12 Aprile 2026

Travertino al posto dei sampietrini: il Colosseo ha un nuovo pavimento. Ma gli alberi?

Il cantiere da 4 milioni di euro firmato da Stefano Boeri ha restituito all’anfiteatro la quota originaria e il materiale antico. Le polemiche non mancano. E resta una domanda: in una città sempre più calda, era davvero impossibile pensare a qualche albero?

Il Colosseo ha un nuovo pavimento. I sampietrini che circondavano l’anfiteatro dall’Ottocento sono stati sostituiti con lastre di travertino di Tivoli, cioè lo stesso materiale con cui i romani costruirono l’edificio 2.000 anni fa. Il cantiere, costato 4 milioni di euro e firmato dall’architetto Stefano Boeri, si è concluso in questi giorni restituendo all’area la quota originaria di 23 metri sul livello del mare, quella che permette di vedere e capire gli ambulacri meridionali, i corridoi coperti che correvano lungo il fianco sud e che nei secoli erano spariti alla vista.

È un’operazione filologica di indubbio rigore. Ma guardando quella distesa di pietra chiara nel cuore di Roma, in un’estate che ogni anno stabilisce nuovi record di calore, una domanda viene spontanea: non sarebbe stato il caso di piantare qualche albero?

La scelta del travertino

La decisione di usare il travertino non è casuale né puramente estetica. È il materiale originale del Colosseo, estratto dalle cave di Tivoli che rifornivano i cantieri romani antichi, e il suo utilizzo nell’area esterna vuole ristabilire una continuità materiale e visiva con l’edificio. Il progetto ha anche restituito la percezione della quota pavimentale originaria, già scomparsa nel IX secolo, consentendo di leggere meglio la struttura architettonica dell’anfiteatro dal basso.

L’archeologo Andrea Carandini ha difeso l’intervento con convinzione, sostenendo che era fondamentale liberare il Colosseo dalla stratificazione ottocentesca e ridargli spicco ritrovando quella quota originale. Una posizione condivisibile sul piano della conservazione e della leggibilità storica del monumento.

Ma non tutti sono convinti. Michele Zampilli, professore ordinario di Restauro all’Università Roma Tre, ha giudicato l’intervento “brutto e inutile”: il travertino, da solo, non ha valore se non è accompagnato da un riferimento chiaro al significato storico del luogo. Una critica che tocca il senso complessivo dell’operazione più che la sua correttezza tecnica: il rischio, in sostanza, è che il risultato sembri una grande piazza qualunque invece di uno spazio che racconta qualcosa.

Il problema del caldo

C’è però un tema che il dibattito pubblico ha sfiorato senza affrontare davvero, e che riguarda il futuro più che il passato. Roma è una città che soffre sempre di più il calore estivo. Le estati si allungano, le temperature notturne non scendono, le superfici impermeabilizzate accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano di notte, aggravando il fenomeno dell’isola di calore urbana.

Il travertino chiaro ha un vantaggio rispetto ai sampietrini scuri: riflette più luce e assorbe meno calore. Su questo fronte, la scelta non è sbagliata. Ma una grande distesa di pietra, per quanto chiara, resta una grande distesa di pietra. Senza ombra, senza verde, senza alberature che intercettino il sole diretto nelle ore più calde, l’area intorno al Colosseo d’estate è e resterà un forno.

Potrebbero esserci ragioni archeologiche solide per non aver piantato alberi: le radici sono nemiche degli strati sotterranei, e in un’area di straordinaria densità archeologica come questa il rischio di danneggiare strutture antiche è reale e non trascurabile. È una giustificazione comprensibile. Ma è anche una giustificazione che il progetto non ha mai esplicitato pubblicamente, e che sarebbe stato utile sentire nel dibattito.

Perché la domanda resta aperta: in una città che si sta adattando con fatica ai cambiamenti climatici, con un piano del verde urbano che dovrebbe piantare migliaia di alberi nei prossimi anni, era davvero impossibile trovare una soluzione che coniugasse il rigore filologico con qualche forma di ombra? O la scelta è stata semplicemente quella di privilegiare l’estetica storica, lasciando ai romani e ai turisti il problema di arrangiarsi con il caldo?

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