Salute nel Lazio, una questione di dignità per tutti

Cosa fa di un servizio pubblico un servizio efficiente? Nel Lazio il servizio sanitario regionale funziona? È efficiente? Risponde ai bisogni dei cittadini? Sostiene gli operatori sanitari che vi lavorano? È accessibile in tempi certi per le prestazioni che dovrebbe erogare?
Ci sono diversi piani di lettura che è necessario in qualche modo tentare di affrontare, di mettere in luce e di tenere sul piano dialettico al fine di avere quanti più elementi possibili di una corretta valutazione dei fenomeni. Poi ognuno farà le proprie scelte. 
Dal mio punto di vista i piani di discussione sono almeno tre: il piano “politico-partitico”, il piano istituzionale, il piano della realtà quotidiana.

Parto da quello “politico-partitico”. Nel Lazio a febbraio i cittadini hanno espresso democraticamente, con il proprio voto, una maggioranza netta e senza appello dando fiducia alla coalizione di centrodestra rappresentata da Francesco Rocca.
Lo sfidante
Alessio D’Amato, già Assessore alla salute della Regione Lazio nella giunta Zingaretti, ha perso senza appello. Probabilmente ha pagato una campagna elettorale centrata principalmente sui risultati per la vaccinazione Covid, e su poco altro.
A dire il vero, la coalizione di centrosinistra è apparsa più propensa a votare i propri consiglieri di corrente che a fare proposte politiche concrete.

La coalizione di Rocca ha potuto quindi giocare su carenze, ritardi e inefficienze del servizio sanitario regionale sempre presenti e mai risolte e che il Covid e la sua fase emergenziale ha solo marcato più pesantemente: situazione del personale sanitario, servizi territoriali al lumicino, difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie, medicina territoriale in crisi e servizi essenziali come il Pronto Soccorso in estrema sofferenza.

Diciamo anche che in generale la campagna elettorale per le regionali nel Lazio è stata di una pochezza imbarazzante in quanto a contenuti.

Il logo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Giornata Mondiale della Salute

Questioni di bilancio

Nel mese di maggio, come segretario di Cittadinanzattiva Lazio, ho avuto un lungo confronto con il presidente Rocca sulle politiche regionali e sulla situazione attuale, anche perché c’erano voci insistenti di seri problemi economici.
Dal punto di vista del Bilancio, a marzo 2023 il Lazio ha segnato un deficit di oltre 220 milioni di euro, con una previsione di circa 700 milioni di deficit della Sanità a dicembre 2023. La Corte dei Conti ha evidenziato notevoli e sostanziali problemi di gestione economico finanziaria. Ha riconosciuto che il Lazio ha soddisfatto i LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza, ma a un costo più elevato rispetto ad altre Regioni. E poi c’è il tema delle Aziende Ospedaliere e del loro significativo deficit. E su questi fatti si innesta il piano “politico-partitico”.

Pongo domande a chi legge, ai diversi interlocutori e ai cittadini.
Se questa è la situazione, certificata da enti terzi e non frutto di diatribe tra partiti, chi aveva il compito di agire nei tempi in cui aveva responsabilità cosa ha fatto, se lo ha fatto, per evitare tale situazione economico-finanziaria?

Avere a marzo 2023 un saldo negativo di 220 milioni significa che già prima vi era una situazione di questo tipo o che potesse indicare tale abbrivio. La domanda è pertinente per un’organizzazione come Cittadinanzattiva Lazio, ma lo è soprattutto per i cittadini che in 12 anni circa di commissariamento hanno pagato il prezzo più alto in termini di tasse, di diminuzione dei servizi, di taglio di accessi alle prestazioni sanitarie, di rinuncia alle cure.

Perché il paradosso di questa situazione nel Lazio è che chi avrebbe dovuto fare, probabilmente non ha fatto ciò che andava fatto fino in fondo; e chi ha ora la responsabilità a fare si trova costretto dai fatti a fare cose che non avrebbe mai immaginato di dover fare.
Attenzione però a non cadere nella trappola del tifo partitico o dell’ideologia, che non muore mai in questo paese.

