Nel 1957, al chilometro 21 della via Cristoforo Colombo, a Casalpaolocco, veniva costruito il primo Drive In italiano: i romani poterono godere così di un pezzo d’America gustando dalla propria auto le pellicole di maggior successo. L’opera fu acclamata e invidiata in tutta Europa.
Percorrendo la Cristoforo Colombo, una delle (poche) arterie che collegano la Capitale al litorale, giunto in prossimità dell’incrocio con piazza Fonte degli Acilii mi capita spesso di pensare che lì una volta si trovava l’unico Drive In italiano. Per molti il termine è indissolubilmente legato alla storica trasmissione televisiva degli anni Ottanta, o in tempi più recenti e tristi ai luoghi in cui in piena pandemia era possibile eseguire i tamponi molecolari restando seduti nella propria auto.
A me, invece, piace tornare indietro, in una sorta di viaggio del tempo e, riavvolgendo la pellicola cinematografica, rammentare che quello era un luogo dedicato al puro divertimento.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta: l’Italia si sta ancora faticosamente riprendendo dalle vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale, la nostra società è letteralmente intrisa di cultura americana: dai vestiti alla musica, e anche il cinema la fa da padrone. In televisione, appena nata, uno dei programmi più seguiti, “Lascia o raddoppia”, è condotto dall’italo-americano Mike Bongiorno.
È così che a una delle più importanti major cinematografiche americane, la Metro Goldwin Mayer, viene l’idea di importare in Italia una trovata tutta a stelle e strisce: il cinema all’aperto, seduti in automobile.
La storia racconta che negli anni Trenta tal Richard Hollingshead Jr colloca sul cofano della sua auto un proiettore Kodak: il fascio di luce compreso d’immagini finisce su un telo montato tra due alberi. Nel maggio del 1933 l’idea viene brevettata e dì a poco La moda dei Drive In si diffonde in tutti gli Stati Uniti.
Il principio fondamentale su cui si basa il concetto, che di fatto lo rende vincente, sono le proiezioni di film a prezzi accessibili. Nei Drive In vengono proiettati film di seconda visione, e davanti agli schermi, comodi e al sicuro nelle proprie auto, si radunano interi nuclei famigliari. bambini compresi; questi ultimi, poi, sono liberi di sgattaiolare fuori e divertirsi in aree apposite, assieme ai coetanei facendo risparmiare ai genitori i soldi per le baby sitter.
Ma il Drive In diventa presto anche un luogo ideale dove le coppiette possono appartarsi dando vita a passionali storie d’amore.

Torniamo in Italia: perché mai nel 1957 si decide di realizzare proprio lì, nella periferia romana, un’area destinata al Drive In? I motivi sono diversi: valorizzare un’area da poco percorsa da un’importante arteria verso il mare (la Cristoforo Colombo, appunto), incentivare il turismo marittimo e, con il boom economico, invogliare all’acquisto di automobili: è di quell’anno, infatti, il lancio della Nuova Fiat 500.
Dell’iniziativa si occupa Virgilio Testa, commissario straordinario dell’EUR, Ente Autonomo Esposizione Universale. A rigor del vero i Drive In romani avrebbero dovuto essere due: oltre a quello di Casal Palocco, i progetti prevedevano la realizzazione anche di un altro, sull’Aurelia.
Il progetto viene affidato all’architetto napoletano Eugenio Galdieri, allievo del più famoso Pierluigi Nervi (noto, fra le tante opere, per il Palasport all’Eur, lo Stadio Flaminio, lo storico trampolino al Kursaal di Ostia, l’omonima sala in Vaticano, etc). E così il Drive In diventa un simbolo del quartiere marittimo.

Quanto alla pubblicità il manifesto diffuso all’epoca parla chiaro: “Per la prima volta in Europa e a Roma con la vostra auto nel cinema!” “Uno snack bar! Un parco divertimenti per i vostri ragazzi!”.

Nessuna esagerazione, con i suoi 540 m² di schermo, 21 metri di altezza e 38 di larghezza, piazzati su otto cavalletti di cemento il Drive In può essere definito senza dubbio il più grande d’Europa.
Il cinegiornale dell’Istituto Luce che quell’anno annuncia la sua costruzione aggiunge altri numeri: capienza 700 vetture su un’area complessiva di 60.000 metri quadrati, e c’è pure un’area apposita per chi è in scooter o moto.

Come è possibile ascoltare i film? Grazie a colonnine dotate di amplificatori, che una volta installati nell’auto consentono perfino di selezionare l’audio in italiano o lingua originale; molte pellicole sono, infatti, statuunitensi essendo per la maggior parte distribuite dalla MGM. Le colonnine forniscono anche il riscaldamento.
Con la proiezione del film “La nonna Sabella” – protagonisti Peppino De Filippo, Renato Salvatori, Tina Pica e Sylva Koscina, regia di Dino Risi – il 29 agosto 1957 il Drive In italiano diviene realtà.
Forse proprio per rendere omaggio alla scelta del film inaugurale, nel 1959 il regista Dino Risi decise di girare nell’arena una scena del film “Poveri Milionari”. Nel cast Renato Salvatori, Maurizio Arena, Lorella De Luca e Alessandra Panaro, freschi del successo di “Poveri ma belli” e “Belle ma povere” (la procace Marisa Allasio dà invece forfait).
Gli anni Sessanta rappresentano il periodo d’oro del Drive In. I giovani sono tra i principali fruitori: vuoi mettere la possibilità di poter assistere al film preferito in compagnia della fidanzata o della ragazza che si vuol corteggiare? I papà sono avvisati, almeno una volta al mese devono prestare l’auto ai figli.
Il tracollo, causato forse dal successo della televisione, arriva qualche anno dopo. Nel 986 la scritta “Fine” si staglia definitivamente sul grande schermo. Nel 1997 l’associazione “Reservoir Dogs” (titolo di un film di Quentin Tarantino) la rileva, ma con scarso successo. Nel 2015 l’associazione Piccolo Cinema America (che oggi gestisce il cinema Troisi) ci riprova, con la proiezione di “Grease” e “American Graffiti” per soli due giorni, l’11 e il 12 settembre. La scelta dei film non è casuale: entrambi sono ambientate negli anni Cinqanta e Sessanta, periodo di maggior successo per i cinema all’aperto. Ma è davvero il canto del cigno: per anni invidiato dagli stessi americani e da tante nazioni europee, il Metro Drive In romano chiude per sempre. Il 5 settembre 2018, infatti, il Comune di Roma autorizza la “demolizione di manufatti esistenti e nuova edificazione di un edificio con destinazione commerciale“ nell’area dislocata tra via Pindaro, via Eschilo, via Alceo e via Senofane. Nel 2021 avviene l’effettiva demolizione: di quel memorabile luogo oggi non rimane più nulla.
