La tangentopoli prima di Tangentopoli

In queste settimane si continua a ricordare il trentennale di Mani Pulite o Tangentopoli, cioè l’inchiesta sulla corruzione che, partita da una serie di reati in un ospizio milanese, coinvolse centinaia tra politici, funzionari pubblici, imprenditori e uomini d’affari, portando in pochi mesi alla fine di un sistema politico e alla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma alcuni mesi prima di quel febbraio 1992 e dell’arresto di Mario Chiesa, ci fu una vicenda di bustarelle che scosse la periferia romana, e a un certo punto lo stesso Campidoglio, per qualche tempo interessò le cronache nazionali ed ebbe degli effetti politici interessanti.

Era l’autunno-inverno 1991, e i commercianti di Ostia e della XIII Circoscrizione (l’attuale X Municipio) associati a Confcommercio, guidati dal proprietario di alcuni forni, Pietro, detto Piero, Morelli, lanciarono una protesta civile contro il presunto traffico di tangenti per ottenere licenze di vendita per alcuni banchi di frutta e verdura.
Ne nacque una valanga di casi, grazie anche all’istituzione di un numero verde per raccogliere le denunce, con l’emersione di episodi di corruzione nell’amministrazione locale e comunale, nella sanità etc. Di fronte allo scandalo, i consiglieri circoscrizionali decisero di dimettersi, provocando così lo scioglimento dell’assemblea. Le nuove elezioni in realtà non punirono i due principali partiti della giunta precedente, Dc e Psi. Ma alla fine, con una maggioranza trasversale, fu eletto Marco Pannella, una specie di Mario Draghi ante litteram a cui i partiti affidarono la propria salvezza. E per 100 giorni Pannella governò col pugno di ferrò, strappando al Campidoglio uno serie di poteri autonomi per la Circoscrizione e lottando – anche con le ruspe dell’esercito – contro l’abusivismo edilizio.

Alessandro Fulloni, 55 anni, oggi è un giornalista del Corriere della Sera e vive a Milano. Ma nel 1991 era un collaboratore del “Giornale di Ostia”, un settimanale – poi a un certo punto quotidiano – che faceva la cronaca del litorale romano. Di Ostia e del XIII Municipio, in particolare: cioè di un territorio che, se fosse autonomo da Roma – come vorrebbe qualcuno: ma ben due referendum sull’autonomia comunale sono stati bocciati –  sarebbe la seconda città del Lazio per numero di abitanti.
Fulloni, che ha sempre considerato Indro Montanelli un modello di giornalismo ed è un vero cultore della cronaca, ha seguito all’epoca tutta la storia della cosiddetta “TangentOstia”. E nel 1998 ci ha anche scritto un libro (“Il Caso Ostia”, Editoriale Lido).
Lo ho intervistato per telefono.

Come inizia la vicenda delle tangenti di Ostia?
L’esordio fu una polemica sull’assegnazione di banchi itineranti. In pratica, nei mercati ambulanti si presentavano dei commercianti che venivano dai Castelli, o comunque da fuori Roma, senza avere alcuna licenza. Il Consiglio circoscrizionale e il Comune cercarono di regolarizzare la loro presenza, ma questi continuavano a presentarsi con titoli risibili, licenze fai da te: insomma, mancava davvero l’intenzione di fare ordine. Nel giro di pochi mesi il numero di questi ambulanti aumentò enormemente, creando un sacco di problemi all’equilibrio commerciale di Ostia. Ed è così che scoppiò la rabbia dei commercianti di Ostia, che chiedevano di mettere un freno al proliferare di queste licenze e minacciavano la serrata. L’atmosfera era pesantissima, non solo a Ostia ma in tutta Roma, dove venivano segnalati episodi di richieste di mazzette a tutto spiano.

Chi fu il primo arrestato dell’inchiesta?
Fu un ufficiale giudiziario che aveva chiesto una mazzetta per evitare uno sgombero. Era un signore che stava per andare in pensione. Ma non fu il caso più importante, fu solo il primo. L’arresto che incendiò davvero la Tangentopoli di Ostia fu quello di un geometra del Dipartimento Urbanistica del Comune, Francesco La Monaca, detto Bruciaferro, che aveva per le mani un sacco di pratiche edilizie e che era tra l’altro il referente di consiglieri comunali importanti. Lì si comprese che l’indagine stava facendo un salto importante.

