Una petizione partita dal liceo Cavour nei giorni scorsi ha raccolto ampie adesioni in altri licei romani e punta a coinvolgere tutti i docenti della Capitale: “A Gaza è come se ogni giorno sparisse una delle nostre classi”. Le richieste: basta armi a Israele, tutelare la Flotilla (che ieri è stata poi attaccata dalla marina israeliana), no a PCTO con aziende israeliane e industria bellica.

Stavolta a mobilitarsi contro l’orrendo massacro della popolazione di Gaza e a sostegno della Global Sumud Flotilla (che poi ieri è stata intercettata dalla marina israeliana) non sono solo gli studenti. A Roma è partita dagli insegnanti di quattro licei una petizione, sottoscritta da larga parte del corpo docente, che aspira a diventare espressione unitaria di tutti i professori della Capitale.
I firmatari dichiarano di dover prendere posizione “coerentemente con il nostro ruolo educativo di fronte alle nuove generazioni” su un genocidio in cui, a causa dei bombardamenti israeliani, “un’intera classe di quelli che potrebbero essere nostri studenti sparisce ogni giorno”. Chiedono “la rottura degli accordi politici, economici e militari che l’Italia intrattiene con lo Stato di Israele, smettendo così di essere complici del genocidio; la cessazione immediata di importazioni ed esportazioni di armi da e verso Israele, come per ogni altro paese coinvolto in un conflitto; la tutela da parte delle istituzioni italiane di qualsiasi iniziativa umanitaria volta a rompere l’assedio di Gaza, a partire dalla missione della Global Sumud Flotilla; la rottura degli accordi accademici e scientifici tra le università italiane e Israele”.
“Come docenti – prosegue il testo – sappiamo bene il valore della conoscenza e dello sviluppo, ma questi devono essere messi a servizio dell’umanità e della pace, non utilizzati per lo sterminio di un popolo; evitare la presenza nel nostro Istituto di attività di PCTO con aziende legate all’industria bellica o al sistema di apartheid israeliano e promuovere tutte quelle attività didattiche, che formino gli studenti a una cultura della pace fondata sulla giustizia e del Diritto, nel rispetto della libertà d’insegnamento e dell’autonomia scolastica”. Ne abbiamo parlato con una delle promotrici, insegnante al Machiavelli.
Chi ha promosso il testo e chi ha aderito finora?
Il testo è stato redatto da alcuni docenti del Liceo Cavour, che in prossimità del 22 settembre, hanno contattato anche noi del Machiavelli. Finora ha aderito una quota importante di colleghi dei due istituti, a cui si sono aggiunti anche Russell e Montessori.
Quale è lo spirito dell’iniziativa?
In questi giorni ognuno si mobilita a titolo personale e c’è anche una grande mobilitazione dei docenti e degli studenti. I documenti proliferano. Abbiamo scelto di aderire a quello dei colleghi del Cavour e abbiamo proposto ad altre scuole di aderire anche loro: è sintetico, non c’è retorica e contiene le questioni essenziali. Perché, come dicevo, ci sono tante prese di posizione, ma la sostanza è la stessa. Quello che secondo noi è importante che il mondo della scuola esprima in modo unitario è che siamo contro il genocidio. E visto che non abbiamo la forza per premere sul governo di Israele, proviamo a fare pressione sul nostro, a prescindere dal colore politico, ma allo stesso tempo lanciamo un segnale agli altri paesi europei.
Avete cercato di coinvolgere anche gli studenti? Cosa ne pensano?
Al Machiavelli, diversamente da altre scuole, come il Cavour, in cui gli studenti sono più politicizzati, finora si sono mossi solo singoli studenti. Io il 22 ho fatto sciopero e sono andata alla manifestazione. Tra i miei allievi, invece, pochissimi hanno fatto altrettanto e molti degli assenti non sono andati a scuola semplicemente perché temevano di non riuscire a spostarsi perché non c’erano mezzi pubblici.
La circolare dell’USR Lazio, trapelata nei giorni scorsi, che invita a non discutere di politica nei collegi docenti, non aiuta.
Certo, il problema è anche questo. Si tratta di un documento riservato indirizzato ai dirigenti scolastici, forse interpretando i desiderata ministeriali in modo più realista del re, scritto, a quanto si capisce, in una forma bizantina. Non proibisce esplicitamente di parlare del Medio Oriente, ma invita i dirigenti a limitare la discussione all’interno dei collegi docenti a questioni legate al funzionamento organizzativo della scuola. Il problema è che il collegio docenti è un organismo deputato anche a decidere sulla didattica. E se come docenti volessimo parlare di Medio Oriente a scuola? Il principio costituzionale della libertà d’insegnamento ci garantisce di poterlo fare. Ci sono licei come il Tasso e il Righi che stanno organizzando giornate di discussione sulla situazione in Medio Oriente, coinvolgendo anche esperti, ma sono scuole con un bacino d’utenza che aiuta – studenti curiosi, famiglie informate e sensibilizzate – e quindi è più semplice. Non è così ovunque e se anche chi governa la scuola crea degli ostacoli diventa davvero difficile.
Che scuola serve in un’epoca così intricata e carica di minacce?
Una scuola che sensibilizzi gli studenti, che valorizzi il principio della libertà di insegnamento. Non solo un luogo dove si imparano delle materie, perché accanto alla didattica, nel senso più comune in cui viene intesa, c’è anche la formazione critica dei nostri studenti, che invece oggi viene sacrificata tantissimo, soprattutto se si tratta di affrontare temi “divisivi” e “scabrosi”. Spesso si preferisce silenziare sul nascere qualunque dibattito. E il fatto che singole scuole riescano a organizzare giornate di studio con ospiti prestigiosi non risolve il problema. Del resto non riguarda solo Gaza. La questione dell’educazione sentimentale e sessuale tanto dibattuta l’anno scorso, ad esempio, è stata risolta così: si possono fare delle iniziative se c’è l’autorizzazione delle famiglie. Insomma la scuola da organo indipendente che si assume la responsabilità di fare delle scelte educative viene declassata a soggetto che agisce in base ai desiderata delle famiglie.
È anche questo che vi ha spinto a uscire allo scoperto?
Certo, noi come docenti la questione palestinese la sentiamo come un metalmeccanico o un portuale di Genova o di Livorno di quelli che oggi bloccano le navi cariche di armi. Ma nel nostro caso specifico a questo sentimento di solidarietà si aggiunge il fatto che nella scuola certe iniziative sono fortemente scoraggiate dall’alto. Con questo appello vogliamo dire anche che la scuola non può essere solo un luogo in cui indottrinare e inculcare idee decise fuori dai nostri istituti.

