Con il governo Meloni sempre più decreti e meno leggi ordinarie

Il governo continua a fare massiccio uso dei decreti legge, anche al di fuori delle situazioni urgenti o emergenziali. Ciò comporta problemi anche per l’attività del Parlamento.

In un recente consiglio dei ministri il governo Meloni ha approvato ben 3 distinti decreti legge (Dl) in una sola seduta. Peraltro uno di questi è stato successivamente modificato per aggiungere nuove misure di contrasto all’immigrazione. Questi passaggi riportano in auge il tema dell’eccessivo uso di questo strumento rispetto alle leggi ordinarie, divenute nel tempo sempre più marginali, almeno in termini quantitativi.

Una dinamica in corso da molto tempo ma che con l’esecutivo attualmente in carica sta raggiungendo livelli particolarmente significativi. Se da un lato le emergenze da affrontare non sono mancate negli ultimi mesi, dall’altro occorre sottolineare che in alcune circostanze il ricorso al decreto poteva essere evitato. Anche per favorire un maggiore coinvolgimento delle camere e un dibattito più ampio.

La proliferazione eccessiva di decreti legge produce anche degli effetti collaterali. Dovendo essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione infatti, questi atti acquisiscono normalmente la priorità nella definizione dei lavori del parlamento. Che quindi avrà pochissimo tempo per occuparsi di altro.

Inoltre la pubblicazione di più Dl in un periodo di tempo limitato può comunque comportare il rischio che le camere non riescano a discuterli e convertirli in tempo. Cosa che con il governo Meloni è già avvenuta 4 volte in meno di un anno.

 

I numeri del governo Meloni e il confronto con i suoi predecessori

Facendo un confronto in valori assoluti, possiamo osservare che l’attuale esecutivo presenta numeri ancora relativamente ridotti rispetto a buona parte dei suoi predecessori. In circa 11 mesi infatti il governo Meloni ha deliberato 39 decreti legge collocandosi al sesto posto tra gli esecutivi delle ultime 4 legislature. Ai primi posti della graduatoria troviamo invece i governi Berlusconi IV (80), Draghi (64) e Renzi (56). È significativo comunque osservare che il governo Meloni ha già sopravanzato il primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte (26) e quello di Paolo Gentiloni (20), nonostante questi ultimi fossero rimasti in carica per più tempo (rispettivamente 15 e 17 mesi).

Ovviamente questi dati sono influenzati dal periodo più o meno lungo in cui i vari governi sono rimasti alla guida del paese. Per questo un buon modo per fare un confronto è quello di valutare il dato medio di pubblicazioni mensili. Da questo punto di vista il governo Meloni si trova al primo posto con 3,55 Dl pubblicati in media ogni mese. Seguono i governi Draghi (3,2), Conte II (3,18) e Letta (2,78).

Come si può notare quindi, dal 2008 a oggi, solo 3 esecutivi su 9 hanno pubblicato in media più di 3 decreti legge al mese. Il secondo esecutivo Conte e quello guidato da Mario Draghi però hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia. Cosa che invece ha riguardato l’attuale governo in misura estremamente limitata.

Come rovescio della medaglia, il massiccio ricorso ai Dl ha comportato un progressivo arretramento delle leggi ordinarie il cui peso in termini numerici è divenuto sempre meno rilevante. Nel corso dell’attuale legislatura, le leggi approvate definitivamente sono 52 e oltre la metà di queste norme è costituita da conversioni di decreti. Parliamo del 55,8%. Si tratta del dato percentuale più elevato se si confrontano i valori dei governi delle ultime 4 legislature. Al secondo posto troviamo infatti il governo Letta (52,4%) e al terzo il Conte II (34,7%).

In questo contesto risulta evidente come il ruolo delle leggi ordinarie (al netto delle ratifiche di trattati internazionali) sia particolarmente ridimensionato. Parliamo, per la XIX legislatura, di appena 10 leggi approvate, pari a circa il 19,2% del totale. I già citati esecutivi Letta (16,7%) e Conte II (9,18%) sono gli unici che presentano una percentuale più bassa.