Perché è accaduto proprio a Ostia? Per la reazione forte dell’Associazione dei commercianti, o c’è stato qualche altro motivo?
Secondo me, è stato un insieme di fattori. Intanto, c’era sicuramente questa storia dei banchi ambulanti, che fu il detonatore. Ostia aveva una sua associazione commercianti con una propria autonomia, anche se faceva parte di Confcommercio. Era presieduta da Piero Morelli, che entrò quasi in conflitto coi modi curiali dell’allora presidente della Confcommercio romana, Paolo Trani. Morelli cominciò a denunciare fatti concreti che avevano a che fare con la corruzione, mentre Trani cercava di sminuire. Poi c’è stato l’arrivo a Ostia un ufficiale dei carabinieri molto determinato e molto bravo, Francesco Ferace, che fu in grado di raccogliere questo malumore, questa rabbia dei commercianti, che si erano organizzati. Dopo la serrata di protesta, l’Ascom avviò un numero verde che si rivelò decisivo per la raccolta delle denunce da parte chi aveva subito ricatti o richieste di tangenti. L’idea fu di Enrico Bordoni, un commerciante di Ostia che è anche il padre di Davide, oggi consigliere comunale (della Lega; ma prima, per molto anni di Forza Italia, ndr). Bordoni aveva parlato con altri commercianti che gli avevano confessato di aver avuto richieste di tangenti ma di non avere avuto il coraggio di denunciare. 

Il peso della corruzione era diventato insostenibile, e i commercianti reagirono

Da lì cominciò un’escalation di denunce e persone indagate. Non mi ricordo più quanti fossero i consiglieri circoscrizionali finiti nell’inchiesta…
Furono inquisiti diversi consiglieri circoscrizionali, ma solo uno poi venne arrestato. Ma se contiamo tutti gli indagati, compresi dipendenti dell’Azienda sanitaria locale su una presunta vicenda di corruzione, il personale dell’ufficio tecnico, altro personale tecnico e amministrativo, parliamo complessivamente di una cinquantina di persone.

E tutto questo portò allo scioglimento di un Consiglio circoscrizionale, per la prima volta.
Fu una cosa inedita anche quella. Non si era mai visto un consiglio circoscrizionale che decidesse, in completa autonomia, di sciogliersi. Il grosso dei consiglieri – in un’assemblea dove era in maggioranza il pentapartito Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli – seguì le indicazioni del capo della Dc Ruggero Cametti, che in sostanza disse: “Adesso dobbiamo dimostrare ai nostri elettori che abbiamo una dignità, non possiamo essere bersaglio continuo della stampa e della società civile, noi respingiamo queste accuse e ci dimettiamo”. Ma era evidente che quel consiglio circoscrizionale era già condannato, era troppo delegittimato da quanto era accaduto, dall’ondata delle indagini che lo stava travolgendo.

Non si era mai visto un consiglio circoscrizionale che decidesse, in completa autonomia, di sciogliersi… Ma era evidente che quel consiglio circoscrizionale era già condannato, era troppo delegittimato da quanto era accaduto, dall’ondata delle indagini che lo stava travolgendo

Ma quando si va di nuovo a votare, e siamo già nel 1992, quindi l’anno della Tangentopoli nazionale, le elezioni le rivincono i democristiani e i socialisti.
Sì, sostanzialmente il quadro non cambia molto. Evidentemente, la forza clientelare dell’epoca dei partiti era tale che questa ventata moralizzatrice che avevamo raccontato sui giornali aveva fatto meno presa di quanto si potesse immaginare.

Marco Pannella nel 1992 a Ostia (accanto a lui Angelo Bonelli, che poi gli succederà nella carica di presidente della Circscrizione)

A quel punto però non si forma più la maggioranza di prima, ma una completamente inedita, una specie di “unità nazionale” guidata da Marco Pannella.
Pannella era stato eletto nella lista dei radicali. Era come avere Roberto Baggio in un campionato interregionale: a quel punto, devi far fare le cose a Baggio, perché è troppo oltre, è troppo avanti rispetto agli altri giocatori. Ci si accorda su Pannella presidente. Era stato lui a sollecitare questo incarico, decide di restare a Ostia per 100 giorni. Cento giorni che si rivelano davvero rivoluzionari. 

