I Beatles sono tornati, ma vengono da Caprarola

Qualche anno fa, in Sicilia, io e un amico fummo fermati da due ragazzine sulla spiaggia di Mondello. Erano convinte che fossimo due giocatori della Juventus. Ho ancora nelle orecchie la loro cantilena, quando dicemmo che si sbagliavano: “E dài, diteccelooo!”. Uscite di casa avevano deciso che avrebbero incontrato qualcuno di noto e non erano disposte a rinunciare a quell’idea. Dopo aver riso per anni di quell’episodio e biasimato quelle due sceme e il padre (che le istigava), ieri ci sono cascato anche io. Io e qualche centinaio di persone.
 
Siamo usciti di casa convinti che avremmo assistito a un concerto dei Beatles. La condizione per riuscirci è molto simile a quella che, rispetto ai film, viene chiamata “sospensione di incredulità”: ovvero la disposizione mentale di chi fa finta di aver davanti per due ore non degli attori che si muovono in spazi di cartapesta ma persone esistenti.
Primo problema. Il patto tra spettatori e la cover band dei Beatles era così potente che i suoi effetti mostravano riverberi prima del concerto e fuori dalla sala del concerto.
Mentre aspettavo fuori dal Teatro Olimpico, due fan 80enni accanto a me si sono detti, prima, “io ti seguo, sai”. Poi mi hanno dimostrato di aver sospeso anche la loro percezione temporale. Hanno discusso un po’ su cosa sia esattamente un selfie per poi spendere almeno una decina di minuti per tentare di farsene uno che inquadrasse le loro facce insieme alla facciata del teatro. Guardatomi intorno e notato che la media anagrafica era intorno ai 70 anni, ho intuito che non si trattava di un caso isolato. A parte rari giovani, il teatro Olimpico era pieno di gente uscita di casa anche per rivivere per una sera le emozioni provate quando i Beatles, quelli veri, dominavano il mondo della musica.
(Va anche detto che i pochi giovani presenti erano strani. A una coppia di 45enni ho chiesto di fare un cambio di poltrona per poter sedere vicino all’amica con cui ero al concerto. Impassibili hanno risposto, come se fosse stata una prescrizione del loro medico: “Noi dobbiamo sedere esterni”).
 
Secondo problema. Appena “Paul”, “John”, “George” e “Ringo” si sono presentati sul palco, vestiti come nel 1963 e hanno intonato “Please please me”, c’era qualcosa che non andava. Li ho guardati meglio e ho visto che il Paul finto assomigliava al John vero. George aveva un viso simile all’ex sindaco Gianni Alemanno mentre John e Ringo erano molto simile a Chico&Paco, i due protagonisti delle sconclusionate telenovelas di Avanzi. Quando però le mie orecchie hanno monopolizzato le mie percezioni, l’incanto della musica beatlesiana ha avuto il sopravvento. I favolosi quattro erano davvero bravi. Dei cloni perfetti, sia musicali che gestuali. I movimenti, gli inchini, le espressioni erano quelle degli originali. E persino la pronuncia. Non solo parlavano in inglese, chiamandosi con i nomi dei Beatles, ma con un accento del nord cosi perfetto – “Thenk iu veri motc” – che dentro di me ho accarezzato l’idea che si, sono finti, ma almeno sono inglesi. Mentre quell’idea prendeva sempre più corpo, i “Beatles” via via uscivano di scena, si fermavano per un paio d’anni dietro il sipario (il compito di far passare il tempo era affidato alle immagini di repertorio proiettate sullo schermo alle loro spalle) e tornavano con vestiti diversi e una diversa lunghezza dei cappelli – cosa che, esclusi improbabili fenomeni di accrescimento istantaneo dei capelli, fa pensare indossassero delle parrucche.
 
Il miracolo della musica dei veri Fab Four e anche la capacità di quelli finti di coinvolgere il pubblico ha innescato un crescendo che a Twist and Shout mi ha fatto temere che la festa potesse precipitare in tragedia. Davanti alla scena dei diversi 85enni in sala che puntavano, come certi giocatori folli di poker, tutte le energie rimaste per scatenarsi nel ballo battendo le mani sulla testa, mi guardavo intorno con ansia per capire se qualcuna delle teste davanti a me non sparisse all’improvviso, magari seguita dell’interruzione del concerto e dall’urlo disperato “serve un defibrillatore!!”. Per fortuna non è andata così. A essere portati via sulle spalle, sono stati invece alcuni bambini, che hanno dimostrato che Morfeo possa essere più potente persino dei Beatles.
 
Nel frattempo, con il passare degli anni (a quel punto eravamo al 1967) la serata diventava irresistibile, con due eccezioni. Il terzetto dietro di me, due uomini e una donna sui 65, venuti all’Olimpico per far sapere al mondo che loro erano esperti e dunque per commentare a voce altissima ogni passaggio (“Questa è la prima canzone che ho imparato sulla chitarra”) oppure accapigliarsi sulle date di un certo concerto intravisto sullo schermo
(“No, era io 15 agosto del 1965, non il 16 luglio del ’64!!”). Loro e la coppia “esterna”: qualunque fosse la canzone lui rimaneva immobile, con lo sguardo catatonico puntato nel vuoto.
 
E insomma, canzone dopo canzone, i quattro ci hanno portato in fondo al loro meraviglioso viaggio nel tempo, finendo in un tripudio. Ma proprio nel momento di massima esaltazione un dettaglio ha iniziato a rosicchiare la convinzione che si trattasse di cantanti inglesi. Nel presentare il quartetto d’archi che li accompagnava, “Paul” ha pronunciato un cognome, Marinelli, come a Liverpool nessuno riuscirebbe a fare. Nel cognome successivo ho addirittura avvertito, con orrore, in una t, l’arrotondamento tipico della provincia di Viterbo. Io e la mia amica ci siamo guardati con sgomento ma, ricatturati nel gorgo di Hey Jude, abbiamo avuto gioco facile nel tenere in vita quella nostra convinzione. Per poco, però. Perché alla presentazione finale, la verità ci è stata sbattuta in faccia in tutta la sua violenza: i Beatles di ieri si chiamano Armando, Patrizio, Roberto e il quarto non ricordo, perché a quel punto, stramazzata a terra la sospensione, ero confuso.
 
Ripescati nomi e cognomi su un volantino, una volta fuori abbiamo scoperto che uno è di Roma e gli altri tre, molto probabilmente, della provincia di Viterbo. Mentre ci stavamo per salutare, dal teatro è uscito un gruppetto di tre persone. Con la scusa dei complimenti, ci siamo avvicinati per raccogliere altri indizi sulla loro provenienza. Solo due hanno parlato per dire che loro erano i fotografi e che non avevano idea di dove venissero quelli del gruppo. Il terzo, quello che stava zitto e ci guardava sospettoso, secondo me era “John”. O forse, chissà, magari gioca nella Juventus.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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