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Roma
15 Marzo 2026

Un giro all’inferno: una bellissima gita da fare a Roma

Sotto il Parco della Caffarella si estende un mondo dimenticato: cunicoli scavati dagli schiavi, catacombe cristiane e una cava di pozzolana che racconta duemila anni di storia sotterranea di Roma.

 
Anche se molti non lo sanno, Roma ha un suo inferno. Il virgilio in felpa rossa e giubbotino marrone che mi ci ha portato, l’ha definito il “negativo della città antica”. È infatti la rete di cunicoli il cui scavo ha consentito l’erezione dei palazzi dell’antica Roma.
Sul piano geologico, si tratta di un’enorme cava di pozzolana, la cenere vulcanica che bagnata diventava un eccezionale calcestruzzo (opus caementicium). Sul piano storico è stata tante altre cose.
Il Lago d’Averno dell’inferno romano è il parco della Caffarella. Era da qui che facevano il loro ingresso i fossores, gli schiavi condannati dalla vita a grattare con una specie di piccozza le pareti di pozzolana in questo mondo fatto di umidità, di fatica, di crolli e di un buio assoluto che ti uccide inghiottendoti. Se il vento che soffiava nelle gallerie spengeva la fragile fiammella delle loro lucerne, i cavatori erano spesso spacciati. Quando non li uccideva il vento facendoli perdere per sempre nel buio, li uccideva più lentamente il radon, gas radioattivo. Oppure una broncopolmonite.
A metà del giro, per gioco, il nostro virgilio ci ha fatto provare un assalto del buio. È una sensazione strana. Un misto di una quiete assoluta prodotta dallo spegnimento del senso della vista e insieme di terrificante smarrimento. Uno stato che ricrea perfettamente il concetto romano di oblio, la “copertura” del ricordo. La cancellazione dell’esistenza che subentra nel momento in cui si viene dimenticati – ed è per questo che i romani mettevano i morti nei colombari, perché la presenza degli uccelli avrebbero allungato la vita di chi era seppellito vicino a loro. Il virgilio in felpa ha rotto il buio con la riproduzione di una lucerna romana. Ma disponeva di un accendino elettronico…
Ma torniamo alla storia. Con la diffusione del cristianesimo, i cunicoli della cava si intersecarono con quelli delle catacombe (la parola trova la sua origine priorio qui. Significa “vicino all’avvallamento”, cioè l’avvallamento che allora si incontrava vicino a Porta San Sebastiano).
Alla fine dell’impero romano – e anche con l’editto di Milano del 313 che di fatto proibì le catacombe – la cava è stata però inghiottita dal suo stesso buio ed è caduta nell’oblio. Viene riscoperta e riesumata alla fine dell’800, quando i Piemontesi che avevano preso Roma ebbero bisogno di calce per costruire Piazza Vittorio. All’inizio del 900 la cava trova una nuova vita: diviene una fungaia, coltivazione per sfamare in modo economico la massa dei romani poveri.
Con l’arrivo del boom e la diffusione della ricchezza, i funghi sono stati anche loro dimenticati, almeno come piatto principale. Ma negli anni ’80 la cava ha scoperto una nuova funzione: chi rubava le auto, le nascondeva qui per poterle smontare in tutta tranquillità e rivenderne i pezzi in uno spiazzo a pochi metri dall’uscita.
Dal 2008, infine, è arrivata la funzione con cui la cava è riuscita, forse, a non farsi più dimenticare: è diventata un museo. Un gruppo di speleo-archeologici la gestisce e ci organizzia, appunto, delle gite. Quello che ci ha accompagnato era davvero bravissimo: simpatico, colto ma senza sussiego, divertente. Ha reso il giro un’esperienza sorprendente. Andateci perché ne vale la pena (si prenota sul sito www.sotterraneidiroma.it e il giro si chiama “Labirinti di Roma”).
La guida ha anche raccontato le risposte di alcuni studenti di liceo alle sue intelligenti domande. “A che cosa servono le nicchie scavate dai romani nelle pareti bianche di pozzolana?”. Secondo una ragazza, all’epoca il bianco andava molto di moda. Una compagna della stessa scolaresca era sicura servisse, invece, come fasciatoio per neonati. Un terzo studente di questa classe piena di… teste d’uovo, un ragazzotto che emanava un forte odore di cannabis, ci ha visto invece una finestra. Questo per dire che il buio e l’oblio possono regnare anche nella mente dei vivi.
 

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