In quei 100 giorni la XIII Circoscrizione ottiene la prima autonomia da Roma e inizia anche una vero e propria campagna militare contro l’abusivismo edilizio.
Esattamente. Pannella redige una delibera che è un primo, importantissimo passo verso l’autonomia della Circoscrizione, a cui vengono trasferiti molti poteri. E soprattutto avvia la battaglia contro l’abusivismo edilizio (molto forte nell’entroterra di Ostia, ndr), e per farlo si rivolge addirittura all’esercito, perché si era reso conto che c’era una situazione di stallo, a nessuno interessava portare avanti le ordinanze di demolizione. C’erano centinaia di ordinanze ferme da anni, e nessuno le eseguiva perché evidentemente anche quello faceva parte del mondo legato alla corruzione. A demolire le case abusive arriveranno le ruspe dell’esercito, un fatto epocale in Italia.

Avere Panella in consiglio era come avere Roberto Baggio in un campionato interregionale: a quel punto, devi far fare le cose a Baggio, perché è troppo oltre, è troppo avanti rispetto agli altri giocatori

Secondo te, perché Pannella è rimasto così poco, solo i fatidici 100 giorni?
Era un fuoriclasse della politica, credo che non gli interessasse più tanto restare a Ostia. Il suo ambiente era la politica nazionale. Era evidente che veniva, si divertiva, gli piaceva parlare e stare in mezzo alla gente: ma era anche chiaro che lo ha fatto per un altro palcoscenico. Ti dico solo questo, che mi raccontò lui anni dopo: “Sai come ho fatto a ottenere il decentramento per Ostia? Incontrai il sindaco Franco Carraro (Psi), ci vedemmo una sera a cena e io gli chiesi i poteri speciali. Lui mi rispose: sì, va bene, posso darti le deleghe, ma tu in cambio devi garantire che i tuoi parlamentari in Parlamento sostengano il Partito socialista”.Quello era un momento politico delicato, stava scoppiando Tangentopoli, e in un primo momento Pannella sostenne Bettino Craxi. 

Ho sempre pensato che il ruolo di Ostia come apripista della Tangentopoli nazionale non è stato mai riconosciuto perché le indagini non hanno mai chiamato in causa nessun politico di importanza nazionale. I referenti dei “tangentari” di Ostia, che gestivano sempre piccole somme, erano sempre al massimo consiglieri comunali.
Sono d’accordo, anche se c’è un fatto importante da ricordare. A un certo momento l’indagine dei carabinieri lambisce la famiglia di un esponente socialista di Ostia che è vicinissima a Craxi, la famiglia Cicconi, la cui figlia, Scintilla, una donna di grande simpatia e di grande fascino, è la moglie di Bobo Craxi.
Edoardo Cicconi, il capostipite, era un uomo che si era fatto da sé, un ex netturbino che poi era diventato uno dei capi socialisti a Ostia. Il figlio Umberto, è un grandissimo fotografo ed è stato anche il fotografo ufficiale di Craxi fino alla fuga a Hammamet. Il terzo figlio, Giuliano (che era segretario dell’assessore comunale al Commercio, Oscar Tortosa, ndr) venne direttamente toccato dall’indagine, poi ne uscì senza esserne intaccato, per quello che mi ricordo. Ma quando l’indagine arrivò lì, la visibilità che i giornali e soprattutto Il Messaggero davano all’indagine, all’improvviso finì.Erano già altri tempi. L’indagine di Milano soverchiò quello che stava accadendo a Ostia.

Come cronista, che ricordi hai di quel periodo? 
Mi stavo rendendo conto che ero testimone di una storia importante. Capivo che prima o poi avrei dovuto raccontarla da un’altra prospettiva, più ponderata, quella del libro che poi ho scritto nel ‘98. Erano passati sette anni e mi sembravano tanti. E mi ero reso che c’erano delle discrepanze tra quello che avevamo vissuto tutti quanti in diretta, con il grande spazio che veniva dato dai giornali a questa vicenda, la grande tensione che c’era tra la gente, il fatto di poter toccare quasi palpabilmente la rabbia che c’era contro la corruzione, e poi la lontananza dei risultati giudiziari che ha avuto l’indagine. Come è successo poi per Tangentopoli nazionale, se vai a guardare, resti colpito dal fatto che poi tante inchieste si sono sgonfiate… Come è successo per l’inchiesta sulle presunte malversazioni alla Asl, che coinvolse una ventina di dipendenti che poi tra una cosa e l’altra furono tutti assolti. Noi all’epoca li avevamo trattati come dei delinquenti.

