Sesso droga pop e Roma

Mi è capitato, alcuni giorni fa, di sfogliare oziosamente i giornali della Capitale – anche se il verbo sfogliare non è del tutto corretto, dato che la mia ricerca di notizie avveniva attraverso il web – e d’imbattermi in una foto ad effetto, pubblicata da Fanpage, con una bella ragazza nuda su Ponte Sant’Angelo, sotto a un titolo d’indubbia forza: Vescovi, sesso e cocaina. Qualche minuto dopo, proseguendo pigramente la mia ricerca di notizie, è stato anche un titolo del Tempo ad avere attirato la mia attenzione: Scandalo a Roma, l’onorevole e l’amante sono troppo focosi.

Si tratta di due notizie molto diverse fra loro e senza alcun legame diretto. Nel primo caso, infatti, viene intervistata una sedicente ragazza immagine, che racconta le proprie esperienze personali durante alcuni festini romani, fatti di soldi, sesso, droga e alti prelati. La donna, nell’intervista, non lesina particolari scabrosi, dalle strisce di cocaina lasciate sul pube di alcune ragazze, all’esorbitante prezzo offerto per il suo lato b, al colletto da prete tenuto bene in vista da un partecipante a un rapporto di gruppo. Anche nel secondo articolo i particolari piccanti non mancano, a cominciare dal racconto sulla rumorosità degli amplessi di un ignoto parlamentare con la sua amante (segreta ma, a quanto pare, non troppo), all’interno di un condominio romano, con grave disturbo per la quiete del palazzo.

Foto di Inne diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Realtà o fantasia pop?

La curiosa coincidenza della scoperta quasi in contemporanea di queste due notizie, mi ha portato a fare una riflessione su come la stampa locale e nazionale, ogni volta che a Roma si sente profumo di sesso, si fiondi a darne una lettura quasi cinematografica, ad associare subito l’eros capitolino con il perverso mondo del potere, i palazzi della politica, le oscure trame vaticane e con, ovviamente, fiumi di droga.
L’idea che ne risulta è quella di una Roma dandy e corrotta, che però, per risultare fino in fondo credibile, sembra essere troppo il risultato di una cultura pop, da film, con scene ricalcate da La Grande Bellezza di Sorrentino con l’aggiunta di un pizzico di Eyes Wide Shut di Kubrick, ma anche con abbondanti manciate di commedia pecoreccia anni 70, in stile Giovannona Coscialunga, a stemperare l’aura troppo satanica che altrimenti ne uscirebbe fuori.

Le ragazze di Parioli

Accadde anche sei anni fa, quando scoppiò lo scandalo delle minorenni di Parioli che intrattenevano rapporti a pagamento con persone più adulte. La stampa si fiondò a sottolineare la presenza in quel giro anche di Mauro Floriani, il marito di Alessandra Mussolini, quasi a lasciar supporre una contiguità di quell’ambiente di prostituzione con il mondo della politica romana. Contiguità poi non emersa con tanta evidenza dalle successive indagini. Intanto però, anche una seria testata come Repubblica, in un suo articolo, così descriveva la storia in quei giorni: “Lalla e Jenny (i nomi di fantasia dati alle due minorenni coinvolte nello scandalo, ndr) avevano frequentato due tra le scuole più note e prestigiose di Roma. Di conseguenza i locali, gli amici, le abitudini, gravitavano tutti intorno a quel mondo, da corso Trieste a viale Parioli. L’obiettivo, per loro, era semplice e drammatico: fare soldi, e farne tanti. A qualunque costo. Il denaro non serviva ad altro se non a comprare droga, vestiti, serate nei locali, e vacanze. Proprio come quei giorni trascorsi a Ponza nel mese di luglio, quando – secondo un testimone diretto – tutti i ragazzi del gruppo hanno capito che qualcosa nella vita di Jenny e Lalla era cambiato. “Sono entrato nella loro camera – racconta il testimone – e ho visto una montagna di cocaina. Ce ne era dappertutto, sui mobili, sulla tv, per terra. Era ovunque”. Sesso e droga. Binomio perfetto. Manca solo il rock and roll. Al suo posto, però, c’è molta di quella cultura pop di cui dicevo prima, che vuole per forza il sesso legato a perversi giochi di potere e a fiumi di droga.