 

Il tunnel dei tempi di attesa

La realtà ci dice che i tempi di attesa per accedere ad una prestazione sono lunghissimi visto che, per esempio, nel sistema RECUP della Regione Lazio sono caricati/disponibili solo tra il 30% e il 35% delle prestazioni pubbliche (il resto, è nelle famose agende degli specialisti…) mentre la cifra percentuale delle strutture private accreditate è percentualmente risibile.
Dunque, quando un cittadino chiama il RECUP, si trova a parlare con un operatore che “vede” solo una parte, e nemmeno la più rilevante, delle prestazioni sanitarie. La prestazione, quindi, non ha e non avrà mai tempi certi,secondo le indicazioni dei sanitari.

Chi doveva governare questo processo? Chi non lo ha fatto? Perché?

Ora il Presidente Rocca ha dato dei tempi per l’inserimento nel sistema RECUP delle prestazioni sanitarie sia al pubblico che al privato. Monitoreremo quello che accadrà.
Quanto accaduto non è accettabile. Abbiamo sempre chiesto alla precedente Amministrazione di fare questo passo sul controllo del sistema RECUP e sull’Osservatorio regionale per il governo delle liste di attesa, abbiamo sempre denunciato la non convocazione dello stesso (prima riunione a settembre 2019 e poi scomparsa dai radar con una riunione a dicembre 2021 a Osservatorio scaduto; a livello aziende sanitarie abbiamo chi si riuniva ogni 60 giorni – ASL RM1 – e chi si è riunito forse due volte, facendo meglio della Regione in questo caso).
Mi sono testimoni tutte le diverse figure apicali della Regione Lazio, le mail inviate e le chat tra il sottoscritto e la Regione Lazio.
Quindi, per abitudine, accanto a ragionamenti di alto profilo si mette sempre la realtà fattuale a verificare la bontà o meno dell’azione amministrativa. E forse anche in questo si può spiegare la debacle elettorale.

Ma torniamo al nodo “politico-partitico”. Volenti o nolenti la “politica” per una parte rilevante legata alle funzioni della democrazia rappresentativa ha nei partiti, nelle coalizioni che dipendono dalle leggi elettorali, una parte decisionale importante di cui non si può fare a meno, per quanto a volte il livello delle scelte non sia adeguato alle aspettative dei cittadini.
Di fronte però ai fatti incontrovertibili di cui sopra, la politica partitica deve fare la sua parte con responsabilità e al di là delle casacche che si indossano, per convinzione, per passione o per convenienza.
Non c’è più tempo per giocare. Se a dicembre 2023 il Lazio sarà con un deficit in sanità di 700 milioni di euro, che facciamo?
L’invito pertanto è di riportare ai giusti livelli le competenze, le responsabilità e i poteri di ciascuno.

 

Il piano istituzionale

Dal mio punto di vista il piano istituzionale raccoglie, comprende e rappresenta – ancora poco – tutto quel mondo fatto da funzioni, ruoli, competenze, conoscenze, e non è quindi legato solo alla carica di riferimento. In questo senso, per me il piano istituzionale è la piazza di coloro che abitano quel settore e che dialogano, si confrontano, si scontrano: dal livello istituzionale stretto (Assessore, Direttore Politiche Salute, Dirigenti Regione Lazio, Commissione Salute, Università, Direttori Generali, etc etc) al mondo sanitario nelle sue diverse e articolate componenti compreso il mondo del privato, al mondo dell’attivismo civico e delle associazioni dei malati cronici e rari.
È un universo composito, sicuramente.
Questo piano in realtà ha preso sempre più piede e sta costruendo relazioni, condivide azioni, pensieri, problemi, si scontra, confligge, accetta la sfida della diversità di pensiero e cerca di armonizzare scelte, individua percorsi nuovi costruendoli, disegnandoli e/o contribuisce a immaginarli.
Quello che sta accadendo, per la esperienza dell’ultimo anno e mezzo circa è che tale mondo, con difficoltà, con lentezza, con timore ma sempre più con stupore sta prendendo piede, comincia a interloquire, a dialogare, a progettare soluzioni nuove dove poi il decisore politico riceve contenuti, innovazioni, modelli di azione che possono rispondere a bisogni dei cittadini nei diversi ambiti di intervento.