Alessandro Fulloni in una foto del 2012, in redazione al Corriere della sera

È vero, la presunzione d’innocenza è sempre stata più teorica che pratica, nel modo in cui i giornali se ne occupavano.
Questo è un fatto che mi ha molto segnato, il modo che ho da vedere il giornalismo. Quando succede un fatto, secondo me devi essere sempre un passo indietro rispetto alla valutazione che ne dai, perché non è detto che le cose siano realmente come sembrano mentre le stai guardando nell’immediatezza. 

A me colpisce sempre il fatto che i primi a negare la presunzione d’innocenza in realtà erano gli inquirenti, che ti presentavano sempre gli indagati come colpevoli.
Il punto, infatti, per un giornalista, è quello di restare sempre a distanza di sicurezza dalle certezze che hanno inizialmente gli inquirenti.

Il risultato principale dell’inchiesta di Ostia è stato più politico che altro, fondamentalmente.
Secondo me sì, senza nessuna ombra di dubbio. Si aprì un percorso amministrativo, quello di cui abbiamo parlato con Pannella, con la rivendicazione dell’autonomia, ma credo che poi non ci sia stato altro.

Dei protagonisti di quella storia, dopo 30 anni, cosa ne sai?
Con Ferace, che è diventato poi generale, mi capita di scambiare gli auguri e fare una chiacchierata sotto Natale. Credo che sia a un passo dalla pensione, che si vuole godere tranquillamente. Piero Morelli l’ho sentito diverse volte, abbiamo scambiato varie volte opinioni sul post-Tangentopoli. Dopo che lasciato la carica di presidente della Confcommercio di Roma, a cui era stato eletto quasi per acclamazione – ma come l’hanno voluto, poi i commercianti romani lo hanno mandato a casa, perché rompeva troppi equilibri – è tornato serenamente a lavorare per il suo forno a Ostia Ponente e credo che non abbia mai più avuto velleità sindacali o politiche.

Francesco Ferace, oggi generale, nel 1991-92 capitano a Ostia. Qui in un’immagine del 2017

Per Ostia invece non è andata meglio: negli ultimi anni se n’è parlato come di un feudo mafioso, fondamentalmente.
Trent’anni fa fummo protagonisti di un’insurrezione contro la corruzione, raccontammo una Tangentopoli. Se oggi volessi riscrivere lo stesso libro, dovrei raccontare un romanzo criminale. Nei verbali giudiziari, in quella Tangentopoli, non comparve il ruolo della criminalità organizzata. E questo neanche per quella nazionale, non si aveva contezza di quanto fosse pesante la presenza della mafia, della camorra, in certe decisioni. Oggi invece ci siamo accorti che le cose sono completamente diverse. E le conseguenze dello scioglimento del consiglio municipale di Ostia di qualche anno fa è stato dettato dalle conseguenze dell’indagine Mafia Capitale.

Quello che mi ha colpito, allora come oggi, è stata anche la quantità di voci emerse per dire: “Però Ostia non è così, Ostia è diversa”. Mi ha sempre colpito, la negazione dell’evidenza. Ho sempre pensato: Ostia non è così e basta, ma è anche così.
Credo che questo si verifichi in tutte le situazioni in cui qualcuno denuncia un fatto che è sotto gli occhi di tutti ma che ci si rifiuta di prendere in considerazione per quieto vivere. Furono le reazioni che arrivavano da tutti i settori della cosiddetta società civile, che andavano a colpire chi invece cercava di cambiare le cose.
Vorrei aggiungere una cosa, però. Si è sempre detto che la Tangentopoli nazionale è nata dal “grande tradimento” di Antonio Di Pietro nei confronti degli ambienti della “Milano da bere” che pure lui stesso conosceva molto bene, e su cui d’improvviso si mette a indagare e lo decapita. Lo stesso “tradimento” è quello di Piero Morelli a Ostia. Perché era un ambiente che conosceva. Quelli che cercavano di osteggiare il suo percorso anti-corruzione gli dicevano: sei uno di Ostia, sei uno di noi, sei l’esponente di una famiglia storica di commercianti, queste cose le conosci bene, si sono sempre fatte, non c’è bisogno di denunciarle, perché altrimenti si finisce per descrivere Ostia come un posto di corrotti. Ma credo che Morelli abbia fatto bene, a fare quel che ha fatto. Mi sono chiesto perché lo ha fatto, e non credo che ci sia stato un disegno politico a tavolino. Credo che ci fosse, oltre agli elementi di cui abbiamo parlato, quello che spiegarono all’epoca il costituzionalista Massimo Severo Giannini e il sociologo Franco Ferrarotti: il peso della corruzione era diventato insostenibile, e i commercianti reagirono.

 

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