I video hard della deputata

Due anni fa, a fare le spese di una stampa che risulta a volte eccessivamente guardona e maliziosa, fu invece una giovane deputata del Movimento 5 Stelle, Giulia Sarti. Inizialmente coinvolta da un servizio della trasmissione Le Iene per una vicenda dai contenuti truffaldini e cialtroneschi, che riguardava finti bonifici da lei dichiarati ma poi annullati prima che andassero a buon fine, la vicenda si è ben presto tinta di sfumature hard e la stampa ha cominciato a parlare non più di quei soldi mai arrivati a destinazione, bensì di una sorta di strana spy story dai contorni porno mai bene definiti, con telecamere segrete messe nella camera da letto della deputata, oltre a foto e video delle evoluzioni erotiche della Sarti che cominciarono a circolare nelle redazioni di molti giornali. Redazioni nelle quali si sparsero presto le voci sul coinvolgimento in quelle vicende, probabilmente testimoniato da ulteriori riprese scottanti e conturbanti non ancora rese pubbliche, anche delle più alte sfere del Movimento fondato da Beppe Grillo. Il tutto era spesso condito dai particolari sulle fantasie erotiche della Sarti, mente dei suoi falsi bonifici, che pure avrebbero avuto una maggiore valenza politica delle sue storie di letto, nessuno parlò più. Per fortuna, almeno in quel caso, ci fu risparmiato il legame con lo spaccio di droga e con gli ambienti vaticani.

Foto di Rachel Haller diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Si ritorna sempre al caso Montesi

In sintesi, nonostante siano passati quasi settant’anni, quando si parla di sesso, Roma sembra rimasta quella degli anni Cinquanta, quella del caso Montesi, la giovane ragazza trovata morta a Capocotta nel 1953. Un caso che suscitò enorme scalpore in città, scoperchiando il velo su un giro di festini erotici del jet set capitolino e tranciando di netto la carriera di uno stimatissimo ministro, vicepresidente del consiglio, in odore di diventare il segretario dell’allora potentissima Democrazia Cristiana: Vittorio Piccioni.

Per chi non ricordasse la vicenda, Wilma Montesi era una ragazza poco più che ventenne, di umili origini, il cui cadavere fu ritrovato sulla spiaggia, nei pressi di Torvaianica. Nonostante l’autopsia rivelò che la ragazza fosse ancora vergine al momento della morte, subito cominciarono a esplodere voci e notizie di un suo stupro e di una sua partecipazione a misteriose orge. Sulla rivista Vie Nuove, vicina al PCI, si cominciò a puntare l’indice contro un noto jazzista, detto “il biondino”, tale Piero Piccioni, figlio del ministro Vittorio.

Qualche tempo dopo, anche il periodico Attualità riprese in mano il caso e, grazie alla testimonianza di una dattilografa, Adriana Concetta Bisaccia, che disse di aver partecipato insieme a Wilma Montesi a un’orgia, rifece il nome di Piero Piccioni, assieme a quello del marchese Ugo Montagna, proprietario della tenuta di Capocotta. La dattilografa, per rendere più fosco il quadro, ovviamente parlò anche di droga. La Montesi avrebbe infatti assunto un quantitativo letale di alcol e stupefacenti, a detta della Bisaccia delle sigarette drogate, un mix che le avrebbe causato un malore e poi la morte. Il corpo sarebbe quindi stato trasportato da alcuni partecipanti all’orgia sulla spiaggia, dove fu abbandonato.

La faccenda si fece sempre più compromettente quando anche una penna del calibro di Camilla Cederna cominciò a parlare sui giornali di una donna del bel mondo, dal lunghissimo nome: Maria Augusta Moneta Caglio Bessier d’Istria, detta “il cigno nero”, ex amante di Ugo Montagna, marchese di San Bartolomeo, il personaggio attorno a cui ruotava il mondo dei vip romani. La Caglio affermò infatti che la Montesi, poco prima di morire, era diventata la nuova amante di Montagna.

Il caso cominciò ad avere un forte impatto nazionale. Da Andreotti a Togliatti, da Nenni a Fanfani, a Saragat, tutta la politica romana e nazionale volle dire la sua. Intanto venivano coinvolti personaggi sempre più influenti, dal capo della Polizia, che per coprire i vip coinvolti avrebbe depistato le indagini, al prefetto di Roma, mentre nel turbinio di accuse e controaccuse, anche avvocati con ruoli importanti nella vicenda, fecero le spese di un clima voyeuristico e che non faceva sconti a nessuno. Fu il caso di Giuseppe Sotgiu, legale di uno degli accusatori di Piccioni, che venne scoperto mentre concedeva, consenziente, sua moglie ad alcuni ragazzi in un noto bordello romano, suscitando enorme scandalo.