 

Alcuni aspetti critici

Un primo elemento critico riguarda il fatto che i decreti legge emanati affrontano congiuntamente temi anche molto diversi tra loro. Si tratta dei cosiddetti “atti omnibus”. Questa pratica, molto comune anche prima dell’avvento del governo Meloni, è impropria quando parliamo dei decreti legge. Ciò perché il contenuto di questi ultimi, in base a quanto previsto dall’articolo 12 della legge 400/1988 e ribadito dalla sentenza 22/2012 della corte costituzionale, dovrebbe essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo. Ciò non sempre è avvenuto anche per quanto riguarda i Dl del governo Meloni.

Per fare alcuni esempi, secondo il comitato per la legislazione della camera il decreto legge 105/2023 risulta essere riconducibile a ben 10 distinte finalità. Tra cui interventi volti a velocizzare i processi, contrastare gli incendi boschivi, per il recupero dalle tossicodipendenze, la riorganizzazione del ministero della cultura e la revisione di alcune norme in tema di Covid-19. Un caso simile riguarda il decreto legge 75/2023 che introduce con un solo provvedimento norme in ambito agricolo, sportivo, del mondo del lavoro oltre che per quanto riguarda l’organizzazione del giubileo del 2025. 

Un secondo elemento che vale la pena evidenziare riguarda il fatto che non sempre i decreti legge vengono utilizzati per affrontare situazioni di emergenza. Spesso i governi infatti inseriscono in questi atti misure con cui puntano a dare attuazione al proprio programma, indipendentemente dalla loro effettiva urgenza.

Solo per fare qualche esempio, possiamo citare il Dl 35/2023 dedicato al ponte sullo stretto di Messina e il 48/2023, il famoso “decreto lavoro” pubblicato simbolicamente nel giorno della festa del primo maggio.

 

Il tema dei decreti legge non convertiti

Un’ultima criticità legata all’uso eccessivo dei decreti legge riguarda il fatto che, dovendone affrontare molti allo stesso tempo, il parlamento non sempre riesce a convertirli tutti entro i 60 giorni previsti. Questo comporta non pochi problemi. La mancata conversione in legge di un decreto infatti determina l’annullamento degli effetti giuridici da esso prodotti fin dal momento della sua entrata in vigore.

Per ovviare a questo problema, spesso il parlamento negli ultimi anni ha adottato la prassi di abrogare i Dl prima che questi decadano ma di farne salvi gli effetti da questo determinati. Ciò avviene praticamente con l’introduzione di uno specifico articolo all’interno della legge di conversione di un altro decreto. Tutti i Dl del governo Meloni non convertiti in tempo hanno avuto questo trattamento. Nello specifico:

  • il Dl 179/2022 che conteneva misure per limitare l’aumento del costo del carburante ma anche per finanziare la ricostruzione dopo l’alluvione che ha colpito le Marche è stato abrogato e recuperato dalla legge 6/2023 che però riguardava la conversione del decreto aiuti quater;
  • Il Dl 4/2023 che conteneva norme in ambito sanitario è stato recuperato dalla legge 14/2023 che riguardava il decreto milleproroghe del 2022;
  • Il cosiddetto decreto rigassificatori (che conteneva misure anche in altri ambiti) è stato abrogato dalla legge 95/2023 relativa alla conversione del decreto 57/2023 che conteneva norme in materia di enti locali e attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr); 
  • il decreto per la ricostruzione dell’Emilia Romagna, i cui effetti sono stati fatti salvi dalla legge 100/2023 che prevedeva la conversione del Dl 61/2023, sempre relativo all’evento alluvionale ma contenente solo le misure più urgenti e immediate.

Si tratta di una pratica non del tutto illegittima. Infatti l’articolo 77 della costituzione prevede che le camere possano regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti. Tuttavia questa prassi evidenzia certamente una ulteriore criticità.

[La foto di Giorgia Meloni è stata diffusa da Palazzo Chigi con licenza creative commons]

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Openpolis con licenza creative commons]

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