Il centro sociale L38 Squat al Laurentino 38 è stato sgomberato stamattina all’alba. Era nato nel 1991 per colmare un vuoto di servizi che lo Stato non aveva mai riempito. Finisce così un pezzo di storia della periferia romana, per fare posto a 56 alloggi popolari che aspettano da cinque anni.

Alle 7 di mattina del 28 aprile, una colonna di mezzi della celere ha percorso via Domenico Giuliotti, nel quadrante sud di Roma. Destinazione: il sesto ponte del Laurentino 38, dove dal 1991 occupava i locali di proprietà Ater il centro sociale L38 Squat, noto anche come Laurentinokkupato. Sul posto la Digos, il Reparto Mobile, la polizia locale, personale sanitario dell’ASL Roma 2, tecnici Ater, operatori AMA. Anche i cavalli, schierati a presidio nell’area verde circostante. All’interno non c’era nessuno. Una decina di attivisti erano saliti sul tetto. Nelle ore successive, circa ottanta persone si sono accampate sui ballatoi attorno all’edificio.
L38 Squat era occupato dal 1991 ed era diventato negli anni un punto di riferimento per l’area antagonista e anarchica romana, ospitando eventi, assemblee, corsi, una palestra e una radio. Ma era, o forse era stato, anche, e soprattutto, qualcosa di più radicato nel quartiere.
Un quartiere senza servizi, uno spazio che li ha costruiti
Il Laurentino 38 si trova a ridosso del Raccordo anulare, nella periferia sud-ovest di Roma. Ci vivono più di 20.000 persone, in case di proprietà dello Stato costruite con il criterio del massimo risparmio e mai dotate dei servizi necessari. Era nato negli anni Settanta come microcittà autosufficiente – con negozi e servizi nei ponti, gli edifici-cavalcavia che attraversano il quartiere – ma il progetto non si era mai realizzato. I ponti erano rimasti vuoti, poi occupati da famiglie senza casa, poi lasciati al degrado.
In questa assenza di servizi e di punti di aggregazione, nel 1991 alcuni giovani del quartiere hanno occupato i locali del sesto ponte per farne un centro sociale. Quello che hanno trovato era in condizioni disastrose. Lo hanno rimesso in piedi con i proventi della birreria e dei concerti, recuperando porte e finestre dai ponti abbandonati. Hanno costruito una sala prove, un hacklab, una palestra, una biblioteca. Hanno fatto mostre, proiezioni, assemblee popolari, corsi di serigrafia, un’erboristeria. Trentacinque anni di attività autogestita, senza finanziamenti pubblici né privati.
Lo scontro con Ater e il progetto degli alloggi
Il quinto e il sesto ponte di via Ignazio Silone sono al centro di un progetto di riqualificazione finanziato con oltre sette milioni di euro dalla Regione Lazio, che prevede 56 nuovi alloggi, spazi comuni e appartamenti per studenti. Il progetto risale all’era del centrosinistra: è fermo da quasi cinque anni, e uno degli ostacoli principali è stata la presenza del centro sociale.
Il 30 gennaio scorso Ater aveva pubblicato un avviso formale di sgombero, con scadenza 2 marzo. L’ultimatum era scaduto, ma per settimane non era successo nulla. Gli attivisti di L38 Squat avevano continuato a presidiare il quartiere. Puntavano il dito contro Ater e la gestione degli alloggi popolari: nel quartiere ci sono case vuote da ristrutturare, palazzi senza riscaldamento, ascensori rotti, muffa. L’incendio di gennaio in un appartamento – causato dal cortocircuito di una stufa usata perché i termosifoni non funzionavano – era diventato il simbolo di questa denuncia.
Sgombero
Per un momento le operazioni si sono fermate: gli occupanti sul tetto avevano posto una condizione per scendere: “Ce ne andremo a condizione che venga data dal IX municipio una casa temporanea a Susanna, la cui casa è inagibile dopo l’incendio di gennaio causato dal cortocircuito di una stufa, usata per l’assenza di manutenzione dei termosifoni da parte di Ater”. La sala operativa sociale di Roma Capitale ha trovato una soluzione alloggiativa per la signora.
Nel pomeriggio è stato convocato un presidio di solidarietà nel quartiere. Il messaggio degli occupanti sui social: “Vogliono distruggere anche le case dove siamo cresciuti, dove è passata gente da ogni parte del mondo, case che abbiamo costruito e curato giorno per giorno. Non gli regaliamo nulla, non gli regaliamo il posto dove sogniamo e lottiamo, non gli regaliamo una sola lacrima”.
La questura ha definito l’operazione parte di “un quadro strategico definito in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica” e ha sottolineato la gestione integrata con Asl, Ater, AMA e servizi sociali del Comune. Resta una domanda aperta, che il quartiere si porta dietro da cinque anni: quando arriveranno i 56 alloggi promessi?