Nel processo che si era aperto, con grande clamore mediatico, a carico di Piccioni e Montagna, arrivarono intanto a testimoniare attrici all’epoca famosissime, come Alida Valli, che si dichiarò amante di Piccioni e, giurando di essere stata con lui a Ravello nei giorni del delitto, gli fornì un alibi. Anche Indro Montanelli cominciò a occuparsi della vicenda e, sulle colonne del Corriere della Sera, fece luce su un particolare piccolo e significativo, fino a quel momento ignorato: una donna, di solito, non partecipa, consenziente, a un festino erotico, indossando abiti modesti e indumenti intimi lisi e rammendati come quelli con cui la Montesi era uscita di casa ed era poi stata trovata morta. Quindi la ricostruzione fatta dalla Caglio e dalla dattilografa risultava, a suo dire, poco verosimile. Il 28 maggio 1957 il tribunale riconobbe gli imputati innocenti e li assolse con formula piena.

Foto di Philippe Put diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

I festini low cost

Se il caso Montesi resta un delitto irrisolto, o forse proprio per questo, quella vicenda è certamente rimasta sottotraccia nella memoria collettiva capitolina e tende dunque a rispuntare fuori, inconsapevolmente, a ogni caso in cui il sesso faccia la sua ricomparsa in città. Oggi come allora, se c’è odore di libidine, per gran parte della stampa deve per forza esserci coinvolto qualche subdolo politico, qualche vizioso figlio di papà, qualche insospettabile vip, qualche chilo di droga e, possibilmente, anche qualche pezzo grosso del Vaticano. Se ciò sia vero o falso, oggi come allora, ha poca importanza. L’importante è che tutto sia verosimile, che la narrazione fili e sia appetibile per il grande pubblico.

Che qualche politico o qualche prelato abbia strane perversioni erotiche è certo, ma nella stessa percentuale in cui ciò accade per ogni altra categoria di cittadini. Anche che molte ragazze romane si concedano a pagamento, in giri più o meno vip e danarosi, è altrettanto certo. Però che questo sia vero in tutti i casi riportati dalla stampa e che abbia poi una sua significativa incidenza politica o sociale, beh, qualche dubbio lo avrei. E ancora più dubbi li avrei in merito al fatto che queste fantasie erotiche siano necessariamente legate a storie torbide, di potere, di droga, di violenza. Non era vero per il caso Montesi, è ancora più improbabile oggi. Anche perché la Roma del duemila, a differenza di quella degli anni Cinquanta, ha un suo giro di eros alla luce del sole, di festini perfettamente legali, che permettono di soddisfare certe fantasie, senza bisogno di entrare in rischiose storie di droga e di sangue, capaci di creare danni irreparabili e di stroncare immacolate carriere politiche.

Almeno fino all’inizio della pandemia, erano infatti numerosissimi i posti in città in cui ciascuno poteva tranquillamente godersi momenti di trasgressione: night, saune, club privé. Dalla villa di Jessica Rizzo, per citare un nome molto famoso del mondo dell’eros, ad altre centinaia di siti aperti a tutti, quei siti che alcuni romani hanno conosciuto anche attraverso le scorribande televisive di un altro mito pop della capitale: il compianto Massimo Marino, che per anni ha mostrato, sulle tv capitoline, ogni aspetto della Roma erotica e notturna.

Sono locali adatti a tutti i gusti e a tutte le fantasie, in cui adulti consenzienti, vip o sconosciuti che siano, possono per una sera sentirsi i protagonisti low cost del proprio personale “Eyes Wide Shut”, della propria festa libertina, degna di una mitica terrazza della “Grande Bellezza”, con possibilità di scegliere location eleganti e raffinate, oppure popolari e pecorecce, come in un film con Edwige Fenech, a seconda dei gusti e delle preferenze personali, senza necessità di ricorrere a situazioni borderline e senza giri di droga a fare da contorno.

Perciò c’è quindi sempre da credere alla stampa, quando associa all’eros vicende immancabilmente torbide, o in alcuni casi boccaccesche, ricche di vip che mettono inutilmente in gioco carriera e reputazione, per ottenere ciò che potrebbero avere senza rischi? A volte sì, perché il potere può dare un senso di ebbrezza e di intoccabilità tale, da portare a spingersi sempre più in là, oltre il lecito e il consentito, senza pensare alle conseguenze. A volte no, perché a spingersi più in là del consentito è solo chi ha il desiderio di dare maggiore visibilità alla propria testata giornalistica. L’importante, dunque, è saperlo e regolarsi di conseguenza, ad ogni nuova torbida storia che ci viene raccontata da ogni nuovo titolo di giornale.

[La foto del titolo è di Hendrik Dacquin ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

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