Prima dell’alba di Porta Pia

Il 20 settembre del 1870 i bersaglieri italiani, all’ordine del generale La Marmora, entravano a Roma attraverso una breccia aperta a Porta Pia, mettendo così fine al millenario dominio temporale del Papa.

Questo evento, narrato da tutti i libri di storia, che comportò anche la morte di alcuni soldati italiani e papalini impegnati nei combattimenti, forse si sarebbe potuto evitare, componendo pacificamente la situazione.

Alcuni giorni prima, infatti, il re Vittorio Emanuele II aveva tentato di trovare un accordo pacifico, inviando una famosa lettera al papa Pio IX, nella quale propose un compromesso, che avrebbe permesso all’Italia di entrare a Roma, ma avrebbe evitato quella rottura di rapporti fra stato italiano e chiesa cattolica che durò poi per quasi sessant’anni, fino ai patti lateranensi del 1929.

La risposta del papa fu però sdegnosamente negativa. Pubblichiamo ora il contenuto delle due lettere.

 

La lettera del Re

Santissimo Padre: Con l’affetto di un figlio, con la fede di un Cattolico, con la lealtà di un Re, con il sentimento di un Italiano scrivo di nuovo, come ho già fatto in passato, al cuore di sua Santità.

Una tempesta piena di pericoli minaccia l’Europa. Favorito dalla guerra che devasta il centro del Continente, il partito della rivoluzione cosmopolita aumenta in coraggio e in audacia, e si sta preparando a sferrare, specialmente in Italia e nelle province governate da sua Santità, gli ultimi colpi alla monarchia e al Papato.

Lo so, Santissimo Padre, che la grandezza della vostra anima non sarà mai inferiore alla vastità degli eventi, ma io, un Re Cattolico e un Re Italiano, e in quanto tale guardiano e sicurezza per bontà della Divina Provvidenza e per volontà della nazione dei destini di tutti gli Italiani, sento il dovere di prendere la responsabilità, di fronte all’Europa e al Cattolicesimo, di mantenere l’ordine nella penisola, e la sicurezza della Santa Sede.

Adesso, Santissimo Padre, lo stato d’animo delle popolazioni governate da Sua Santità, e la presenza fra di loro di truppe straniere provenienti da posti diversi e con intenzioni diverse fra loro, sono una fonte di agitazione e di pericoli evidenti a tutti. La sorte o l’effervescenza delle passioni può portare alla violenza e a uno spargimento di sangue, che è mio dovere e vostro, Santissimo Padre, evitare e prevenire.

Vedo come irrevocabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede che le mie truppe che già sono di guardia alle frontiere, avanzino e occupino le posizioni che saranno indispensabili per la sicurezza di sua Santità e per il mantenimento dell’ordine.

Sua Santità non vorrà vedere un atto ostile in questa misura di precauzione. Il mio Governo e le mie forze si limiteranno assolutamente ad un’azione che conservi e tuteli i diritti, facilmente riconciliabili, della popolazioni romane con l’inviolabilità del Sovrano Pontefice e della sua autorità spirituale, e con l’indipendenza della Santa Sede.

Se sua Santità, come non dubito, e come il suo carattere sacro e bontà dell’animo mi fa sperare, è ispirato con una volontà uguale alla mia ad evitare ogni conflitto e a rifuggire il pericolo della violenza, sarà capace di intraprendere, con il Conte Ponza di San Martino che vi presenta questa lettera, e che ha ottenuto le istruzioni necessarie dal mio Governo, quelle misure migliori che condurranno al fine desiderato.

Vorrà sua Santità permettermi di sperare ancora che questo momento, così solenne per l’Italia come per la Chiesa e per il Papato, sarà occasione per l’esercizio di quello spirito di benevolenza che non è mai stato estinto dal suo cuore, verso questa terra, che è anche la sua nazione, e di quei sentimenti di conciliazione che ho sempre cercato con infaticabile perseveranza di tradurre in azioni, in modo che mentre vengono soddisfatte le aspirazioni nazionali, il Capo della Cattolicità, circondato dalla devozione della popolazioni italiane, possa conservare sulle rive del Tevere una sede gloriosa indipendente da ogni sovranità umana?

Sua Santità, nel rimuovere da Roma le truppe straniere, nel liberarla dal continuo pericolo di diventare il campo di battaglia per i partiti sovversivi, avrà compiuto un lavoro meraviglioso, dato pace alla Chiesa, e mostrato all’Europa, scioccata dagli orrori della guerra, come grandi battaglie possano essere vinte e immortali vittorie ottenute con un atto di giustizia e con una singola parola di affetto.

Prego sua Santità di concedermi la sua benedizione Apostolica, e rinnovo a sua Santità l’espressione del mio profondo rispetto.

A sua Santità dal più umile, più obbediente, e più devoto figlio.

Vittorio Emanuele
8 Settembre, 1870

 

La risposta del Papa

Maestà, il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V. M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno.

Pio IX
11 settembre 1870

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