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9 Maggio 2026

Ultimi giorni per visitare la mostra “Duccio Trombadori. Il mio cuore a Villa Strohl-fern”

Da Francesco a Duccio, un percorso d’arte in mostra alla Fondazione Besso fino al 30 aprile.

Francesco e Duccio Trombadori

Una storia di famiglia; una storia preziosa per la cultura italiana; una storia, infine, che affonda le radici nei primi anni del Novecento, quando Francesco Trombadori (1886-1961) entra in contatto con le personalità artistiche che fecero un’epoca: da Anton Giulio Bragaglia e il teatro d’avanguardia, ai “compagni di strada” Antonio Donghi e Nino Bertoletti, fino al vernissage di venti artisti italiani alla Galleria Pesaro di Milano. Su tutto, lo Studio n.24 a Villa Strohl-Fern, dove Francesco si trasferì con la famiglia nel 1919: la Villa era stata acquistata nel 1879 da Alfred Wilhelm Strohl, mecenate alsaziano, che aggiunse quel “Fern” (“libero”, in tedesco) dal significato più ampio di “lontano da casa”. A Roma conosce Giorgio De Chirico, che diverrà suo amico ed entra in contatto con la giornalista e critica d’arte Margherita Grassini Sarfatti e “Novecento italiano” : entra così in contatto con gli esponenti del milieu romano, da Bandinelli a De Chirico.

Nel 1926 Francesco partecipa con tre opere alla prima mostra del Novecento italiano a Milano; ormai è un pittore affermato, che manifesta un particolare interesse per il paesaggio; il successo gli apre le porte della Quadriennale, mentre continua la sua opera di critico d’arte con recensioni sui “giovani espressionisti” Mario Mafai e Gino Bonichi (detto Scipione); collabora alla rivista letteraria “Circoli”, con Elio Vittorini, Leo Longanesi, Salvatore Quasimodo.
Questo per suggerire una chiave di lettura per la mostra di Duccio Trombadori presso la Fondazione Besso in Largo di Torre Argentina, essa stessa luogo di meraviglie da collezionisti (tra cui una monumentale biblioteca antica) e in linea con il tema del ricordo, che anima la produzione dell’artista. Dal 1991 la Villa Strohl-Fern è di proprietà dello Stato francese e sede del Lycée Chateaubriand; conserva il fascino del passato, quando il padre di Duccio, Antonello Trombadori (1917-1993) si impegnò come critico d’arte e giornalista (prima di entrare a far parte delle “Brigate Garibaldi”) intrecciando rapporti culturali con varie riviste e amicizie, da Renato Guttuso a Bruno Zevi. Nel 1941, a Roma, viene arrestato e inviato al confino a Carsoli, in Abruzzo. Tornato a Roma, durante l’occupazione tedesca costituisce i Gap-Gruppi di Azione Patriottica e, nel febbraio 1944, viene arrestato e condotto a via Tasso e poi a Regina Coeli, esperienza che portò, come co-sceneggiatore, nel film “Roma città aperta”.

Villa Strohl-Fern

Nel 1945 nasce Duccio, anch’egli giornalista per L’Unità e Rinascita e critico d’arte (dirige la rivista “Quadri & Sculture”) che ricorda, nell’intervista curata da Giorgio Lorin, i genitori:“erano stati partigiani, erano comunisti pieni di ottimismo e di slancio ideale verso un futuro pieno di promesse. I miei ricordi sono piccoli bagliori analoghi di intensa felicità”. E ancora: “la Villa era un luogo magico, introvabile e irripetibile. (…) La nonna faceva il bucato in una fontana dirimpettaia piena di ninfee e di ranocchie; mio nonno si appartava e dipingeva i suoi quadri. Il parco era abitato da decine di artisti, scultori, pittori, orafi, incisori con le loro famiglie. (…) Villa Strohl-Fern, oggi, non è più quella di prima, ma lo studio Trombadori è diventato una ‘casa-museo’, che ricorda un passato di grande fascino artistico e culturale”.

In occasione della mostra abbiamo intervistato Duccio Trombadori.

