli: “una metropoli con una lingua piatta come la sua morfologia, a cui si ribella inventandosi uno sviluppo verticale, vetrificato, specchio di un’ambizione che non ha confini né sensi di colpa. Mentre le barriere sembrano diventate trincee, difese con protervia: prima fila, posti seduti, piccionaia, fila all’ingresso per i tanti che hanno il biglietto scaduto o non ce l’hanno proprio”.

Ecco, chiediamo a chi ci amministra di trovare il tempo per gestire questa smania di finto progresso. Forse abbiamo ancora modo di fare un passo indietro, pensare a una Roma inclusiva per davvero in grado di tutelare il proprio verde e l’infinito esercito in coda per un tetto, di riflettere sulle migliaia di uffici deserti e mai riconvertiti, o sulle centinaia e centinaia di abitazioni vuote. Davvero abbiamo bisogno di nuovi palazzi di lusso con graziose aiuole? Davvero il modello romano deve e può passare solo attraverso le strettoie del profitto, del cemento e della sperequazione?
