Il ritorno dello zio d’America

Daniela Gambino, giornalista e scrittrice palermitana, ha già pubblicato su Roma Report il testo Le cose che ho lasciato a Roma. Il suo ultimo libro, da poco pubblicato da Jack edizioni, s’intitola “Due fuori luogo”.

 

Un mio prozio tornò dall’America. Era un mercoledì e aveva risposto alla duecentocinquantesima lettera del bisnonno. Sapevo che era la duecento cinquantesima perché io stessa l’avevo ricopiata su un foglio di quaderno, dopo aver decifrato la grafia del ‘nanno‘ vergata sulla carta del pane.

Il prozio era rimasto in un luogo imprecisato (le lettere tornavano puntuali indietro perché in America le cose funzionano) tutta la vita. Era partito clandestino a diciassette anni e aveva abitato in una casa di legno d’abete, si guadagnava il pane scavando pozzi. Per noi si calava nella pancia della terra straniera ricoperto da una salopette di jeans unta di pece, almeno a guardare l’unica foto che si era preoccupato di spedire.

Ora era irriconoscibile, pulito e azzimato. Varcò la soglia carico di regali distribuiti in diciotto valigie. Non avevo mai visto niente del genere. Mai. Senza che fosse natale o capodanno, senza preavviso, di mercoledì, senza nessuno che avesse cucinato per un esercito, intendo, in attesa di ospiti o feste comandate.

Quella che ritrovò fu una famiglia abbastanza tranquilla. Come può essere sereno un microcosmo con sette bambini, un cane, due gatti e una coniglia femmina con enormi orecchie pendule: Chantilly.

La coniglia secondo mia madre era innocua, ma noi piccoli l’avevamo notato: quando c’erano ospiti saltava sul tavolo e spruzzava pipì in giro per segnare il territorio con gioia sfrenata. Questo per dire che persino Chantilly aveva qualcosa da ridire sulle visite indesiderate.

“Quante ne ho viste di tane di lepri” disse il prozio nel suo italiano stentato, “i cunnigghi – precisò – sentono l’odore della dinamite”. Non coglievamo il nesso tra Chantilly e l’esplosivo, ma ce n’era già abbastanza per rimanere sbalorditi, tutti quei bagagli, per cominciare, quella miriade di oggetti pensati e acquistati in mesi, forse anni, per fare piacere a qualcuno.

Ne aveva per ognuno di noi, persino un sacchetto di biglie di vetro per me, che ero un brufolo e non mi aveva mai vista, nemmeno in foto. Per gli amici di infanzia, per i parenti. Per i vicini. Per il fornaio, il calzolaio. Ricordava nomi e indirizzi. Un diluvio di regali.

Ma per il bisnonno, suo fratello ritrovato ormai vecchio (si abbracciarono e piansero e a pensarci fu la prima volta che vidi due uomini in lacrime) il regalo fu straordinario, così straordinario da viaggiare nascosto, avvolto dentro una mappina in fondo a un baule.

Il prozio trascinò il baule in salotto e rigò il pavimento con grande disappunto della bisnonna.

Il prozio fece allora notare la foggia del baule “fatto a mano e indistruttibile”. Lo sollevò ancora sigillato e indicò le sue piccole ruote che segnavano il terreno come i cingoli di un carro armato.

Poi lo aprì, circospetto. Partì un “ooohhhh!”, generale, a bocca aperta, e apparve una Colt. Lucente. Una pistola che più pistola non si può, degna di John Wayne. Solo che era vera, scarica, ovviamente. La prese in mano come una reliquia e dopo aver lasciato che si imbevesse di luce la donò. Il bisnonno ridiventò un ragazzino in un lampo. Lui e il prozio cominciarono a parlottare, mettendosi una mano sulla spalla a vicenda, senza che noi ne sapessimo nulla, eccoli lì di nuovo bambini. Il bisnonno aveva la punta della linguetta di fuori, gli spuntava fra i denti, cosa che gli capitava quando si concentrava nelle cose. Il tamburo vuoto, pallottole a parte, cominciò a girare vorticoso, interrotto dallo scatto del grilletto. Ricordo quel rumore degno di un film western che si levava da quel silenzio religioso, appiccicoso, eccessivo. La definizione giusta fu “’’sta pistuola vi ‘ncantò”, la voce era della bisnonna, la vidi allungare il collo, osservare la Colt e chiedere: “talè che bella, me la fai vedere?”. Appena l’acchiappò la riavvolse veloce nella mappina e la fece sparire. Sparire. Letteralmente, se domandavi “dov’è la Colt?” rispondeva “non ti preoccupare sarbata bonu”. Cioè ‘ben conservata’.

Bisognerebbe spendere due righe sulla bisnonna per sottolineare la rapidità del gesto, la forza del suo intervento. Che aveva visto nei nostri occhi? “La guardavate innamorati. E certe cose non si devono amare”.

Allora non camminava quasi più, cucinava seduta e sorvegliava il sugo su una seggiola col rialzo.

Aveva quasi smesso di raccogliere le erbe amare, una cosa che adorava, non avete idea di quanto la soddisfacesse cucinare risotti e minestre con quello che trovava. Ma poi, quando la strada era diventata troppo trafficata, un giorno era tornata col sacchetto di plastica e il coltello sporco di terra per annunciarci “pi pocu non m’invisteru“, cioè ‘per poco non mi hanno stirata sotto una macchina”.

Aveva smesso persino di rimproverarci a colazione appena rifiutavamo di mangiare qualcosa con la massima “vi facissi fari a guerra, vi manciassivu tutti cosi”.

Era diventava madre a quattordici anni, aveva perso due figli, un fratello con l’epidemia di spagnola e una casa con la guerra. Le mancava una asina, chiamata Ciuridda, raccontava il viaggio da sfollata a dorso di Ciuridda come fosse una gita. Come se perdere qualsiasi cosa l’avesse costretta a prendersi una pausa, lusso che per tutta la vita non ha mai pensato di meritare. Era felice quando mangiava le cassatine, ascoltava l’Aida e vedeva i film con Cary Grant. Ma felice in un modo così assoluto e completo, da insegnarci in maniera esemplare a farci piacere le piccole cose.

Spesso raccontava che allo scambio delle fedi, al matrimonio, aveva sbagliato formula “ci dissi al parrino nella buona e nella cattiva strada”, e il bisnonno commentava puntuale “‘a virità dicisti”.

Ricordo l’espressione del prozio americano quando fece per riprendere il baule e si rese conto che Chantilly, in due settimane, ne aveva rosicchiato il bordo. L’invincibile manufatto mostrava la pelle sfilacciata come una ferita aperta. “Comunque, serve ancora bene”, commentò e se lo rimise in spalla.

Sul letto di morte, quando ormai la nonna respirava a fatica e invocava la madre morta cento anni prima perché la riprendesse con sé (e non era triste, ma bella l’immagine di voler tornare fra quelle braccia, credetemi), il bisnonno, per farla ridere, le carezzava la mano e chiedeva, “ma ora ce lo possiamo dire, la pistola: dove l’hai ammucciata?”, e lei niente. Fino alla fine, fedele a quel proposito di protezione, non disse altro: “non ti preoccupare, è sarbata bonu”.

 

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