Duccio Trombadori

Un onore, per Roma Report, incontrare Duccio Trombadori: dove nasce l’idea dell’omaggio alla villa Strohl-Fern? Un ricordo d’infanzia, nostalgia del Novecento o esigenza puramente artistica?
Motivazione personale, il bisogno di esprimersi è sempre personale. Villa Strohl-Fern rappresenta per me qualcosa di vissuto, qualcosa che ha attraversato la mia esistenza, negli anni, nel tempo, fin da quando ero bambino. I miei nonni facevano parte della villa, noi eravamo ospiti della villa e quindi per me c’è questa memoria “incantata” che, nella piena maturità, ho sentito di tradurre come potevo questo sentimento e di tradurlo o per iscritto o per via pittorica: ho preferito farlo in modo figurativo, spero di aver lasciato qualcosa di buono.

Un ricordo particolare di questa villa?
Ci sono due figure che nascono da fotografie che hanno colpito la mia immaginazione: mio nonno e mia zia, accompagnati da un cane cui mio nonno era molto affezionato, quindi ho memoria di queste gite dentro il parco, che, per quanto mi riguarda, erano quasi un’avventura: avventura attesa, perché avveniva alla fine della primavera, in primavera avanzata, quando, finita la scuola, trascorrevo periodi lunghi a Villa Strohl-Fern ospite dei nonni: questa è una delle ragioni che hanno motivato questa proiezione visiva, di un bambino che guarda questo luogo, questi alberi, questa lussureggiante vegetazione che proiettava la fantasia in una specie di mondo fatato, distaccato dai rumori della città. Devo dire che questa impronta originaria che si stampa poi nel cuore diventa qualcosa di familiare, qualcosa di sempre presente: anche adesso, che la villa è molto cambiata, ha un sostrato, una sostanza, una continuità con l’impostazione che aveva originariamente. Credo sia qualcosa che non tradisce il sentimento di tutti coloro che vi si riconoscono.
Dal punto di vista artistico non c’è un problema di linguaggio: è quello che è stata la pittura di un certo Novecento romano, naturalmente rivisitato a mio modo ed è anche questo un tentativo di dare un sapore di ingenuità a qualcosa di più ricco e più denso nella storia della pittura. E’ un intreccio di tanti fattori intellettuali, ma trasmessi come prima impressione visiva e quindi sentimento e colpo d’occhio.

Potrebbe indicarci cosa salvare, a tutti i costi, della nostra storia artistica? E cosa del nostro retaggio culturale?
Il passato, il proprio vissuto, è qualcosa che ha il sapore di nostalgia. Non è solo il fatto della nostalgia, di puntualità filologica o conservazione documentaria che ha ispirato questo piccolo ritratto di un parco romano che oggi è molto cambiato rispetto a come era in origine. C’è anche la volontà di ritrovare nel presente certi valori che mi sembrano non circoscrivibili a un’epoca determinata, ma che sembrano abbiano un valore ideale o di eternità, forse un valore ideale e quindi di continuità nel tempo: cosa bisogna conservare della nostra cultura? Penso esattamente quello che si chiama “valori comuni”, ideali che permangono nella transitorietà del tempo, che hanno una loro resistenza. Non so se ci sono riuscito con il mio lavoro.

La poesia. Lei è conosciuto anche per i Suoi versi: vorrebbe dirci la genesi della raccolta? È la stessa spinta artistica della Sua pittura o affonda in altre radici?
A prescindere, si può dire, dal corso della situazione poetica del tempo, sono andato contro tendenza avendo come stella polare i poeti che ho ammirato del Novecento italiano: Eugenio Montale, Umberto Saba e Vincenzo Cardarelli. Questi autori mi hanno sempre guidato e hanno avuto il merito, tutti e tre, a loro modo, di raccontare l’esistenza di problemi individuali, i problemi del proprio rapporto col mondo, proiettandoli in una dimensione ideale. In un certo senso c’è una continuità, il voler cercare ciò che resta rispetto al transitorietà dell’esistenza e alla quotidianità; quindi, cercare un valore ideale costante nella nostra tradizione moderna è quello che mi ha guidato. Il secondo motivo è quello di seguire questo principio e abbandonare le pretese filosofiche, ideologiche e culturali cercando di esprimere i sentimenti in modo diretto, semplice, comunicativo. In poche parole, ricordo che Saba disse “l’importante per i poeti è fare della poesia onesta”; per poesia onesta intende dire essere sinceri, il più possibile, nel dettato espressivo e quindi più diretti, sperando di esserci riusciti, come valore importante di comunicazione.

Fino al 30 aprile, Fondazione Besso, dal lunedì al venerdì, ingresso libero.

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