Una mostra a Palazzo Braschi ripercorre, attraverso dipinti e vedute d’autore, la storia dei giardini romani come specchio di potere, gusto e trasformazioni urbane.

Gli antichi possidenti le chiamavano “delizie” e, in effetti, gli artisti e gli architetti chiamati a progettare aiuole e labirinti davano sfoggio delle proprie capacità gareggiando tra di loro per audacia: i grandi giardini di Roma non sono tutti sopravvissuti all’ampliamento della città, ma rivivono in questa interessante mostra, che resterà aperta a Palazzo Braschi fino al 12 aprile.
I giardini, al di là della loro piacevolezza, rappresentavano il potere, la cultura e la sensibilità di pontefici, principi e cardinali, qui espressi nell’evoluzione dal giardino paesaggistico fino alla loro funzione pubblica, dopo il capovolgimento culturale – e quindi architettonico – rappresentato dalle “passeggiate” ottocentesche e dai giardini realizzati dopo il 1870 e la proclamazione di Roma capitale d’Italia.
Le opere esposte (in molti casi inedite) oltre ad offrire un importante ausilio documentale svelano l’aspetto originario di spazi verdi oggi rivoluzionati, senza la spinta emotiva del rimpianto per “come era”, bensì improntati alla curiosità e all’approfondimento: lo spettacolare progetto di Villa Medici ad opera di Van Wittel, meglio conosciuto come Vanvitelli, è un’opera d’arte tout court, mentre individuare la cupola della novecentesca Stazione Termini sullo sfondo di uno scomparso giardino dell’Esquilino, in un dipinto dei primi del Novecento, rappresenta una scoperta, un “come eravamo” a confronto del “come siamo” di oggi.
Ad accogliere il visitatore è una grande mappa interattiva che fornisce una panoramica dettagliata delle ville storiche di Roma esposte, così da conoscere meglio il contesto e i complessi architettonici da cui gli artisti hanno tratto ispirazione.
Il percorso si apre, quindi, con la sezione dedicata alle ville del Cinquecento e al riscoperto amore per la classicità: i luoghi deputati all’antico e prezioso otium vengono valorizzati con ampi giardini al posto delle vigne e degli orti; artisti come Bramante, Raffaello, Giulio Romano, definiscono un modello di giardino destinato a essere celebrato e imitato, come Villa Madama, Villa Giulia, il Belvedere vaticano, La Farnesina e la già citata Villa Medici sono documentati in mostra con opere che restituiscono in dettaglio l’assetto dei luoghi. Nel Seicento le ville tendono a occupare le aree rimaste ancora libere in zone considerate strategiche, quali la residenza papale del Quirinale e le basiliche, mentre fuori le mura vengono realizzati complessi più vasti e articolati.
La riattivazione degli antichi acquedotti rese possibile la realizzazione di grandi e scenografici giardini impreziositi da elaborate fontane: Villa Borghese nel dipinto di Joseph Heintz il Giovane (1625) e le scomparse Villa Ludovisi, Villa Giustiniani, Villa del Pigneto Sacchetti. Di sala in sala si ripercorre il Settecento, ancora improntato alle “magnificenze” barocche di derivazione francese, con elaborati boschetti: Villa Patrizi, Palazzo Colonna, il Palazzo Riario (oggi Orto Botanico) e la villa del Cardinale Albani, cui contribuirono Giovan Battista Nolli, Giovanni Battista Piranesi e Johann Joachim Winckelmann per la parte storica. Proseguendo in questa “passeggiata” si giunge all’Ottocento e alla nuova impostazione del giardino inteso come luogo pubblico, soprattutto all’interno delle Mura Aureliane e non solo: per fronteggiare le inondazioni del Tevere vengono costruiti gli argini, distruggendo gli spettacolari affacci di alcune ville, con l’eccezione di Villa Torlonia.

Le ville cedono il posto ai villini della borghesia e il regime fascista applica una politica di verde pubblico: Villa Aldobrandini e Villa Mattei Celimontana vennero conferite al Comune di Roma e aperte al pubblico nel 1928. I giardini si moltiplicano con nuove assegnazioni: Villa Glori (Parco della Rimembranza) nel 1924, Villa Caffarelli nel 1925, il Parco di Colle Oppio nel 1927, il Parco di Santa Sabina sull’Aventino o degli Aranci nel 1931, immortalati nei dipinti di Carlo Montani, largamente rappresentato nella mostra. A conclusione del percorso una ricostruzione (modulata su antichi schizzi e dipinti) racconta gli svaghi in villa, dalla caccia al collezionismo, dai banchetti all’aperto ai raffinati simposi: non resta che prendere una delle mappe (gratuite) dei giardini indicati nei vari luoghi della città e uscire con il proposito di dare una personale fisionomia alle “delizie” di un tempo scomparso.
