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17 Giugno 2026

World Press Photo, squarciare i veli del mondo

Dal dolore di Gaza agli incendi di Los Angeles, la mostra World Press Photo 2026 al Palazzo delle Esposizioni racconta un mondo in crisi attraverso le immagini premiate dell’anno. Un reportage visivo sulla sofferenza contemporanea, visitabile a Roma fino al 29 giugno. Il racconto di Giampaolo Cadaluno per Fogli E Viaggi.

(‘Separati dall’ICE’ – © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo dell’anno)

 

Guerre, distruzioni, dolore: la selezione delle immagini più significative dell’anno, raccolte nella mostra World Press Photo, lascia un peso sul cuore. Non si alleggerisce la pena pensando che sembra tutto già visto: la passerella delle sofferenze, le malattie del pianeta, la disperazione dell’umanità. In realtà qualcosa di nuovo, e straordinario, stavolta c’è: è la percezione netta che di fronte a queste foto i luoghi comuni del giornalismo si ribaltano. Ed è una consapevolezza che arriva lenta ma lascia senza fiato: la fotografia rivendica il ruolo che aveva lasciato alla parola.

(‘Emergenza umanitaria a Gaza’ – © Saber Nuraldin, EPA Images. Finalista World Press Photo 2026)
 

(‘Los Angeles in fiamme’ © Ethan Swope, per Associated Press)
 

Se nessuno crede più alla mitologia del giornalista freddo, distaccato e “obiettivo”, perché questa presunta obiettività nasconde sempre ideologie o persino manipolazioni, in genere concepite dietro una scrivania, adesso invece in primo piano è la decisione dei fotoreporter, disposti a fare una scelta di campo esplicita, a rimettere tutto in discussione, anche a rischio della propria incolumità.

(‘I processi delle donne Achi’ – © Victor J. Blue, for The New York Times Magazine.
Finalista World Press Photo 2026)
 

(‘Messico, cambiamento climatico’ – © César Rodríguez, Norwegian Red Cross, SNCA
The New York Times)
 

La fotografia, in passato considerata riproduzione meccanica e dunque imparziale della realtà, rinnega questa definizione e si schiera. Anche solo poco tempo fa, chi scriveva rivendicava con orgoglio di essere dalla parte delle vittime. Ora, palesemente, non è più così, con i mezzi di informazione spesso ridotti a corrida dai ricercatori affannati di scuse per chi strazia i propri simili.

(‘Farīsāt: le figlie della polvere da sparo’ – © Chantal Pinzi, Panos Pictures)
 

(‘Il costo umano delle agrotossine’ – © Pablo E. Piovano, Manuel Rivera-Ortiz Foundation
Philip Jones Griffiths Foundation)
E allora tocca all’immagine fare la scelta giusta, quella che, mai come oggi, “costringe” a vedere anche ciò che si vuole evitare, quella di chi crede che essere testimoni non significhi cercare una fittizia equidistanza. Basta guardare alla foto simbolo, “Separati dall’ICE”, la sofferenza indicibile delle figlie ecuadoregne a cui viene strappato il padre: sembra un’applicazione pratica del monito leggendario di Robert Capa, secondo cui per fare buone foto bisogna essere molto vicini.

(‘Polvere lunare’ – © Mohamed Mahdy, Arab Documentary Photography Program)
 

(‘Dare un nome all’assenza’ – © Ferley A. Ospina )
 

L’autrice, l’americana Carol Guzy, è una veterana, quattro volte vincitrice del premio Pulitzer. Sicuramente non era così vicina agli agenti dell’ICE per caso. Chissà, magari è stata la sua educazione come infermiera a fornirle gli strumenti di empatia necessari per mettersi in gioco. È chiaro che questa immagine impone riflessioni: non perché valga “mille parole”, come dice il luogo comune, ma perché le parole sono troppo spesso velate dall’ipocrisia e allora è necessario che la realtà ci si presenti in faccia senza mediazioni.

 

 

(Orso polare su capodoglio – © Roie Galitz)
 

(‘La ricostruzione di una città siriana che rimane divisa’ – © Nicole Tung, VII Photo for The New York Times)
 

L’intera rassegna, ospitata a Roma nel Palazzo delle Esposizioni fino al 29 giugno, lo ribadisce: la forza di queste foto è nella loro necessità, politica ma soprattutto umana. Non contano più di tanto le preoccupazioni formali: il linguaggio del fotoreportage è sempre “sporco”, e anche da questo deriva la sua efficacia. Com’è ovvio ci sono anche immagini composte con calma, con la ricerca dell’illuminazione, con la cura delle pose. Ma quello che resta impresso è sempre il contenuto, esposto senza titubanza. Vale per il reportage dei conflitti, dalle bombe sui resti di Gaza e dai missili sulle case di Kiev agli scontri sull’immigrazione di Portland e ai raid polizieschi sulle favelas di Rio de Janeiro.

 

(‘Guerra di droni’ – © David Guttenfelder, The New York Times)
 

(‘Sabotare l’istruzione’ – © Diego Ibarra Sánchez)
 

Ma vale anche per le catastrofi ambientali, poco importa se naturali come gli incendi californiani o causate dall’uomo come l’avvelenamento dei campi argentini con il glifosato. Se i notiziari non lo dicono, i fotografi lo urlano con la voce del loro lavoro: la sofferenza non è mai distribuita in modo equilibrato. E di fronte ai disastri, gli ultimi vedono le proprie speranze accartocciarsi come le palme di Los Angeles avvolte dalle fiamme.

[Questo articolo è uscito originariamente su Fogli E Viaggi]

 

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