 Come Cittadinanzattiva Lazio ci siamo trovati in quella che si potrebbe definire  “la tempesta perfetta”.
Durante e dopo l’emergenza del Covid, che tante risorse e attenzioni ha distolto dalla quotidianità, ci siamo ritrovati in diversi “gruppi di lavoro” a tessere relazioni, immaginare soluzioni e modelli di presa in carico. Il lavoro presentato nel maggio scorso, Il Rapporto sui Distretti Sanitari nel Lazio, è stata la palestra che ci ha dato informazioni, dati, numeri, ma soprattutto ci ha permesso di costruire relazioni ancora più strette con il mondo sanitario. Grazie a questo lavoro, come organizzazione abbiamo acquisito ulteriore centralità per tutta una serie di aspetti che ci permettono di sedere in diversi, importanti e rilevanti gruppi di lavoro.
Analogamente vediamo diverse Direzioni Generali delle ASL e delle Aziende Ospedaliere del Lazio muoversi con maggiore decisione verso una apertura, un’interlocuzione e una contaminazione di idee, competenze e risorse rompendo muri, idee vecchie e schemi insopportabili.

Insomma, si stanno ponendo le basi e le condizioni per creare un sentimento comune di “squadra” pur nella differenza dei ruoli, delle funzioni e delle organizzazioni di appartenenza.
È evidente che non è tutto rosa e fiori. Resistenze, staticità, voglia di non cambiare nulla sono pane quotidiano. Ma segnalo questo fatto nuovo: un mondo variegato e ciascuno per propria azione si è messo faticosamente in movimento verso una modalità di lavoro, un modello organizzativo, direbbero quelli bravi, compartecipativo, dialogante, aperto.
E Cittadinanzattiva Lazio a questo obiettivo (e non solo) aveva puntato molto. Questo modello può fare la differenza nel futuro nelle politiche pubbliche? Nella sanità? Nel sociosanitario? In altri ambienti? Questa sarà, anzi è la sfida prossima futura.
I nemici di questo approccio sono tanti, più o meno nascosti, ma in generale sono tutti quelli che, comodamente dai loro scranni eburnei, hanno sempre indicato la strada per la migliore gestione delle politiche pubbliche. Con i risultati di cui sopra.

 

La realtà quotidiana

Di fronte a ragionamenti di sistema più o meno articolati, intelligenti, dotti esiste una realtà quotidiana che mette a dura prova ogni teoria e che, scientificamente, rende vero o falso ogni ragionamento. Anche il più elaborato.

Ripropongo segnalazioni quotidiane che riceviamo: tempi di attesa per un esame elettrocardiografico di controllo (che dovrebbe essere parte delle cure): 13 mesi di attesa. Risonanza Magnetica a 30 giorni con indicazione del sanitario D per Differibile: oltre 120 giorni per farla. Intervento chirurgico utero da fare entro un mese: almeno dopo tre mesi.
Operatori sanitari del pronto soccorso sotto stress e con personale mancante di almeno 400 medici, per non parlare degli infermieri.
Medici e pediatri di famiglia in diminuzione a causa dell’invecchiamento dei professionisti (nel Lazio ci sono circa 4.000 medici e 800 pediatri, ma dei 4.000 medici di base oltre 3.000 sono over 60 anni e tra due anni e mezzo un numero importante andrà in pensione).
Se poi pensiamo al tema della libertà di scelta, mi si deve spiegare che libertà ha il cittadino nello scegliere l’unico rimasto su piazza e magari a 30 km di distanza.
Mobilità sanitaria verso Roma (così come ribadito nel Rapporto sulle prestazioni sanitarie nel Lazio) e cosa ancora più preoccupante il disegno del PNRR nel Lazio che prevede una prevalenza dei soliti territori a discapito dei soliti altri territori, per quanto attiene Case delle Comunità e Ospedali della Comunità.

