Quando s’è rotto il Ponte Rotto

Era stato restaurato di fresco il ponte. Dei bei lavori fatti ad arte, alla fine dei quali era stata scolpita una grande scritta in latino, ad esaltare la qualità di quel restauro. Una scritta che, tradotta in italiano, recitava così: “Per volere di papa Gregorio XIII, il Comune di Roma, nell’anno giubilare 1575, restituì alla primitiva robustezza e bellezza il Ponte Senatorio i cui fornici, caduti per l’antichità e già in precedenza restaurati, l’impeto del fiume aveva nuovamente abbattuto”.

Già, perché anche pochi anni prima, alcune piene – che avevano raggiunto quasi i 19 metri di altezza – erano state in grado di danneggiare fortemente il ponte. La prima fu quella del 1530, che aveva reso necessaria una completa ristrutturazione, operata nel 1552 da Nanni di Baccio su progetto di Michelangelo. Un restauro che si rivelò poco efficace quando, solo cinque anni dopo, il ponte fu nuovamente spazzato via da una grande alluvione, capace anche di deviare il corso del fiume all’altezza di Ostia Antica.

La costruzione del ponte

La storia di Ponte Rotto è una storia da sempre molto travagliata. La sua costruzione viene tradizionalmente attribuita a Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore, nel 179 a.C. che ne avrebbero realizzato i piloni, ma, sulla base di alcuni testi passi di Plutarco e di Tito Livio e dei disegni rinvenuti su alcune antiche monete, dovrebbe essere invece più antico e attribuibile a Manlio Emilio Lepido, intorno al 241 a.C.

Nel 142 a.C. Publio Cornelio Scipione Emiliano e Lucio Mummio, sostituirono all’originaria passerella di legno delle arcate in muratura, le prime realizzate a Roma. Posto obliquamente rispetto alla corrente del fiume, in un punto dove l’acqua è particolarmente impetuosa, fu molto spesso travolto dalla potenza del Tevere. Fu così oggetto di innumerevoli ricostruzioni, una delle quali avvenne già durante il regno di Augusto.

I mille nomi del ponte

Chiamato originariamente Ponte Emilio, mutò il suo nome in Ponte Massimo dopo il rifacimento di età augustea – per via del titolo di Pontefice Massimo attribuito ad Augusto.

Nel IX secolo divenne noto come Ponte di Santa Maria, in seguito alla trasformazione del Tempio di Portunus nella chiesa di Santa Maria Egiziaca. Quindi, nel 1144, venne ribattezzato Ponte Senatorio, probabilmente dopo il restauro ordinato dai Senatori, la più alta carica amministrativa cittadina.

Ma nel corso del Medioevo sono attestati anche i nomi di Ponte di Lepido, Ponte Lapideo, Ponte Maggiore e Ponte Janiculense.

La notte di Natale del 1598

L’ultima ricostruzione aveva dunque avuto inizio nel 1573 sotto papa Gregorio XIII, a opera dell’architetto Matteo di Castello ed era stata ultimata nel 1575, come si evince dalla lapide presente ancora oggi sull’unica arcata superstite.

Ma la notte di Natale del 1598 ha luogo la più grande alluvione della pur travagliata storia di Roma con il suo fiume. Il Tevere rompe impetuosamente gli argini. Si è calcolato che in alcune zone, l’acqua abbia raggiunto quasi i 20 metri di altezza.  

Questa piena devastante fece sparire tre delle sei arcate del ponte. Un ponte che da allora non fu più ricostruito, assumendo la denominazione di Ponte Rotto.

Dopo il crollo

 

La metà del ponte rimasta in piedi, ancorata alla riva destra, fu trasformata in un giardino pensile, che rimase visibile fino alla fine del Settecento. Nel 1853 si decise di rimettere in funzione il ponte con delle passerelle metalliche sorrette da funi, che collegarono il troncone di ponte alla riva sinistra del fiume.

Successivamente la passerella venne eliminata e le due arcate più vicine alla riva vennero distrutte in occasione della costruzione dei moderni argini del fiume. Attualmente resta una sola delle tre arcate cinquecentesche superstiti, che poggia sugli originali piloni del II secolo a.C.

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