Perché l’annullamento da parte del Tar della Zona 30 di Bologna, paradossalmente, è una buona notizia anche per Roma, per la sua sicurezza stradale e per le giunte di centrosinistra.

È di questi giorni la notizia dell’annullamento da parte del Tar della famosa Zona 30 istituita a Bologna due anni fa, e che anche Roma ha cominciato ad adottare nel centro storico – e non solo – da appena una settimana.
Il motivo della decisione è legato al nuovo Codice della strada, in base al quale le amministrazioni comunali non possono stabilire un limite di velocità ridotto per aree ampie della città, ma devono procedere strada per strada, spiegando i motivi specifici che rendono necessaria quella riduzione del limite. Motivi che devono poi corrispondere a quelli previsti per legge, fermo restando che, comunque, il Codice prevede esclusivamente misure temporanee, con degli obiettivi ben definiti.
Se queste sono le norme e se si sapeva da tempo che a Bologna era stato avviato un ricorso rispetto alla normativa sulle Zone 30, allora perché la giunta capitolina – come quelle di altre città italiane, quasi tutte a guida centrosinistra – ha avuto tanta fretta di adottare un provvedimento analogo, sicura fonte di polemiche, senza attendere una settimana in più, aspettando così la sentenza bolognese, per poter poi mettere a punto una normativa più mirata e che non rischiasse di attivare anche nella Capitale lo stesso tipo di ricorsi, venendo magari annullata d’ufficio fra un anno o due?
La risposta è semplice: perché quello delle Zone 30 è diventato uno dei tanti feticci ideologici, delle tante “bandierine”, di cui l’Italia è satura, da poter sventolare all’interno del dibattito politico. Un dibattito politico, oltretutto, sempre più di facciata e sempre meno di contenuto, svilito a codice binario, a un elementare switch sì/no, buono/cattivo, giusto/sbagliato, a uno scontro fra opposte curve e tifoserie.
Un po’ come accade a destra con l’immigrazione e la sicurezza, o a sinistra con l’inclusività, anche per la viabilità stradale, più che guardare l’utilità, l’efficacia e la fattibilità di un provvedimento, coinvolgendo pienamente i cittadini nelle scelte, l’attenzione è stata posta sulla “tacca” che si poteva o meno incidere sul calcio del proprio fucile, sulla visibilità social e mediatica delle scelte operate.
Il risultato è che a Roma – così come a Bologna – la decisione d’istituire Zone 30 è risultata in tal modo altamente impopolare, sebbene salutata entusiasticamente da una ristretta cerchia di fan della giunta in carica. E l’opposizione ha avuto buon gioco nel cavalcare, oltre modo, la tigre del dissenso.
A Bologna il ricorso al Tar, anche se ufficialmente presentato da due semplici tassisti, è stato poi sostenuto – politicamente e legalmente –- da Fratelli d’Italia, il partito della premier e dal ministro Salvini, trasformando il tutto in una velleitaria sfida all’Ok Corral fra destra e sinistra. Una sfida che, in tal modo, non è entrata più nel merito dell’efficacia del provvedimento e dei possibili correttivi da adottare per migliorarlo. O tutto o niente. O con me o contro di me. Prendere o lasciare.
Il problema principale è che l’effetto di un provvedimento calato dall’alto in questo modo, potrà essere sì quello di ridurre rapidamente il numero d’incidenti cittadini – i dati diffusi dal comune di Bologna parlano di un -13% negli ultimi due anni – ma è anche quello di rinunciare a creare un’educazione civica alla sicurezza stradale, che sia diffusa e condivisa fra i cittadini.
Non si rallenta la velocità perché è stato interiorizzato un modello diverso di mobilità, un’attenzione al pedone e agli altri automobilisti, una consapevolezza che un traffico più ordinato, anche se più lento, evita ingorghi e rende più scorrevoli e paradossalmente più veloci i percorsi.
Di tutto questo non c’è traccia nell’animo degli automobilisti romani o bolognesi. Anche perché questo processo andrebbe avviato e interiorizzato lentamente, per gradi, cominciando con l’applicare le norme già esistenti, anziché crearne di nuove e più severe e punitive.
Se si rallenta è solo per paura delle multe, non certo per un diverso approccio rispetto alla città e al suo tessuto civico e stradale. Perciò si accelererà un attimo dopo, non appena si è fuori dall’occhio delle telecamere, col risultato che se forse si rendono un po’ più sicure e scorrevoli le Zone 30, di certo si rendono anche molto più pericolose e ingolfate tutte le altre, quelle dove vige il “tana libera tutti”, con un inutile saldo tra positività e negatività che risulta essere, nel migliore dei casi, a somma zero.

Inoltre, l’effetto culturale di fondo – ed è questo forse l’aspetto più preoccupante – è principalmente quello di fare interiorizzare ai cittadini un’idea dell’amministrazione pubblica e delle norme della strada come qualcosa di estraneo, controllante, persecutorio, punitivo. Cioè un’idea delle regole come “nemiche”. Il che porta con sé anche la necessità, per far rispettare anche la norma più condivisa, semplice e banale, di un controllo pervasivo e severo da parte delle autorità.
È un’idea che, con ogni evidenza, apre autostrade – sul piano ideologico di fondo – a quella visione della sicurezza tanto amata dalla destra. Le telecamere che puniscono chi va a trentadue chilometri orari, infatti, si sposano perfettamente – sul piano culturale – coi metal detector da installare agli ingressi delle scuole, o con le ronde anti-movida da far girare in città, tanto per fare due esempi cari al centrodestra. Sono solo le diverse facce della stessa medaglia.
Dunque il problema attuale, nell’istituzione delle Zone 30, non è tanto una questione di merito quanto di metodo: un metodo che però diventa sostanza. Le Zone 30 sono state finora istituite senza un preventivo processo, lento e coerente, di coinvolgimento e maturazione dello spirito civico cittadino. Sono normative “octroyée”, per dirla alla francese, cioè concesse e calate dall’alto, dando per scontato che tutti noi, di fondo, non saremmo mai capaci di maturare davvero una coscienza civica, perché siamo esseri cattivi, ignoranti, cocciuti e indisciplinati, esseri da guidare, da rieducare, da far sentire in colpa, da punire.
Se la sinistra vuole cominciare a smetterla di rendersi – di fatto – l’apripista ideologico della propria controparte politica, è proprio questa idea di fondo che va dismessa e combattuta. Senza prestarsi a complicità, più o meno inconsapevoli, con una cultura del controllo – come fatto finora coi metodi sinora utilizzati nell’istituzione e nell’applicazione delle Zone 30 – finendo per perdere la propria stessa ragion d’essere.
Per questo, oggi – anche se al momento è la destra a festeggiare – è la sinistra che può guardare con più serenità – anzi direi con vera gioia – alla recente sentenza bolognese del Tar. Una sentenza che le offre l’occasione di cambiare metodo e registro: a Bologna, a Roma e in ogni zona – trenta o non trenta che sia – di tutt’Italia.
Tornando in tal modo ad avere una propria specificità e un proprio ruolo, anziché essere una simil-destra controllante e punitiva: una simil-destra dall’aria più antipatica, spocchiosa e fighetta rispetto alla destra originale – che non a caso poi risulta spesso vincente – giustificando la propria esistenza solo grazie a qualche superficiale spruzzatina di “green”.