A proposito: queste Comunità avranno o meno servizi, a loro insaputa. Nel senso che il percorso di elaborazione, ideazione e progettazione degli interventi ha visto mancare la componente civica e delle associazioni dei malati cronici e rari  e le comunità locali. Poi dice che uno perde le elezioni. Non è che ci vuole molto a capire dove si fanno gli errori. Basta guardare la realtà.

 

 Le Case della Comunità previste nel Lazio.
Legenda: in grigio più chiaro minore presenza di persone anziane; in grigio più scuro maggiore presenza di persone anziane. I pallini rossi sono le Case della Comunità Spoke (che garantiscono l’erogazione di servizi di cure primarie, se necessario ricorrendo anche al collegamento in rete degli studi dei medici di medicina generale, per garantire la presenza medica e infermieristica per almeno 12 ore, sei giorni su sette e la disponibilità di alcuni ambulatori specialistici) i pallini arancioni sono le Case della Comunità HUB (che rappresentano le vere strutture di riferimento, complete di tutte le dotazioni di servizio utili per la programmazione sanitaria e in cui la presenza medica è garantita h24 – 7 giorni su 7, anche attraverso l’integrazione della Continuità Assistenziale.).

 

 

 

 Gli Ospedali di Comunità previsti nel Lazio.

Legenda: in grigio più chiaro minore presenza di persone anziane; in grigio più scuro maggiore presenza di persone anziane. I pallini rossi sono gli Ospedali della Comunità (cioè una struttura residenziale in grado di erogare assistenza sanitaria di breve durata. Esso è riservato a quei pazienti che, pur non presentando patologie acute ad elevata necessità di assistenza medica, non possono tuttavia essere assistiti adeguatamente a domicilio per motivi socio sanitari.).

 

Garantire dignità a tutti

Sapere che il Lazio nei punteggi LEA ha la sufficienza è un pezzo di una verità che non è quella della realtà quotidiana: andate a dire ad una donna malata o con il sospetto di cancro e che non riesce a fare analisi di controllo che “la Regione Lazio è adempiente per il punteggio LEA…”.

O provate a spiegare che la presa in carico di una persona fragile a domicilio da parte dell’assistenza domiciliare fa la sua parte e che quindi si è a posto così, quando copre a malapena il 3% del fabbisogno e la Regione Lazio si era dato l’obiettivo di coprire il 10% Oppure il fatto che la gran parte dell’assistenza domiciliare è in pratica appaltato a cooperative e quindi si pone una questione di competenza, qualità e sicurezza nelle cure che è totalmente demandata sulla fiducia alle ASL territoriali.

O tentate di chiedere al Sindaco della vostra comunità, in quanto primo tutore della salute pubblica, quale è l’impegno di spesa delle politiche sociali, di quanti assistenti sociali dispone il Comune e come questi uffici si interfaccino con la parte sanitaria demandata alle ASL.

O ancora, sul tema-cenerentola della prevenzione, come mai i numeri su screening colon retto, cervice uterina e mammella siano bassi e non soddisfacenti.

E per aumentare il livello di complessità, chiediamoci perché la scuola non assuma la funzione di player nella educazione sanitaria e nella prevenzione, come chiediamo da diversi anni, facendo un’operazione innovativa di rottura di muri e mettendo a disposizione il luogo “scuola”, aperto alle comunità e alle competenze di medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri, logopedisti, ecc, in un nuovo sistema di prevenzione basato sulla territorialità, e sul lavoro di squadra.

Di cose da scrivere ce ne sono e ce ne sarebbero ancora. Ma occorre trovare un costante equilibrio con i tre piani di cui sopra per tentare, insieme al “piano istituzionale”,  di fare la cosa più semplice e allo stesso tempo più difficile: cambiare.
Questo è un obiettivo che spetta a tutti coloro i quali possono ritrovarsi in tutto o in parte con quanto ho illustrato, pur se in modo così disordinato.

Dare accesso alla sanità, costruire percorsi di presa in carico, dare dignità alle persone sono aspetti di uno stesso obiettivo: dare concretezza all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”). Tutto il resto conta poco, fino a prova contraria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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