Il mito di Capocotta

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“Qui sulla spiaggia de Capocotta / ce so du’ fiji de ‘na mignotta…” Comincia così un famoso stornello romano, a indicare subito, anche attraverso una canzone, quell’idea popolare di luogo un po’ malfamato, che caratterizza, nell’immaginario, una delle più belle spiagge del litorale tirrenico: Capocotta.

Una spiaggia che per i romani è sinonimo di libertà trasgressiva, al limite della legalità. Spesso anche oltre quel limite, fra orge sfrenate e leggendarie consumate fra le dune, omicidi eccellenti rimasti nella memoria collettiva, rave party, esibizionismo.

Capocotta è anche una spiaggia fortemente “gay friiendly”, fin dai tempi in cui l’omosessualità era socialmente stigmatizzata. Ed è la spiaggia dell’eccesso e della promiscuità. Una promiscuità anche sociale, fra vip, intellettuali, impiegati e borgatari, che spesso lì si ritrovano fianco a fianco sul bagnasciuga.

Un nome intriso di sangue

Fin dal suo nome, quella spiaggia ci trasporta in una sorta di realtà parallela, archetipica, fatta di istinti primordiali. La leggenda vuole, infatti, che In una capanna, nel folto della pineta adiacente la futura Capocotta, vivesse un ragazzo quasi allo stato selvatico, poiché rimasto orfano da bambino.

Si dice che quel ragazzo, per sfamarsi, fosse anche un cannibale e che, un giorno, nella sua capanna, fu ritrovato un corpo decapitato, mentre la testa era stata messa a bollire nella pentola della ricotta. Da qui, unendo le parole “capo” e “ricotta”, nacque il nome “Capocotta”.

Forse non c’è niente di vero in quella leggenda. Ma, di certo, a qualcuno rivenne in mente quando, negli anni Cinquanta del secolo scorso, Capocotta divenne famosa in tutta Italia a seguito del caso Montesi. Wilma Montesi era una ragazza ventunenne, il cui corpo senza vita venne ritrovato sulla spiaggia.

Le cause della morte non vennero mai chiarite, ma attorno a quella morte misteriosa, montarono delle voci sempre più insistenti, che volevano la povera Montesi coinvolta in festini orgiastici, organizzati sulla spiaggia di Capocotta dai membri della Roma bene di quegli anni.

Naturismo e trasgressione

Spenti gli echi del delitto Montesi, Capocotta – forse anche a causa di quelle voci che la volevano al centro degli incontri erotici dei Vip – divenne davvero il centro dell’eros capitolino, un luogo prediletto per scambisti, omosessuali, ninfomani, di ogni estrazione sociale, in cui incontrarsi per dare sfogo alla proprie fantasie erotiche.

Nacque così la leggenda del “Buco” – chiamato in questo modo per via di un foro effettivamente presente nella rete di recinzione – il luogo in cui ci si incontrava, anche in pieno giorno, non solo fra coppie trasgressive, ma soprattutto per dare vita a quelle che un tempo a Roma venivano chiamate “batterie” e che oggi hanno il più esotico nome di “gangbang”: le orge.

Contemporaneamente, sul bagnasciuga, apparivano i primi nudisti. Era un nudismo spontaneo, non ancora codificato e autorizzato, che nasceva il più delle volte da un autentico desiderio di libertà, altre volte da uno stimolo esibizionista, magari per poter attrarre qualche sconosciuto, con cui poi appartarsi dietro le dune.

Dagli anni settanta, apparvero anche i primi casotti di legno – rigorosamente abusivi – per dare una possibilità di ristoro ai sempre più numerosi frequentatori di quella spiaggia, popolata ormai da un curioso mondo quasi pasoliniano, in cui intellettuali e ragazzi di vita, vip e piccolo borghesi, convivevano serenamente.

Era uno spazio in cui le regole del buon costume e della morale, un po’ bacchettona, vigenti altrove, venivano superate, in un autentico spirito democratico, permissivo, inclusivo. Uno spirito che fece di Capocotta il luogo più amato e frequentato dalla comunità LGBT romana – che ancora non definiva se stessa con questo termine – che qui si sentiva accolta, senza il rischio di creare scandalo e venire per questo allontanata.

Il regno della biodiversità

Capocotta era dunque il regno della biodiversità. Innanzi tutto una biodiversità sociale, in cui ogni forma anche “borderline” di trovare la propria collocazione nel mondo, era benvenuta, in cui non esistevano discriminazioni di alcun tipo, in cui trans, esibizionisti, famiglie in stile Mulino Bianco, non si ponevano alcun problema nello stare fianco a fianco.

Ma forse quel modo sereno di convivere fra diversi, di andare oltre le regole sociali, era stimolato anche dal panorama, dalle dune, dalla macchia mediterranea, mantenutasi quasi intatta, selvaggia, nonostante la vicinanza con la Capitale e la sempre più alta frequentazione antropica della spiaggia.

Cerri, lecci, pungitopo, erica, piccole paludi, una vegetazione ricca di animali e piante difficili da trovare altrove: questo il panorama che appare nell’area di Capocotta. Un’area che, per qualche tempo, rischiò di vedere la nascita di un quartiere residenziale, almeno finché negli anni Ottanta prima, con un intervento di tutela del Presidente della Repubblica e poi negli anni Novanta, con la nascita della Riserva Naturale del Litorale Romano, il pericolo non venne scongiurato.

Dalle feste illegali alla regolarizzazione

È proprio con gli anni Ottanta che Capocotta diviene anche la sede per grandi feste sulla spiaggia, fatte di musica e, molto spesso, anche di alcool e droga. Una sorta di rave party ante litteram. A quelle feste sono legati i nomi dei leggendari capanni in cui venivano organizzate: dal “Battello Ubriaco”, al “Zagaja”, al “Settimo Cielo”.

Tra riunioni oceaniche, irruzioni dei vigili e dei carabinieri, chiusure d’ufficio e riaperture dei capanni, abbattimenti e ricostruzioni, si andò avanti così per oltre due decenni. Decenni in cui si dice che, a quelle feste, si potessero incontrare anche personaggi del calibro di Sgarbi, Craxi, De Michelis, Pannella, Emma Bonino, il futuro sindaco Signorello, oltre a leggende locali come “Er Divino”, noto e pittoresco animatore di quelle spiagge.

È con il 2000 che la situazione di Capocotta comincia ad essere regolarizzata. Ai capanni vengono rilasciate regolari autorizzazioni e nasce l’Oasi Naturista, in cui il nudismo, per la prima volta a Roma, non viene più praticato in modo abusivo, chiudendo un occhio durante i controlli, ma è ufficialmente autorizzato dalle autorità.

Un bel passo avanti, che però, come spesso accade in questi casi, se da una parte ha messo fine al vecchio Far West e permesso che la spiaggia fosse frequentata alla luce del sole, allontanando così molti dei “fiji de ‘na mignotta” citati negli stornelli popolari, dall’altra sta forse, via via, togliendo a Capocotta il suo fascino romantico di luogo unico e fuori dalle regole.

D’altronde, se “fare una rivoluzione con l’autorizzazione dei carabinieri” è una contraddizione in termini, lo stesso vale per l’animo trasgressivo di quella spiaggia, una volta in cui la trasgressione è regolarizzata, col rischio che la biodiversità sociale di Capocotta, tanto quanto la sua biodiversità ambientale, cominci forse ad essere messa davvero a rischio.

31-08-2022 | © Riproduzione riservata

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